Oggi Zingonia è un po' più fredda, e non è colpa dell'inverno di dicembre. Oggi l'Atalanta perde un pezzo della sua anima, uno di quei pilastri su cui è stato costruito il "mito" della Dea che oggi ammiriamo in Europa. Ci ha lasciato Eugenio Perico (papà di Gabriele, 99 presenze in Serie A e 147 in B, di cui 83 con l’AlbinoLeffe). Per gli almanacchi sarà l'ex difensore roccioso delle promozioni, il giocatore che ha onorato la maglia tra gli anni '70 e '80. Ma per noi, per chi ha respirato l'aria dei campetti di provincia e del Centro Bortolotti, Perico era molto di più. Era il Maestro. Era la guida severa e giusta che ha trasformato generazioni di ragazzini in uomini.
L'uomo delle promozioni, il maestro dei campioni. Prima di salire in cattedra, Eugenio aveva imparato la lezione sul campo. Non era uno da tocco di fino fine a se stesso, era uno di sostanza. Ha vestito le maglie di Spezia, Cremonese e Ascoli, ma il suo cuore è sempre rimasto nerazzurro. Era l'uomo delle risalite, quello che sapeva come si lotta nel fango per conquistare il paradiso della massima serie. Quella stessa grinta, smessi gli scarpini, l'ha portata in panchina.
Ed è qui, all'ombra della figura paterna di Mino Favini, che Perico ha compiuto il suo capolavoro. Se Favini era la mente, il visionario che ha creato il "modello Atalanta", Eugenio era il braccio operativo, l'artigiano che modellava la materia grezza. Dalle sue mani sono passati tutti: campioni che oggi vediamo in tv, ragazzi che hanno fatto carriera altrove, e altri che il calcio lo hanno lasciato ma che si portano dentro i suoi insegnamenti.
Quel telefono che squillava e la scuola di vita. Scrivere questo saluto, per me, non è solo dovere di cronaca. È un tuffo al cuore. Perché professionalmente sono nato e cresciuto proprio lì, a bordo campo, seguendo le sue squadre. Ricordo come fosse ieri i pomeriggi al Centro Sportivo Bortolotti di Zingonia, quando mossi i primi passi nel giornalismo sportivo per "Il Giornale di Bergamo", raccontando le gesta dei suoi Giovanissimi Nazionali con cui vince ben 4 Scudetti (2001/02, 2003/04, 2004/05, 2007/08). Erano le stagioni d'oro, quelle in cui il vivaio sfornava talenti a getto continuo.
Ricordo, inoltre, le telefonate con il Mister con l'intento di sviscerargli quelle probabili formazioni da lui mai svelate fino alla distinta iniziale di ogni partita. Però, quei dialoghi, non erano mai banali. Era un uomo che non lasciava nulla al caso: severo, esigente, a volte burbero, ma di quella severità che ti forma. Non ti regalava un complimento se non te lo eri guadagnato col sangue. Al telefono mi raccontava le partite disputate dai suoi ragazzi con l'enfasi di chi sembrava averle disputate realmente lui al loro posto, ma con l'analisi lucida di chi guardava oltre al risultato sportivo, perchè il suo compito era formare ed educare prima il ragazzo e poi il prospetto calcistico. A mister Eugenio Perico interessava che imparassero a stare al mondo. L'educazione, il rispetto per l'avversario, la cultura del lavoro: queste erano le sue vere vittorie.
L'ultimo passaggio. Oggi che Eugenio raggiunge il suo amico Mino lassù, immaginiamo che si stiano già mettendo a disquisire di tattica e di giovani talenti su qualche panchina celeste. A noi resta l'eredità immensa di un uomo che ha incarnato l'essenza dell'Atalanta: umiltà, lavoro, appartenenza. I campioni passano, le coppe entrano in bacheca, ma sono gli uomini come Perico che rendono una squadra una Leggenda.
Grazie di tutto, Mister. Per le lezioni di calcio e, soprattutto, per quelle telefonate che mi hanno insegnato a guardare questo sport con occhi diversi.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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