Dal cambiamento del tifo atalantino alle rivalità più sentite, fino al presente della squadra, tra Raffaele Palladino e l’eredità lasciata da Gian Piero Gasperini. Andrea Riscassi, giornalista di Rai Sport che segue la Nazionale italiana e le vicende nerazzurre, analizza il momento della Dea con uno sguardo che unisce campo, ambiente e identità. L’occasione è stata la presentazione del libro «Solo Atalanta. 90’. Tante vite», andata in scena la scorsa settimana nella sala civica di Sotto il Monte, dove il focus si è spostato anche sul presente, dalla crescita del popolo atalantino alle sfide ancora aperte, passando per una Coppa Italia che resta obiettivo e banco di prova decisivo.

IL SENSO DI APPARTENENZA E L'ADDIO DI GASPERINI

Andrea, com’è cambiata negli anni la genesi del popolo atalantino?
«Quando la squadra vagava tra la Serie A, B e C era la squadra della città e della provincia – ha espresso il noto giornalista ripreso dai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Quella per cui simpatizzavi, ma allo stesso tempo tifavi per una big. Anche a Bergamo e provincia ci sono ancora juventini, milanisti, interisti e tifosi di tantissime altre squadre, ma l’identificazione tra la squadra, la città e la provincia è diventata sempre più forte. Oggi vedo tantissimi ragazzini con i colori nerazzurri: magliette, cappellini, zaini. In questi anni Bergamo è cambiata tanto, anche grazie all’aeroporto, guadagnando consensi come città turistica, ma anche facendo conoscere la propria squadra, tanto che ora, in qualunque parte d’Europa, se non del mondo, non c’è più bisogno di spiegarla. È cambiata la stessa percezione che si ha del club, che durante il Covid ha rappresentato una valvola di sfogo in un momento devastante per la provincia, dove la vita e la storia delle persone è spesso connessa a quella calcistica».

Nella storia nerazzurra rientrano le rivalità con alcune squadre. Quali sono?
«La prima partita che ho dovuto seguire come giornalista è stato un derby tra i nerazzurri e il Brescia. Ricordo che ci furono scontri durissimi sul piazzale. Ho seguito quella partita da bordo campo per la Rai. Alle spalle avevo i tifosi bresciani che cercavano di colpirci. Fu un battesimo del fuoco. Adesso, invece, è tutto molto anestetizzato. Negli ultimi dieci anni francamente ricordo solo episodi di poco conto. Le rivalità principali oggi sono due, quelle con il Napoli e con la Roma. Forse Gasperini quest’ultima l’aveva dimenticata».

Credi che, al di là dell’addio, aver scelto la Roma abbia creato un divario insanabile con il popolo nerazzurro?
«Sì. Fosse andato al Genoa, che comunque non è una tifoseria amica, credo che la frattura sarebbe stata minore. Gasperini non era un mister qualunque, ma quello che ha fatto la storia a Bergamo e, personalmente, io quando vedo lui e il suo staff in giallorosso, lo trovo ancora strano. Eppure fa parte del mondo del calcio. Non ci sono più le bandiere, né tra i giocatori, né tra gli allenatori. Allo stesso tempo, forse, proprio questa forte rivalità con la Roma ha aiutato i tifosi a superare l’addio di Gasperini, che sicuramente è stato difficile da digerire».

LA COPPA ITALIA E GLI OBIETTIVI STAGIONALI

Nel tuo libro definisci la Coppa Italia come la «coppa maledetta», con tre finali perse in cinque anni sotto la gestione Gasperini. Quest’anno può essere la volta buona?
«Non lo so, perché abbiamo buttato via una buona occasione all’andata, quando la Lazio era in un momento di difficoltà. Adesso si è ripresa e ha un allenatore bravissimo. Io l’avrei voluto qui a Bergamo, nonostante Sarri utilizzi la difesa a quattro e un altro tipo di schema di gioco. È un allenatore spigolosissimo. Non dice mai quello che ti aspetti. Quando poni una domanda a un allenatore, la risposta è sempre simile. Lui no. Ascolta, risponde e ti spiazza. E questo è un pregio non indifferente. Quest’anno ha disputato un campionato più che dignitoso con una squadra che non si è mossa sul mercato. Lui l’ha saputo solo dopo aver firmato il contratto. Non so quanti allenatori, al posto suo, sarebbero rimasti. Sarri ha lavorato con quello che aveva a disposizione. È un’abilità pazzesca. Quando prende appunti durante la partita è come se fosse a scuola. A me sembra una cosa bellissima ed è un segno di grande rispetto e preparazione. Quindi non mi spaventa la Lazio in sé. Quello che mi preoccupa maggiormente è il fatto che la Dea, anche negli anni di Gasperini, abbia spesso sofferto le formazioni di Sarri. È uno che prepara molto bene le partite, le punizioni, i calci d’angolo. Studia tantissimo. Io mi auguro di vincere le prossime due partite di Coppa Italia e di portare finalmente a casa la Coppa, dopo l’ultima volta negli anni Sessanta, ma non è così facile».

