Stasera, sotto i riflettori di Houston, il Portogallo prova a rimettere in piedi il proprio Mondiale: contro l'Uzbekistan serve la vittoria che cancelli il deludente esordio. E come sempre, da oltre vent'anni, il faro attorno a cui ruota tutto ha un nome solo: Cristiano Ronaldo. A 41 anni e 138 giorni, quarto giocatore più anziano a calcare un campo iridato, il capitano lusitano si gioca un altro capitolo della propria leggenda. O il primo, doloroso passo verso l'uscita di scena.
UN CLIMA AVVELENATO - Dentro lo spogliatoio portoghese si respira tensione, e attorno alla squadra è cresciuto un caos quasi surreale – come racconta il New York Times –, fatto di parole prese, rigirate e trasformate in sentenze. Le frasi di João Neves e di Francisco Conceição sono finite nel tritacarne dei social, dove ognuno legge ciò che vuole e poi emette il proprio verdetto. Inevitabile, visto chi siede al centro della scena.
IL DIGIUNO CHE INQUIETA - I numeri, da soli, basterebbero a spiegare il nervosismo. Ronaldo resta il marcatore più prolifico nella storia delle nazionali, 143 reti, eppure non timbra il cartellino da ottobre. Quattro gare a secco, per chiunque, sarebbero ordinaria amministrazione; per lui diventano un caso. E all'esordio si è visto un fuoriclasse svuotato: tre conclusioni imprecise, venticinque palloni toccati, nessun guizzo. Non un moto di stizza, nemmeno quando i compagni hanno scelto di cercare altrove.
LO SCUDO DEL CT - A fare muro è Roberto Martínez, che respinge ogni processo: perché togliere dal campo, ragiona, «il più forte attaccante del mondo» proprio quando serviva un gol? Argomentazione ineccepibile, ma ancorata a una stagione che forse non esiste più. Dall'Inghilterra, intanto, piomba la stoccata di Paul Scholes: «vorrei vedere in campo solo chi sta in porta».
LA GRANDE CONTRADDIZIONE - Perché Ronaldo è, oggi, un enigma. All'indomani del deludente Mondiale in Qatar scelse l'Arabia Saudita e l'Al Nassr, dove ha continuato a segnare a raffica: 129 gol in 147 gare. Quando rientra nel giro del Portogallo sembra il solito, eppure qualcosa si è incrinato: l'età, un campionato meno probante e, forse, il peso di aver perso definitivamente la corsa a distanza con Lionel Messi. Persino la spavalderia di un tempo si è smorzata, ridotta a un «Non avete visto le mie partite?» pronunciato alla vigilia.
IL REATO DI LESA MAESTÀ - Eppure è bastato poco per scatenare la bufera. Quando Chico ha spiegato che il pallone va dato «a chi è nella miglior posizione» e non per forza al numero 7, sono piovuti insulti, salvo poi la sua precisazione: nessuno è come Ronaldo, resta un esempio. Conceição non è però l'unico finito nel mirino: Diogo Dalot ha rivelato che la preparazione contemplava persino sedute su come reggere la pressione mediatica «soprattutto avendo in squadra uno come Ronaldo», mentre João Neves è stato crocifisso per una frase innocua: «Ronaldo è uno di noi, un altro ragazzo che cerca di dare una mano».
L'ULTIMO BIVIO - Alla fine - scrive La Gazzetta dello Sport -, la decisione spetterà a lui. Come Fernando Santos prima d'ora, Martínez non ha mai contemplato un Portogallo senza il suo totem, e così toccherebbe a Ronaldo, semmai, farsi da parte. Solo che la parola resa non gli appartiene. L'Uzbekistan, allora, non è soltanto la seconda tappa del girone: è il punto in cui può ammettere a sé stesso che gli anni sono passati, oppure rilanciarsi, punto sul vivo da un Messi tornato sublime, due gol e capocannoniere mondiale di ogni epoca. A sbarrargli la strada, ironia della sorte, ci sarà Fabio Cannavaro: l'unico difensore Pallone d'Oro, che alzava la Coppa a Berlino quando Ronaldo viveva il suo primo Mondiale.
Stasera, insomma, in palio non ci sono soltanto tre punti. C'è il diritto di un campione a restare al centro del mondo ancora per un po'. La risposta, come sempre, vorrà darla lui.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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