Nel calcio la coerenza è un lusso che spesso dura soltanto lo spazio di un fischio d'inizio. Le turbolenze del derby d'Italia non hanno lasciato in eredità solamente i tre punti all'Inter, ma hanno scoperchiato una preoccupante voragine comunicativa e morale all'interno del club milanese, tracciando una linea di demarcazione netta tra le utopie sbandierate in conferenza stampa e il ruvido pragmatismo dei piani alti della dirigenza.
LA SCIVOLATA DEL TECNICO - Alla vigilia del sentitissimo incrocio con la formazione bianconera, Cristian Chivu aveva indossato con fierezza i panni del moralista: «Sarò felice quando vedrò un allenatore chiedere scusa per avere approfittato di un errore arbitrale». Una dichiarazione d'intenti nobilissima, miseramente franata quarantotto ore più tardi. Di fronte al palese tuffo di Alessandro Bastoni, costato un'ingiusta espulsione a Kalulu, l'allenatore ha preferito una goffa difesa d'ufficio. Aggrappandosi a un impercettibile movimento del braccio del difensore francese pur di non ammettere l'evidenza, ha legittimato una caduta teatrale resa ancora più fastidiosa dalla successiva e provocatoria esultanza del centrale italiano.
L'INTERVENTO PRESIDENZIALE - A ripristinare un minimo di decenza istituzionale ci ha dovuto pensare Beppe Marotta. Conoscendo perfettamente i codici del palazzo e il peso delle parole, il massimo dirigente dell'Inter ha raddrizzato il tiro. Svestendo i panni del tifoso per indossare quelli dell'amministratore e dell'uomo di federazione, ha eretto un muro per proteggere il proprio tesserato dall'inevitabile gogna mediatica, ma è stato tranciante sul fatto in sé: «Ha sbagliato, è stato un comportamento non consono al principio di lealtà». Una bacchettata in piena regola, che sconfessa di fatto la linea assolutoria tracciata dal suo stesso allenatore.
CORTOCIRCUITO COMUNICATIVO - L'uscita del numero uno del club meneghino evidenzia una faglia imbarazzante. Nessuno pretende che un tecnico getti in pasto ai leoni un pilastro del proprio spogliatoio, violando le sacre leggi non scritte del calcio. Tuttavia, per salvare la faccia ed essere coerenti con i sermoni della vigilia, sarebbe bastata un'onesta via di mezzo. Ammettere semplicemente l'eccessiva severità del cartellino rosso sventolato in faccia all'avversario avrebbe spento le polemiche sul nascere, mantenendo intatta la credibilità sbandierata prima del match.
IL BUIO DOPO IL FISCHIO - L'aspetto più sconcertante di questa vicenda è la gestione del tempo. Tra la fine della burrascosa partita e l'apparizione del tecnico rumeno in sala stampa è trascorsa quasi un'ora. Sessanta minuti che, in un club di respiro internazionale, dovrebbero essere ampiamente sufficienti per concordare una strategia dialettica a prova di bomba. Invece, la montagna ha partorito un topolino fatto di arrampicate sugli specchi, costringendo i vertici societari a un intervento riparatore a scoppio ritardato.
La lezione che arriva da Milano è cristallina: ergersi a paladini della giustizia a bocce ferme è un esercizio facile e applaudito, ma è nel cuore della battaglia, quando la posta in palio scotta, che si misura la vera statura morale di un professionista. E in questo derby della coerenza, chi predicava bene ha finito per razzolare nel peggiore dei modi.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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