Giuseppe Marotta ieri è stato chiaro. Il calcio è in default per le spese troppo alte, con stipendi sovrastimati per aziende che perdono milioni e milioni ogni volta che il pubblico non entra negli stadi, senza considerare che le sponsorizzazioni stanno andando a picco: nessuno ha un volume d'affare tale da potere spendere in pubblicità. O comunque c'è meno respiro del solito, anche solo di un anno fa. Ma quello che dice Marotta è verità? Sicuramente quasi tutti le società di Serie A sono in difficoltà, con pochissime eccezioni. Probabilmente l'Atalanta con la gestione oculata dei Percassi, il Napoli da quando c'è De Laurentiis ha guadagnato in 15 anni circa 140 milioni di euro, la Sampdoria con Ferrero è intorno ai 40. Cairo per anni è stato in attivo, Giulini anche. È singolare notare che praticamente tutti vengano poi tacciati dai propri tifosi di non spendere (eccezion fatta anche qui per i nerazzurri bergamaschi) o di fare calcio per guadagnare.

Lotito merita un capitolo a parte. Perché le parole di Luis Alberto di venerdì sera fanno il paio con l'intenzione di alcuni giocatori di mettere in mora la società in caso non arrivassero gli stipendi lunedì 16. Ci sono anche i premi per il raggiungimento della Champions League che andrebbero versati, ma il presidente laziale punta all'aereo griffato - grande pubblicità e probabilmente una buona idea - invece di pagare i contributi dei propri dipendenti. Qui ognuno può fare i propri conti, dall'operaio al proprietario di azienda. Dall'altro lato Lotito per la prima volta nella sua storia laziale si è pagato lo stipendio (in compenso aveva anche finanziato le altre sue società negli anni), sta rimborsando allo stadio un debito pregresso (mentre altri club falliscono, ripartono dalla D e poi risalgono) e i risultati gli danno anche ragione. Il problema di Lotito è che vuole essere l'eccezione, trovare scorciatoie per vincere ma con modi che fanno storcere la bocca. I tamponi sono un pasticcio, nell'attesa di capire come finirà, gli stipendi lo sono altrettanto, domani avremo un'altra puntata. Certo è poco edificante, il nostro calcio, e anche poco credibile con questi problemi.

Chi ci ha resi ancora meno credibile agli occhi degli osservatori internazionali è stato Andrea Agnelli, appena prima di una pandemia che ha devastato i conti anche della Juventus. "Ho grande rispetto per quello che sta facendo l'Atalanta, ma senza storia internazionale e con una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla Champions. Giusto o meno, penso poi alla Roma, che ha contribuito negli ultimi anni a mantenere il ranking dell'Italia, ha avuto una brutta stagione ed è fuori. Con tutte le conseguenze del caso a livello economico. Bisogna proteggere gli investimenti". Al netto di quanto detto sull'Atalanta e sulla Roma, senza entrare in posizioni pregresse e andamento nel corso degli anni, la frase in neretto è l'antitesi dello sport, quello per cui una Cenerentola può andare al ballo. Quello che il Leicester di Claudio Ranieri non dovrebbe esistere. Lo Scudetto per diritto divino, perché se vinci nove campionati di fila non puoi non giocare la Champions League se fallisci un anno. Il trofeo internazionale più importante vale per la Juventus dagli 80 ai 130 milioni ogni anno. I diritti televisivi della Juventus sono intorno ai 120 milioni e quelli dell'ultima squadra di Serie A sono intorno ai 25-30. Non è abbastanza per proteggere gli investimenti? Non permettere di crescere se non con capitali propri gli avversari non è, intrinsecatamente, avere meno avversari?

A questo proposito c'è una frase di Nick Hornby, splendido autore del calcio scritto, che recita così. "Anche se tutto va male, la ragazza ti lascia, perdi il lavoro, c’è sempre un campionato che inizia a settembre”. È la base del tifo, quello che paga gli stipendi e le aziende di calcio. Per quanto disgraziata può essere una stagione, ce n'è sempre un'altra. Nel film di Febbre a 90, il protagonista dice: "La cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, che male c’è in questo?".