In un'eventuale finale meglio affrontare Inter o Como?
«Se dovessimo andare in finale, spero sia contro l’Inter, perché perdere una finale con il Como sarebbe devastante da raccontare, anche per tutto quello che c’è dietro: una squadra spagnola trapiantata nel nostro Paese, senza italiani, esaltata dalla stampa, con un allenatore che parla di rispetto e poi ha atteggiamenti poco rispettosi. Io non ho mai visto un allenatore prendere per la maglia un giocatore avversario e poi avere il coraggio di parlare di rispetto. Per cui spero si vada in finale e che la finale sia con l’Inter, sebbene sicuramente sia una squadra più strutturata, con giocatori in grado di decidere la partita in ogni momento. Lautaro Martinez, da solo, vale praticamente tutti gli attaccanti che ci sono in questo momento sulla piazza, ma in una partita secca tutto è possibile. Se Palladino, dopo quattro mesi, ci portasse a vincere la Coppa Italia, sarebbe l’annata perfetta, il passaggio generazionale perfetto. È difficilissimo, ma possiamo dire che la stagione svolta con la semifinale con la Lazio. Se la batti, sei in Europa l’anno prossimo e questo significa sponsor e continuità economica. La squadra è una macchina costosa. Senza Champions sono circa 70 milioni in meno, ma la struttura deve reggere, tra entrate e uscite a cui ci siamo abituati in questi anni, anche a costo di sacrificare qualcuno, com’è successo in passato».

Sacrificare chi?
«Spero i giocatori più anziani per trattenere quelli cresciuti qui. Io ho seguito per anni l’Under 23 ed è stato un suicidio non portare Palestra in prima squadra. È stato un errore tattico, tanto che è andato in una squadra normodotata come il Cagliari e ora è stato convocato in Nazionale. Spero che la prossima stagione Palestra non diventi una plusvalenza, ma un giocatore su cui fondare la prima squadra. Bernasconi ha rinnovato e Carnesecchi spero faccia altrettanto. Insieme a Scalvini e Palestra, potrebbero essere la struttura per andare avanti i prossimi anni, con giovani italiani cresciuti in casa. Il gruppo oggi è a trazione italiana, molto più di quanto si dica. Forse negli anni scorsi meno, ma adesso sì».

IL PUBBLICO, LE TRASFERTE E L'EFFETTO HAKA

La sconfitta casalinga per 6-1 con il Bayern Monaco sarebbe una storia che oggi troverebbe spazio nel libro, soprattutto per la lezione di calcio che ha dato il tifo bergamasco?
«Non è la prima volta che accade. Ricordo quando c’erano i tifosi a Zingonia dopo il 7-1 a San Siro. L’Inter ci travolse e la Curva andò a Zingonia. Quando il Bayern ha segnato il 5-0, lo stadio ha applaudito per il gol pazzesco di Olise. Il tifoso che va allo stadio è molto rispettoso e consapevole che la squadra tanti anni fa lottava per non retrocedere. Io mi ricordo anche un match col Milan, 1-3, dove al terzo gol la gente ha iniziato ad applaudire perché i rossoneri erano semplicemente più forti. Con il Bayern, lo stadio ha cominciato ad applaudire dal 5-0, forse anche perché ha capito che era probabilmente l’ultima partita di Champions di quest’anno, con l’incognita di quando ci si potrà tornare. I tifosi hanno riconosciuto l’esistenza di squadre più forti, che vanno rispettate. In questi anni è stato fatto un percorso, ma l’immagine della tifoseria resta a volte quella di pericolosa e sovversiva. In realtà, io mi sento meno sicuro in stazione che allo stadio, eppure vedo un dispiegamento di Forze dell’Ordine diverso. Gli applausi dopo il 6-1 sono stata una lezione di stile anche per i tedeschi e nascono da un lungo percorso. Dalla Serie C e B alla A, da anni si costruisce una mentalità e quando allo stadio fischiano un giocatore non è cattiveria. C’è sempre un motivo reale, perché se ti comporti bene non ti fischiano. La gente s’informa, capisce e non dimentica. Può succedere di volersene andare, ma il modo in cui lo si fa conta. E qui sta la differenza, per esempio, tra Koopmeiners e Zapata. Retegui è stato applaudito al suo ritorno. È una piazza che applaude anche dopo un 6-1, ma che fischia chi si comporta male. Lookman ha fatto di tutto per inimicarsi i tifosi, che comunque l’hanno sostenuto, ma quando se n’è andato non si sono di certo strappati le vesti».

