L’Atalanta non è una tradizione di famiglia, ma una scelta di pelle e di cuore. Maria Malerba non è nata atalantina, ma lo è diventata per scelta e per vissuto personale. Già fondatrice del Club Atalanta di Cisano e più volte ospite della trasmissione SeiLaDEA di Patrizio Romano su Seilatv, Mery, come tutti la conoscono, apre le porte della sua passione nerazzurra, raccontando con entusiasmo e trasporto il suo legame con la squadra: dalla delusione in Champions League alla fiducia incondizionata in mister Palladino, fino ai giocatori che più le hanno rubato il cuore.
LA RABBIA DOPO IL BELGIO
Mery, sei arrabbiata per la sconfitta in Champions?
«Sono arrabbiata con la squadra, ma non con Palladino - confida ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Sto leggendo tantissimi commenti contro di lui, gente che dice che ha sbagliato tutto, che deve andarsene, e sinceramente resto allibita. Capisco la rabbia, capisco la delusione, ma prendersela con l’allenatore in questo modo mi sembra fuori luogo. Se proprio devo trovare un errore, l’unica scelta discutibile per me è stata quella di Sportiello in porta, ma sono convinta che ci fosse una motivazione. Carnesecchi, del resto, è diventato papà da due giorni. E comunque parliamo pur sempre di Sportiello, il nostro secondo portiere. Quando lo fai giocare? Al contrario, sono molto arrabbiata per l’atteggiamento di alcuni giocatori, come Lookman, Samardzic, Hien. Sono entrati a fare cosa? In generale, poi, ho visto tutti spenti, come se fossero entrati in campo convinti di portarla a casa facilmente, senza cattiveria, senza fame e motivazione. E questo mi ha colpita perché con l’arrivo di Palladino mi sembrava che la squadra avesse ritrovato un po’ di grinta, di coraggio, quella voglia di mangiarsi il campo che si era vista anche in passato. In questa partita, invece, mi sono sembrati tutti scollegati, senza anima, come quando c’era Juric in panchina».
Vale per tutti quindi?
«Lookman, Samardzic, Hien sono quelli che hanno reso meno, ma non ho visto nessuno fare davvero la differenza. Forse l’unico a salvarsi è Ahanor, che ho visto un po’ ovunque, con l’atteggiamento giusto per un ragazzo della sua età, uno che prova a mordere la partita. Ma da solo non può fare miracoli. Mi dispiace dirlo perché io credo molto anche in Krstovic: per me doveva essere la sua partita. Palladino gli ha dato fiducia, l'ha scelto, ma se non arrivano palloni può fare fino a un certo punto».
Lookman non è più quello a cui eravamo abituati?
«La vicenda dell’addio mancato all’Atalanta secondo me ha pesato tantissimo. Non è rientrato con lo stesso spirito. Forse bisognava lasciarlo andare, esattamente come si è fatto con Gasperini, quando era il momento giusto. Lookman ha dato tanto, ci ha regalato un trionfo storico e per questo gli saremo sempre grati, ma se non sente più questa maglia come prima, trattenerlo non ha senso. A sua difesa c’è il fatto che dopo la Coppa d’Africa non si è mai fermato, ma lo vedo poco lucido, poco concludente: inciampa, cade. Non è più quello che prendeva palla e quasi sicuramente era pericoloso».
Sarebbe stato meglio cederlo in estate?
«Quello del calciatore è un lavoro come tutti gli altri. Andarsene non significa sputare nel piatto dove si ha mangiato. Non è cattiveria o mancanza di rispetto. Significa semplicemente che a volte serve un cambio d’aria, per tutti. Altrimenti questi sono i risultati. Anche per questo, non me la prendo con Palladino. Le responsabilità sono soprattutto di chi è sceso in campo senza la fame che questa maglia, invece, richiede».
Samardzic ha sprecato un’altra occasione?
«Al suo arrivo a Bergamo, l’avevo visto bene, motivato. Pensavo potesse dare davvero qualcosa in più. Mi sembrava uno che poteva crescere dentro questa squadra. Non so se l’intermezzo con Juric lo abbia mentalmente bloccato, se gli abbia tolto certezze e fatto perdere fiducia in sé stesso. Fatto sta che oggi lo vedo in difficoltà, come se non avesse ancora capito dove stare, cosa fare e quale sia davvero il suo ruolo. Non dico che non sia un giocatore da Atalanta in senso assoluto, ma noi non abbiamo tempo per aspettare troppo un giocatore che non sta rendendo».
