Mattia Caldara, intervenuto in una lunga intervista rilasciata ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, ha affrontato diversi temi, tra cui l'addio forzato al calcio giocato, la profonda sofferenza psicologica legata ai numerosi infortuni e i ricordi incancellabili della sua magica avventura in maglia nerazzurra. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Qual è il primissimo pensiero che le affiora alla mente se le nominiamo l'universo Atalanta?
“È stato in assoluto il periodo più esaltante e meraviglioso della mia vita, la fase in cui mi sentivo davvero compiuto, sia sul piano umano che su quello professionale. In quell'ambiente ho speso ogni mia energia, venendo ripagato con altrettanto affetto. Sono nato a Bergamo, sono cresciuto indossando quella maglia: per me è stata un'esperienza con un sapore unico e speciale, un vortice di emozioni che custodirò per sempre nel cuore”.
Riavvolgendo il nastro della sua carriera, c'è l'ombra di qualche rimpianto pesante, magari legato proprio al momento del suo passaggio in rossonero?
“Sì, perché quando sono sbarcato a Milanello mi trovavo davvero all'apice della forma, arrivavo carico a mille dopo delle annate straordinarie vissute a Bergamo. Avevo una voglia matta di affrontare quel nuovo salto di qualità, eppure il destino ha voluto diversamente: ho subito due traumi devastanti in rapida successione, rompendomi prima il tendine d'Achille e poi il legamento crociato. Terminata la seconda riabilitazione, non ero più lo stesso atleta di prima. La fatica nel ritrovare la condizione ottimale era immane. Osservare per diciotto mesi i miei compagni che sudavano in campo mentre io ero confinato in sala pesi o a fare terapie è stata una vera tortura”.
In quei mesi oscuri ha mai avuto la sensazione di scivolare verso la depressione?
“Non saprei definire clinicamente se si trattasse di vera e propria depressione, ma è un fatto che avevo totalmente perso la mia identità. Non mi riconoscevo più. Mia moglie e i miei genitori si erano accorti del mio totale cambiamento: ero diventato una persona completamente diversa perché mi mancava la realizzazione attraverso il mio mestiere, un traguardo preclusomi dalla sfortuna fisica. Riuscire ad aprirmi e a parlarne con la mia famiglia è stata la chiave per salvarmi”.
Nonostante tutto, ha tentato caparbiamente di rimettersi in gioco ritornando a Bergamo e poi affrontando le sfide con Venezia e Spezia. Cosa l'ha costretta alla resa finale?
“La mente mi ordinava di non mollare, ma il fisico si rifiutava categoricamente di obbedire. La lesione conclusiva alla caviglia ha decretato la fine di ogni speranza: le mie energie erano prosciugate, l'atto stesso del correre era impossibile e la quotidianità dell'allenamento si era trasformata in un puro calvario fisico invece che in una gioia. Non ero più in grado di tollerare quel dolore costante, ho capito che accanirsi non aveva più alcun senso”.
Oggi che ha detto basta con il professionismo, sente la nostalgia del rettangolo verde?
“Inevitabilmente un po' mi manca. Per compensare, passo praticamente tutti i fine settimana incollato allo schermo a divorare partite. Il mio sguardo è puntato in modo particolare sulle gare dell'Atalanta, ovviamente, ma cerco di non perdermi nulla del nostro campionato”.
In che modo sta cercando di curare questa sua "sindrome d'astinenza" calcistica?
“Ho trovato la mia valvola di sfogo allenando i ragazzini dell'Alzano, lo stesso club in cui tira i calci al pallone mio figlio. Questa esperienza mi ha letteralmente salvato nei primi mesi successivi al mio ritiro. Non ero mentalmente attrezzato per spegnere l'interruttore e rinunciare alla routine che ha scandito ogni mio singolo giorno per due decenni. L'impatto iniziale è stato destabilizzante. Ora guardo al futuro: a luglio sarò a Coverciano per prendere il patentino Uefa B. Voglio accumulare esperienza nei settori giovanili per capire se è davvero questa la mia vocazione, ma la voglia di rimettermi in pista e donare a questi ragazzi il mio bagaglio tecnico è tantissima”.
Tra i vari allenatori incontrati, che figura rappresenta per lei Gian Piero Gasperini?
“Lui è molto di più di un allenatore, è un vero e proprio maestro di vita. Lavorare con lui ha rivoluzionato per sempre il mio modo di interpretare questo sport. Non scorderò mai l'abbraccio che ci scambiammo nell'ottobre del 2016 dopo aver battuto il Napoli: eravamo in un momento critico, i risultati latitavano e lui si prese il rischio di buttarmi nella mischia. Al fischio finale esplosi di gioia e lo strinsi a me come avrei fatto con mio padre. È senza dubbio l'uomo a cui mi sento professionalmente ed emotivamente più connesso, pur conservando un'enorme gratitudine per Stefano Pioli, sempre prodigo di consigli preziosi, e per Paolo Zanetti, che a Venezia mi diede grandissima fiducia”.
Le parole di Mattia Caldara chiudono un capitolo doloroso ma fondamentale della sua esistenza, aprendo le porte a una nuova consapevolezza. La maturità con cui analizza le proprie fragilità umane e fisiche dimostra uno spessore d'animo raro. Il calcio giocato gli ha voltato le spalle troppo presto, ma gli ha lasciato un patrimonio di esperienze e di resilienza pronto per essere trasmesso alle nuove generazioni. Una vittoria personale che vale molto più di un trofeo alzato al cielo.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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