C'è un confine sottile tra il trionfo e il baratro, e l'Atalanta lo ha attraversato nel modo più doloroso possibile. Per un tempo, la New Balance Arena ha cullato il sogno di vedere la Dea lassù, al terzo posto in Europa, alle spalle solo dei mostri sacri. Poi, la luce si è spenta. Non è stato un calo fisico, ma un vero e proprio suicidio sportivo: tre gol incassati in pochi minuti, una squadra che si scioglie alla prima difficoltà e un'occasione d'oro cestinata con imperdonabile leggerezza.
Il verdetto del campo è una doccia gelata: dall'illusione della qualificazione diretta agli ottavi, l'Atalanta scivola al 13° posto, condannata verosimilmente ai playoff a meno di miracoli nell'ultima trasferta a Bruxelles. Ma ciò che preoccupa di più non è la classifica, bensì la fragilità mentale di un gruppo che, quando domina, sembra invincibile, ma quando subisce un graffio rischia di morire dissanguato.
Belli, bellissimi... e incompiuti. Il paradosso della notte europea sta tutto nella prestazione dei singoli. Da una parte un attacco che ha prodotto calcio champagne per 60 minuti: Gianluca Scamacca dominante e rapace, Charles De Ketelaere che dipinge calcio (sfortunato sul palo e sul fuorigioco) e un Nicola Zalewski in versione extra-lusso, il migliore per distacco sulla fascia. Loro hanno costruito, creato, illuso.
Dall'altra parte, però, c'è una fase difensiva che nel momento cruciale è evaporata. Il rientro di Kossounou si è trasformato in un incubo, Djimsiti è affondato e anche l'esperto Zappacosta, sontuoso in spinta, ha pagato dazio con una disattenzione fatale sul secondo palo. Non si può dominare l'Europa se, al primo lancio lungo o al primo rimpallo sfavorevole, si perde la bussola.
La diagnosi: presunzione o immaturità? Le parole nel post-gara sono pietre. Marten De Roon parla di "blackout inspiegabile" e ammette una mancanza di maturità. Davide Zappacosta fa mea culpa evocando lo spettro della presunzione, la sensazione di averla già vinta prima del 90'. E Raffaele Palladino, onesto come sempre, non cerca alibi: la squadra non sa "stare" nelle difficoltà. Quando l'inerzia cambia, l'Atalanta smette di essere squadra e diventa un insieme di individui spaventati.
Ripartire subito: Parma e l'Europa che verrà. Ora non c'è tempo per piangersi addosso. L'obiettivo ottavi diretti è quasi sfumato, ma la stagione non finisce qui. L'Atalanta deve trasformare questa rabbia in benzina per il campionato. Serve riagganciare il treno per l'Europa che verrà, a partire dalla sfida col Parma. Perché se è vero che la Dea gioca un calcio meraviglioso, è altrettanto vero che la bellezza, senza cinismo, in bacheca non porta nulla. Serve diventare "grandi" nella testa, prima ancora che nei piedi.
IL DISASTRO E LA SPERANZA: I NUMERI
ATALANTA-ATHLETIC CLUB 2-3
16’ Scamacca, 58’ Guruzeta, 70’ Serrano, 74’ Navarro, 88’ Krstovic
CHI SALE E CHI SCENDE
TOP - ZALEWSKI (6,5): Un incubo per i baschi, pennella assist e giocate. Predicatore nel deserto.
TOP - SCAMACCA (6,5): Dominante finché ne ha. Il gol è da centravanti vero, ma predica cinismo.
FLOP - LA DIFESA (4,5): Kossounou e Djimsiti travolti. Tre gol presi in 16 minuti sono una condanna.
CLASSIFICA: Crollo dal 3° (virtuale) al 13° posto. Ottavi diretti ora appesi a un filo.
DALLA SALA STAMPA:
Palladino: «Blackout inspiegabile. Dobbiamo imparare a soffrire».
De Roon: «Poca maturità, siamo spariti dal campo».
© Riproduzione Riservata
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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