Credi sia uno dei sacrificabili in questa chiusura di mercato invernale?
«Sì. Anche nella partita di Champions con l’Athletic di settimana scorsa non ha inciso e quei minuti di blackout che ci sono costati cari, secondo me, passano anche dalla sua prestazione incolore. Non lo vedo abbastanza dentro la partita per giocare con noi in questo momento».
PALLADINO E IL FUTURO
A proposito di Champions, i sorteggi ci diranno se dovremo affrontare Olympiakos o Borussia Dortmund…
«Per quest’Atalanta ogni partita può diventare difficile, anche quelle contro squadre che sulla carta dovrebbero essere più facili da affrontare, tipo l’Olympiakos. Se non entriamo in campo con la testa giusta, possiamo avere davanti chiunque, anche una squadra modestissima delle categorie inferiori e non portarla comunque a casa. Il problema non è l’avversario. Lo switch deve scattare dentro di noi, non fuori».
Quale credi possa essere la soluzione?
«Io confido molto in Palladino. A me lui piace tantissimo. L’unica cosa che gli rimprovero è, forse, di aver concesso troppi riposi. Detto questo, la mia stima per lui è enorme: lo adoro come tecnico e come persona. Dopo la gestione di Juric, la squadra arrivava da un periodo pesante e aveva bisogno di essere ricostruita anche mentalmente. Lui è entrato nello spogliatoio “morbido”, coccolando i giocatori, proteggendoli e ridando loro fiducia. Questo è il ringraziamento? Palladino è molto intelligente e secondo me questa partita gli ha acceso una lampadina».
Credi sia stato troppo accondiscendente?
«Forse è stato troppo buono, ma se fosse arrivato a inizio stagione, probabilmente oggi non saremmo nemmeno qui a parlare di certe figure imbarazzanti. Purtroppo si trascina dietro macerie che non dipendono da lui. Io mi aspetto meno morbidezza, più richieste, più responsabilità».
Per la Champions, quindi, non fai nessun calcolo?
«A questo punto, non so se preferirei puntare tutto sul campionato o continuare a inseguire qualcosa in Europa. Io mi aspetto soprattutto maggior impegno e concentrazione in campionato, per raggiungere una buona posizione, da cui poter ripartire l’anno prossimo con un’identità chiara».
A questo punto la Coppa Italia torna un traguardo importante?
«Torna ad avere un peso, ma serve un po’ più di umiltà per buttarsi davvero su un obiettivo concreto. Anche quella è una strada per raggiungere l’Europa. Giovedì non sarà facile. La Juventus non regala niente, ma ancor prima dobbiamo pensare alla partita di domenica contro il Como».
Mister Palladino ci ha pensato quando ha fatto la formazione di Champions? Un po’ di turnover mirato con la testa al Como?
«Può essere che abbia pensato di gestire le energie, di non spremere sempre gli stessi, anche perché poi i punti in campionato servono come il pane, ma sono convinta che qualsiasi scelta avesse fatto, sarebbe stato criticato, sia se avesse fatto giocare sempre gli stessi, stanchi e reduci da mille partite, sia gente più riposata. Non vorrei mai essere nei suoi panni, soprattutto in una stagione così complicata».
Credi che, con la prestazione in Belgio, la squadra abbia mancato di rispetto ai tifosi?
«Anch’io m’innervosisco quando vedo giocatori camminare, spenti, che non mordono la partita. C’è gente che lavora tutta la settimana, che si fa chilometri, che spende soldi, tempo ed energie per essere presente. Io ho fatto tante trasferte. Perdere ci sta, ma dopo aver dato tutto. In quel caso, indipendentemente dal risultato, noi tifosi torniamo a casa soddisfatti. Se invece vediamo una squadra svogliata, ci sentiamo presi in giro. Un giocatore può avere una partita storta, ma quando diventano una sì e due no, quando vedi sempre lo stesso atteggiamento sottotono, allora c’è un problema. È per questo che oggi non riesco a prendermela con Palladino. Le responsabilità, per me, sono soprattutto di chi scende in campo e non onora fino in fondo né la maglia, né chi sta sugli spalti o in trasferta a sostenerla».
Vale ancora il discorso dello svuotamento mentale o è una questione di valore della rosa?