Qual è stata la tua trasferta più bella o la più emozionante?
«La più bella è stata la prima volta che abbiamo sfidato il “muro giallo”, perché quella fu una trasferta di massa. Credo ci fossero 8 o 9mila tifosi, già contenti per il solo fatto di esserci. Per me, invece, quello era un punto di partenza per provare ad andare oltre e sognare in grande. Quella più emozionante è stata sicuramente Liverpool. Quando Gasperini sperava di affrontare gli inglesi pensavo fosse una follia, ma aveva ragione: per fare qualcosa di straordinario, bisogna affrontare squadre straordinarie. Contro il Liverpool le nostre quotazioni erano date a zero. Alla fine abbiamo vinto addirittura l’Europa League, ma per come si era sviluppato il percorso non era neanche così folle pensare di potercela fare».

E lo stadio che ti ha colpito di più?
«Quello di una trasferta contro l’Union Berlino, nello stadio nella foresta. È un impianto costruito praticamente dai tifosi ed è qualcosa di unico. Avevamo perso 4-1, ma quell’atmosfera è indimenticabile. Ricordo che per segnare i punteggi utilizzavano un cartellone di legno. C’ero andato da tifoso, con mia moglie Alessandra, e indossavo la maglia di Muriel. Ricordo quello stadio come molto suggestivo. Poi quell’anno l’Union Berlino ha fatto male sia in Champions che in campionato. È difficile mantenersi a certi livelli. Dobbiamo ricordarcelo anche noi, senza dimenticare da dove arriviamo. Oggi parliamo di grandi partite europee, ma ci sono squadre che abbiamo affrontato pochi anni fa e che ora sono retrocesse in D. L’ultima è la Triestina. La Serie A è già un privilegio enorme. Guardate il Brescia, la Sampdoria o la Spal: squadre che fino a pochi anni fa affrontavamo regolarmente e oggi sono sparite o molto ridimensionate. È bellissimo giocare contro il Bayern Monaco, ma bisogna sempre ricordarsi che non è scontato. È il risultato di un percorso, che va sempre tenuto presente».

C’è qualcosa del tifo che ti colpisce ancora oggi?
«Quella sorta di Haka che parte a metà del secondo tempo. Non abbiamo un vero e proprio inno. Quello che invece caratterizza davvero la Curva e che ha una continuità molto forte rispetto al passato è quel coro che parte a metà secondo tempo e che noi definiamo un po’ come la Haka nerazzurra. È il momento in cui si crea una specie di rito collettivo che spaventa gli avversari. Tutto lo stadio si stringe attorno a quel coro. Anche le tifoserie avversarie fanno fatica a reagire a quel tipo di spinta. È un momento molto potente, che ora viene addirittura ampliato dalla nuova copertura dello stadio e che è ancora più intenso nelle partite di Champions. Quest’anno credo che un livello simile di rumore si sia sentito anche contro la Roma perché quella era la partita da vincere a ogni costo e i tifosi l’hanno vissuta con un’intensità incredibile. Ci sono partite che hanno un valore diverso. Quando parte quel coro si crea un’energia fortissima e quando la squadra attacca sotto la Curva ne sente la spinta».

IL GIUDIZIO SU PALLADINO E IL MERCATO FUTURO

Rispetto a Gasperini, secondo te Palladino è troppo buono con i suoi giocatori?
«È più diplomatico, ma non credo che negli spogliatoi sia remissivo. Secondo me ha un atteggiamento rigido come tutti gli altri allenatori, solo che non lo esplicita pubblicamente. Palladino non parlerà mai male di un suo giocatore davanti alla stampa. È un allenatore giovane ed è cresciuto con un altro tipo di comunicazione. Lui è uno che difende sempre il gruppo. Forse in alcune situazioni dovrebbe alzare un po’ di più la voce, ma allo stesso tempo è uno che davanti ai giornalisti cerca sempre equilibrio. Gasperini era fin troppo diretto. Non si preoccupava del giudizio altrui. Palladino, invece, è molto attento a quello che pensano gli altri e a come vengono percepite certe scelte o certe comunicazioni. È ancora in una fase di crescita».

