Sei anni dopo, le immagini dei camion militari che lasciavano Bergamo sono arrivate fino a Cipro e fanno ancora male. Claudia Esposito, giornalista bergamasca e responsabile delle esclusive di TuttoAtalanta.com, è stata intervistata da goal.cy, il portale sportivo di Philenews, alla vigilia dell'esordio europeo contro il Pafos, e ha raccontato ai lettori ciprioti la ferita più profonda della sua città.
Le immagini dei camion militari che trasportavano bare fuori da Bergamo hanno fatto notizia anche a Cipro. Sei anni dopo, che cosa ha lasciato quel periodo alla città e alla sua gente?
«Ha lasciato un segno profondissimo, una ferita che non si rimarginerà mai del tutto. Ancora oggi mi commuovo molto quando ricordo quei momenti, e credo che lo stesso accada a ogni bergamasco. Le immagini dei camion militari con le bare mostravano una città devastata dalla pandemia, dalla paura e dal lutto. Ogni famiglia ha perso uno o più affetti: genitori, nonni, fratelli, zii, zie o amici. Al lutto si aggiungeva la solitudine: le persone venivano ricoverate, a volte trasferite lontano da Bergamo, senza che i familiari potessero accompagnarle o restare al loro fianco, e in molti casi i loro cari non le hanno più riviste. C'era poi una paura costante, perché nessuno sapeva che cosa sarebbe successo dopo. In tutto questo il calcio ha offerto, anche solo per qualche ora, una via di fuga dalla realtà. Il campionato italiano si è fermato e, quando è ripartito, si giocava a porte chiuse: stadi enormi completamente vuoti, nel cui silenzio si sentivano soltanto le voci di giocatori e allenatori. Il 19 febbraio 2020, quando non avevamo ancora compreso pienamente la gravità della situazione, l'Atalanta affrontò il Valencia nell'andata degli ottavi di Champions League davanti a quasi 46.000 spettatori a San Siro, e in seguito ci si è interrogati sul possibile ruolo di un assembramento così grande nella diffusione dei contagi. C'è però un'immagine che porterò sempre nel cuore. Il 10 marzo, nel ritorno con il Valencia a porte chiuse, l'Atalanta conquistò una storica qualificazione ai quarti di finale di Champions League, e a fine gara i giocatori mostrarono una maglietta bianca con la scritta: "Bergamo, questa è per te. Mola mia". "Mola mia" è un'espressione del nostro dialetto e significa "non mollare mai": esprime lo spirito di Bergamo, la sua determinazione e la sua capacità di continuare a lottare anche davanti alle difficoltà più grandi. L'idea fu di Marcello Ginami, storico fisioterapista dell'Atalanta, che aveva scritto lui stesso il messaggio sulla maglietta con un pennarello. In quel momento Bergamo aveva bisogno proprio di questo: sentire che qualcuno le era vicino, forza e speranza. Sei anni dopo, Bergamo è andata avanti, ma non ha dimenticato. E non dimenticherà mai».
Che ruolo hanno avuto l'Atalanta e i suoi tifosi nel sostenere la comunità in quei giorni difficili? Quell'esperienza ha cambiato il rapporto tra la città e il club?
«L'Atalanta e i suoi tifosi hanno avuto un ruolo importante durante la pandemia, con numerose iniziative di solidarietà. I tifosi della Curva Nord hanno lavorato insieme agli Alpini per allestire l'ospedale da campo alla Fiera di Bergamo. Circa 1.200 tifosi hanno rinunciato al rimborso dei biglietti della trasferta di Champions League a Valencia, donando 60.000 euro all'ospedale Papa Giovanni XXIII; Gasperini e i giocatori hanno donato a loro volta 50.000 euro, mentre il club ha contribuito all'installazione degli impianti per la distribuzione dell'ossigeno nell'ospedale da campo. Non credo, però, che la pandemia abbia cambiato il rapporto tra la città e la squadra, perché quel legame era già fortissimo. I tifosi atalantini sono sempre stati molto attivi nelle iniziative benefiche: nel settembre 2024, quando Bergamo fu colpita da gravi alluvioni, decine di tifosi si mobilitarono spontaneamente per aiutare le famiglie a spalare il fango, svuotare cantine e garage allagati e portare via ciò che l'acqua aveva distrutto. Essere tifosi dell'Atalanta significa anche questo: sentirsi parte di una comunità e aiutarsi a vicenda nei momenti difficili. La pandemia non ha creato questo legame: ha dimostrato ancora una volta quanto fosse già profondamente radicato».
Una ferita che Bergamo porta ancora addosso e che il pallone ha saputo trasformare in un simbolo di resistenza, anche grazie alla squadra guidata allora da Gasperini. Nell'integrale il racconto si allarga fino alla notte di Dublino e alla Dea di oggi.
LEGGI QUI → L'intervista integrale di Claudia Esposito a goal.cy su TuttoAtalanta.com
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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