«Abbiamo giocatori di qualità. Abbiamo perso Retegui, ma la squadra è rimasta praticamente la stessa della scorsa stagione. Allora perché prima creavi, attaccavi, facevi paura e adesso fai fatica anche solo ad arrivare davanti alla porta? Non siamo una squadra costruita male rispetto alle altre. Forse manca una pedina a centrocampo. Mi sembra che l’Atalanta sia De Roon dipendente, ma penso che con questa rosa si possa fare di più. Il problema è mentale. Manca lo scatto per fare il salto di qualità e non riesco a capire perché, anche se resto ottimista perché dall’arrivo di Palladino è cambiata l’aria, dentro la squadra e nella società stessa. Con lui il passaggio dal nulla cosmico di Juric a una reazione vera è stato netto».
Juric non ti piaceva?
«Per me è stato un incubo calcistico. Non sono mai riuscita a digerirlo. Anche solo vederlo in panchina mi dava fastidio. Non l’ho mai visto trascinare la squadra. Palladino è stato il sole dopo il temporale. Vive la partita, spinge i ragazzi, trasmette qualcosa. Con lui abbiamo ritrovato fiducia, siamo risaliti, siamo passati nella parte sinistra della classifica, per un momento siamo anche stati terzi nella classifica di Champions League e siamo ancora in corsa su tutti i fronti».
Adesso perché ti stai arrabbiando ancora?
«Perché certi tifosi non li capisco. Ricordiamoci da dove veniamo. Abbiamo lottato anni per non retrocedere e ne facciamo una tragedia se non passiamo il turno in Champions? Io non sono nata atalantina, non posso raccontare del papà che mi portava allo stadio, ma so cosa vuol dire crescere, soffrire, risalire piano piano. E oggi, nonostante tutto, questa squadra non la vedo finita. La vedo confusa, mentalmente stanca, ma non senza futuro».
STORIA DI UNA PASSIONE
Tu quando sei diventata atalantina?
«Sono cresciuta in una famiglia d’interisti, ma una decina di anni fa sono diventata atalantina. Nel 2016 ho fondato il Club Atalanta nel mio paese. Ho iniziato ad andare allo stadio, a seguire la squadra, a interessarmene davvero. Ho avuto anche la fortuna di conoscere diversi giocatori. L’Atalanta è diventata una parte importante della mia vita, non per tradizione familiare, ma per scelta, per vissuto, per pelle. E certe cose, quando le vivi così, non te le togli più».
Cosa ti ha colpito di più della realtà nerazzurra?
«La normalità. Nessun fenomeno. Giocatori alla mano, che non rifiutano mai un contatto con i tifosi».
Il tuo preferito?
«Conosco Malinovskyi e la moglie. Con loro c’è stato un rapporto davvero speciale e ci sentiamo ancora oggi. Avevo organizzato una cena per l’Ucraina e lui aveva partecipato. Nell’ultima trasferta a Genova ho incontrato sua moglie e ci siamo salutate. È rimasto un legame vero. Io dico sempre che lui è stato mio marito numero 1. Il numero 2, invece, è stato Retegui, per simpatia, per affetto, per rapporto umano, ma il mio preferito in assoluto è stato Freuler. Non c’è una spiegazione precisa. Saranno stati quegli occhi azzurri, quello sguardo, ma mi è sempre piaciuto anche a livello tecnico, come modo di stare in campo».
Oggi il tuo preferito è mister Palladino?
«Assolutamente. Davvero una bella persona. Mi piace molto anche Krstovic. Simpatico, un buono. Qualche settimana fa, prima della partita con il Bologna, ero andata a Zingonia. Ero riuscita a parlargli. Lui è un ragazzo giovane e gli avevo detto che poteva farcela a dimostrare il suo valore. E lui è tornato al gol. A saperlo ci andavo prima (ride, ndr)».
O magari anche ora che ci aspetta la partita con il Como.
«Sarà dura. Sarebbe banale dire che, dopo la sconfitta con l’Union, mi aspetto un’altra reazione da leoni. Il Como sta facendo molto bene. L’importante è dare un segnale che ci siamo, che siamo vivi».
Per Mery, l’Atalanta non è solo una squadra, ma una parte importante della sua vita. È la passione che si sceglie, quella che ti entra dentro e non ti lascia più, fatta di emozioni, coraggio e fedeltà, anche nei momenti difficili. Perché tifare non è un dovere, ma un’esperienza che si vive con il cuore.
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