Il calcio italiano continua a interrogarsi sui propri atavici mali in cerca di colpevoli, ma per Gabriele Gravina la diagnosi è fin troppo chiara e risiede in una legge dello Stato. Il presidente dimissionario della Federcalcio ha deciso di rendere integralmente pubblico il dossier che avrebbe dovuto illustrare in queste ore dinanzi alla Commissione Cultura della Camera dei deputati, un'audizione poi annullata ma i cui contenuti stanno già sollevando un enorme polverone mediatico. Al primissimo posto della sua personale lista nera figura senza mezzi termini l'abolizione del vincolo sportivo, una mossa legislativa i cui effetti collaterali vengono definiti letteralmente «devastanti sulle fondamenta del sistema calcio italiano».
LA LEGGE DELLO STATO E LA BATTAGLIA PERSA - Il riferimento normativo che ha scardinato le vecchie abitudini e stravolto il mercato giovanile è il decreto legislativo 36/2021. Si tratta di una rigida direttiva governativa e non di un'ordinanza varata dal palazzo del calcio, una riforma strutturale capace di sopravvivere incolume all'avvicendamento di ben tre diversi esecutivi, guidati in rapida successione da Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni. Nonostante le veementi e ripetute proteste sollevate negli anni dalla Figc e da svariati club professionistici allarmati, ogni tentativo di attenuare o ammorbidire la disciplina si è scontrato contro un muro di gomma istituzionale invalicabile.
LE ORIGINI DEL NODO E LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA - Per interi decenni, l'istituto del vincolo sportivo dilettantistico ha rappresentato la vera e propria architrave del sistema federale. Questa norma legava a doppio filo un calciatore dilettante alla società di tesseramento, ponendo paletti severissimi alla sua libertà di trasferimento verso altri lidi. La prassi prevedeva un rinnovo automatico stagione dopo stagione, attivo fino al compimento del venticinquesimo anno di età o alla firma del primo contratto da professionista. Se da un lato questa prassi generava oggettive storture burocratiche, costringendo talvolta i ragazzi a dover pagare di tasca propria per ottenere il via libera e liberare il cartellino, dall'altro lato fungeva da fondamentale scudo protettivo per gli investimenti delle società formatrici.
IL PARADOSSO DEI GIOVANI E IL CASO ATALANTA - Il colpo di spugna totale ha però generato un drammatico rovescio della medaglia, disincentivando di fatto le spese e le progettualità sui settori giovanili. L'Atalanta rappresenta oggi l'esempio più emblematico e doloroso di questo paradosso normativo: la società nerazzurra ha dovuto denunciare a più riprese i numerosi scippi perpetrati da squadre straniere, in particolar modo dalle ricche accademie tedesche (ultimo caso Samuele Inacio da parte del Borussia Dortmund). Con i giovani talenti ormai liberi di accasarsi altrove di anno in anno a fronte di indennizzi irrisori, lontanissimi dal reale valore di mercato, i club più virtuosi rischiano di veder sfumare all'improvviso anni di lavoro e programmazione. Un danno incalcolabile per chi ha sempre fatto della valorizzazione del talento il proprio marchio di fabbrica.
La rivoluzione pensata per liberare il talento giovanile rischia, per un clamoroso effetto boomerang, di trasformarsi nella definitiva condanna a morte dei vivai italiani. Serve un correttivo immediato prima che la fabbrica dei campioni chiuda i battenti per sempre.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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