Comunicazione a parte, secondo te sta facendo un buon lavoro?
«È ancora presto per valutarlo. Allena in Serie A da poche stagioni, ma se Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, non due qualunque, lo hanno portato dalla Primavera in prima squadra, di certo non è uno sprovveduto. Ha fatto bene al Monza e ha fatto bene anche alla Fiorentina. Quest’anno è arrivato in una situazione che sembrava compromessa. Eravamo tredicesimi e c’era una situazione molto pesante a livello emotivo. Io credo che in questi mesi abbia fatto un ottimo lavoro nonostante ci siano stati degli errori, alcune scelte tattiche sbagliate e alcune partite, penso a quella a Verona, non gestite bene. Si è trovato catapultato a giocare anche la Champions League, che non è un passaggio immediato. È giovane, ha pochi anni più dei giocatori e ha una mentalità molto vicina alla loro. Al di là della comunicazione, da quando è arrivato la squadra ha sbagliato poche partite. E partite completamente sbagliate ce n’erano state anche negli anni di Gasperini. Fare cose buone ed errori fa parte del processo di crescita, ma se alla fine le cose buone sono più di quelle negative, allora potremo dire che è un buon allenatore. A oggi, secondo me, sta facendo un buon lavoro. Diventerà ottimo se vincerà la Coppa Italia, perché alla fine il giudizio su questa stagione passa da lì: in Europa ha fatto meglio dell’anno scorso, se arriva in finale fa come Gasperini e se la vince fa ancora meglio».

Cosa ne pensi dell’eventuale partenza di Ederson e del rinnovo di Palladino?
«Non so se rinnoverà, ma penso che sia nell’ordine delle cose. Per Ederson, invece, non credo ci siano possibilità che rimanga. È restato per finire la stagione, ma il percorso naturale di un giocatore così è quello di andare all’estero, anche per ragioni anagrafiche. Ogni anno la società sacrifica uno o due giocatori. Lui vuole fare un’altra esperienza e io credo che qui abbia già dato tutto quello che poteva dare. Chiaro che la squadra con Ederson gioca in un modo e senza in un altro, ma è anche vero che, quando è arrivato, non era questo Ederson. Per anni siamo stati abituati ad avere Gian Piero Gasperini che prendeva giocatori semi sconosciuti e li trasformava in campioni. E ovunque giochino oggi, portano ancora il segno del suo lavoro».

Palladino può fare lo stesso?
«Secondo me Palladino possiamo valutarlo su Krstovic. I primi mesi, con Juric, non aveva fatto bene. Poi, a un certo punto, gli è scattato qualcosa. Oggi è un giocatore trasformato, che entra in campo con una grinta doppia rispetto ad altri. Si mangia l’erba e credo che l’intervento di Palladino sia stato fondamentale in questo cambiamento. Gli stessi giocatori ripetono spesso che, con il suo arrivo, è scattato un “click”. Non si è presentato con la bacchetta magica, ma ha abbassato la tensione e ha riportato un clima più sereno. I giocatori sono più sorridenti. Non ci sono tensioni e discussioni. In squadra il clima è migliorato e non era affatto scontato. Tutti vorremmo avere qualcuno che ci supporta, che crea un ambiente positivo, che ci mette nelle condizioni di lavorare bene. Nel calcio, come in qualsiasi altro lavoro, fa la differenza».

Un nome per la prossima stagione?
«A me piacerebbe Moise Kean. Ha una clausola rescissoria di 60 milioni, ma lo prenderei subito perché per il gioco proposto da Palladino e per come struttura l’attacco, lui è molto più performante di Scamacca. La scorsa stagione alla Fiorentina con il mister aveva fatto il record di gol. Se avessi una fiche, quindi, la metterei lì».

Nell’analisi di Riscassi c’è una realtà che continua a crescere, dentro e fuori dal campo, sostenuta da un ambiente maturo, capace di applaudire anche nelle sconfitte, ma altrettanto esigente nei confronti di chi indossa la maglia. Il giudizio finale, però, passa dal campo: la Coppa Italia come spartiacque, il lavoro di Palladino ancora in costruzione e un gruppo che sembra aver ritrovato equilibrio.

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Sezione: Primo Piano / Data: Sab 28 marzo 2026 alle 00:01
Autore: Claudia Esposito
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