Ci sono case in cui si torna con la chiave ancora in tasca e case in cui si suona il campanello. Maurizio Sarri domenica 20 settembre alle 18 suonerà il campanello dell'Allianz Stadium, e dall'altra parte della porta troverà una Juventus che non è più la sua e un pubblico che non gli deve niente. Nella stagione 2019-20 vinse lo scudetto, il nono consecutivo dei bianconeri, e nell'agosto dello stesso anno fu congedato: il campione d'Italia esonerato è una figura rara nel nostro calcio, e Sarri è probabilmente quella più nota. Torna da tecnico dell'Atalanta, con due sconfitte consecutive sulle spalle e sei punti in classifica, e questa è la parte della storia che mi interessa di più.

Non è un ritorno da vendicatore. Chi conosce l'uomo sa che il rancore non è nel suo repertorio: c'è l'orgoglio, che è un'altra cosa, e c'è la tuta, che è la sua bandiera. A Torino, sei anni fa, gli chiesero di indossare la giacca e di vincere la Champions; vinse il campionato e uscì agli ottavi, e la giacca non gli è mai stata perdonata. Stiamo parlando di cultura aziendale, non di tattica. La Juventus di allora aveva un'idea di sé che non prevedeva un allenatore da campo di provincia, e Sarri aveva un'idea di calcio che non prevedeva compromessi. Il divorzio era scritto prima del matrimonio.

Curiosità: i numeri raccontano che contro la Juventus il Comandante ha vinto solo cinque dei diciannove incroci da avversario. Ma i numeri raccontano anche che l'Atalanta, in casa bianconera, non perde in campionato dal 14 marzo 2018: otto trasferte, due vittorie e sei pareggi, e in mezzo lo 0-4 del marzo 2025 che a Torino ricordano come un'umiliazione. Due tradizioni opposte si incontrano nello stesso uomo. Ma torniamo a Sarri: la vera partita, per lui, non si gioca contro Spalletti – un altro toscano, un altro sessantasettenne, un altro che ha vinto uno scudetto in una piazza che poi lo ha lasciato andare – ma contro l'idea che questa Atalanta non gli somigli ancora.

Dopo il Cagliari ha detto di aver visto un po' di luce in fondo al tunnel, e io gli credo, perché la squadra ha tirato di più, ha tenuto il campo, ha perso su un rigore e su un contropiede. Il problema è che ha perso. E che ha perso 2-1 per la seconda volta di fila, con lo stesso copione: un predominio territoriale che non diventa pericolo, una difesa che concede il colpo singolo. La Juventus dell'ex, reduce dal 5-0 al NEC, non è l'avversario ideale per chi cerca certezze; è però l'avversario ideale per chi cerca una misura. A Torino si capirà se il 4-3-3 sarrista sta prendendo forma o se la fase di transizione ha bisogno della sosta più di quanto si ammetta.

Un dettaglio mi ha colpito, in settimana: Sarri ha avuto cinque sedute piene, senza coppe, con il gruppo al completo tranne Hien e Sulemana, mentre Spalletti ha giocato ieri (5-0 al NEC in Europa League). Il tempo, per un allenatore che vive di ripetizioni, è la materia prima. Se domenica l'Atalanta mostrerà i movimenti che a Zingonia hanno provato dieci contro dieci, allora la rivoluzione che ha bisogno di tempo avrà cominciato a restituire qualcosa. Se invece rivedremo i cinquantuno tiri di saldo negativo delle prime giornate, il campanello all'Allianz avrà suonato a vuoto.

Sei anni fa uscì da quella casa con un trofeo in mano e nessuno che lo salutasse. Domenica gli basterebbe uscirne con un punto e una squadra che finalmente si riconosce allo specchio.

© Riproduzione Riservata

🟦⬛ Community nerazzurra Segui TuttoAtalanta.com su tutti i canali ufficiali Ultim'ora, esclusive, foto e dirette: la Dea raccontata H24, dove preferisci. Scegli il tuo canale e resta collegato.
Sezione: Primo Piano / Data: Ven 18 settembre 2026 alle 08:15 / Fonte: Lorenzo Casalino
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
vedi letture