La Juventus parte da una posizione di forza. Ha uno stadio che è un gioiello, anche se è troppo piccolo per riuscire a combattere il Bayern Monaco, che incassa 120 milioni di euro annui contro i 70-80 dell'Allianz. Idem per le squadre di Oltremanica. Ha diritti televisivi che la pongono fuori dal raggio del 65% delle squadre del campionato, perché fatturano sotto quella cifra. Senza contare gli sponsor, il merchandising. Eppure la Juventus, da quando c'è stata l'idea di Andrea Agnelli di farlo diventare un brand a livello continentale, sta perdendo senza colpo ferire. Anche se arriva Cristiano Ronaldo, operazione ottima sia dal punto di vista calcistico che da quello del marketing. Essere uno squalo in una vasca di piccoli pesci non aiuta nessuno. La Serie A è la Juventus che vince, l'Inter che ci prova, l'Atalanta che rischia il colpaccio. Una volta. Poi capita che il Napoli sia vicinissimo, la Juventus vinca contro l'Inter fra mille polemiche, ma vince ancora la Juventus.

Andrea Agnelli non ha capito che non si vince per diritto divino e soprattutto che uccidere gli avversari senza mai farli rinforzare (Politano al Napoli qualche anno fa, ma anche la battaglia all'Inter su Lukaku) non alzerà il livello del campionato né la spettacolarità. La Juventus ha deciso di essere un brand internazionale senza competitor. Il problema è che se non crei qualcosa intorno giochi solamente per la Champions League e la Serie A non crescerà mai. L'Inter ci sta provando con Suning dietro, ma la pandemia ha colpito duro anche le casse di mister Zhang con la sua vendita al dettaglio. Convinti che non avrà problemi a mettere un piatto di pasta in tavola, ma che anzi tornerà a crescere enormemente, nel corso dell'anno ha comunque perso diversi fantastilioni.

E poi c'è un problema chiamato bilanci. Lo speciale di TMW lo potete trovare qui, squadra per squadra. Ma nelle ultime sessioni di mercato c'è una mala educazione sulle plusvalenze, le stesse che avevano fatto scoppiare dei bubboni a inizio millennio. Tutte le squadre le iscrivono per qualsiasi giocatore che proviene dal vivaio, anche perché chi può valutare prezzi di teenager? Magari il portiere del Sassuolo Russo - che suo malgrado è stato ipervalutato dal Genoa - diventerà il prossimo numero uno della Nazionale. Però 6,9 milioni di plusvalenza sembrano tanti. Inter e Juventus mettono a posto i bilanci da anni in questa maniera. Poi giustamente Marotta dice che il calcio è in default. La realtà è che il calcio spende molto più di quanto potrebbe da anni, la pandemia ha solo scoperchiato il vaso e ora i club, vedendo la mala parata (ma anche i ristori per tutti) provano a mettersi in mezzo. Bisognerebbe vedere anche quanto pagano di stipendi: ci sono società che al netto delle plusvalenze spendono il 100% - ma anche di più - del fatturato strutturato, senza contare gli ammortamenti di anno in anno per i calciatori.

Di più. Se l'Inter perde 100 milioni nonostante la plusvalenza Icardi (e accantona una parte per quest'anno, dove non vedrà i suoi tifosi ma ha pur sempre un'assicurazione che gli ridarà parte degli incassi), la Roma ne perde 204. Il Milan 195. Sono cinquecento milioni di euro in tre. Con il Milan che perde fatturato da dieci anni mentre i giallorossi alla prima Champions rischierebbero il default senza qualcuno che ripiana. Chiedete a Elliott se il Milan in questo momento è un buon investimento. Vero è che se lo è trovato con 303 milioni, ma ne sta spendendo molti di più per ripianare. Sembrano grandissimi carrozzoni dove qualcuno (Pantalone) paga. Le cose andavano male anche prima, ma i dirigenti prendono stipendi milionari e firmano assegni come fossero soldi del Monopoli. Tanto qualcuno ce li metterà.

Così la domanda può essere: è giusto dare dei ristori a società iper milionarie che hanno vissuto sopra le loro possibilità per anni, che hanno a capo presidenti multimiliardari che eventualmente (e correttamente) ripianeranno le perdite? Pensando populisticamente, assolutamente no. Dall'altro lato la pandemia rischia di spazzare via un settore che produce ricchezza, benessere, debiti ma anche investimenti. Quindi, come tutte le società, dovrebbero essere rimborsate nella misura corretta, controllando i fatturati, erogando un fondo perduto molto relativo e dando prestiti a bassissimo tasso di interesse. Come un'azienda normale. Ma è una mancetta per multimilionari che eticamente è difficile da accettare.

Sezione: Calciomercato / Data: Dom 15 novembre 2020 alle 00:34 / Fonte: di Andrea Losapio
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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