Ci sono giocatori che passano dall’Atalanta e altri che diventano Atalanta. Marco Sgrò appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Regista elegante, «architetto» del centrocampo nerazzurro negli anni ’90, Sgrò a Bergamo non ha lasciato solo assist, gol e qualità: ha lasciato un pezzo di cuore. Oggi, a distanza di anni, basta ascoltarlo parlare per capirlo subito. Non servono slogan o frasi fatte: il suo linguaggio è nerazzurro, il suo racconto è pieno di gratitudine, appartenenza, rispetto. Dopo aver indossato per 4 stagioni e mezzo la maglia nerazzurra, Bergamo è diventata casa sua; l’Atalanta la squadra della sua vita. E i tifosi, che queste cose le sentono, non l’hanno mai dimenticato.
GLI INIZI E L'AMORE PER LA DEA
Marco, tu come eri arrivato all’Atalanta? Chi ti ha portato a Bergamo?
Sgrò: «Sono arrivato all’Atalanta quando c’era Cesare Prandelli – confida, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Giocavo a Fiorenzuola, in C1, e proprio lui venne a vedermi insieme al direttore sportivo di allora, Nicola Radici. Prandelli, in quel periodo, era appena passato dalla Primavera alla prima squadra. Io ero giovane, avevo 22 anni. Non mi presero per l’immediato, ma come investimento per il futuro».
Arrivi subito o l’anno dopo?
«Arrivo subito, nell’anno della retrocessione. Le cose non girarono nel verso giusto, nonostante l’arrivo di Prandelli. Fu una stagione difficile e non c’è stato modo di raddrizzarla».
Però esordisci in Serie A. Te lo ricordi l’esordio?
«A Bergamo contro il Parma, il grande Parma di quegli anni. Quello di Buffon, Crespo, Thuram, Roberto Carlos. Perdemmo 0-2».
Come fu il primo impatto con il pubblico bergamasco e lo stadio di Bergamo? Poi quello diventerà il tuo stadio…
«Assolutamente sì. Me lo sento dentro. Ho girato tante squadre, ma l’Atalanta è quella dove sono rimasto di più: quattro anni e mezzo. Ho dato tutto e Bergamo mi ha dato tutto. Sono diventato un giocatore vero, sono diventato conosciuto. Ancora oggi, la gente mi riconosce, mi saluta. È una sensazione bellissima e significa che qualcosa di buono l’ho lasciato».
La stagione dopo però vai ad Ancona in Serie B
«Vado in prestito per fare esperienza, per crescere, per farmi le ossa. Era il percorso giusto in quel momento. Ho giocato tutte le 38 partite di campionato e poi, l’anno dopo, sono tornato a giocare in serie A con l’Atalanta».
IL CALCIO DI UNA VOLTA
Dove resti per tre stagioni, diventi un perno a centrocampo e detti i tempi ai tuoi compagni. Un vero playmaker, uno di quelli che oggi non esiste più
«È vero, non se ne vedono più tanti. Si gioca poco col regista classico con tutti questi moduli. Si corre tantissimo e si ragiona un po’ meno. Una volta il calcio era diverso. La mia Atalanta giocava con me, Gallo e Fortunato: tre giocatori con i piedi buoni. Da lì nacque anche il soprannome della “coppia degli architetti”, io e Gallo. Era un centrocampo tecnico, di qualità, senza nulla togliere a quello di oggi dove, secondo me, io e Gallo ci staremmo bene».
Ti sarebbe piaciuto giocare nell’attuale centrocampo nerazzurro?
«Certo, ma il calcio di allora era un’altra cosa. Intanto era il campionato più difficile al mondo. C’era l’obbligo dei tre stranieri e questo significava che tutte le squadre avevano i più forti: Milan, Inter, Juventus, ma anche il Parma, con Crespo, Thuram, Asprilla. La Fiorentina stessa, che lottava per salvarsi, aveva Batistuta e Rui Costa. C’erano Zidane, Kluivert, Van Basten. Era il campionato più forte del mondo, senza dubbio e adesso, invece, non lo è più».
Perché?
«Oggi i soldi girano altrove. Soprattutto in Inghilterra, ma anche Germania e Spagna. Una volta era la Serie A il campionato più costoso e più competitivo. I giocatori più forti venivano in Italia».
Con Gallo siete rimasti in contatto? Il vostro rapporto andava oltre il campo?
«Sì, assolutamente. Siamo rimasti amici. Abbiamo fatto quattro anni in camera insieme: ritiri, trasferte. Sono molto contento per quello che sta facendo a Vicenza».
GLI ASSIST PER INZAGHI E IL DRAMMA DI PISANI
Nella stagione 1996-97 sei anche tra i principali assistman per Filippo Inzaghi, che in quell’annata fu capocannoniere della Serie A. Era facile far segnare un attaccante come lui?
«Di facile non c’era nulla. Era anche questione d’intelligenza calcistica. Noi studiavamo tanto, anche in allenamento. Io conoscevo a memoria i movimenti di Inzaghi. Mi diceva sempre “Marco, quando vedi che scatto, devi mettermi la palla lì, sul movimento”. Sembra facile, ma solo perché c’era un lavoro enorme dietro. Dovevo saltare l’uomo e mettergliela tesa, precisa, sul movimento. Io cercavo sempre di rubare il tempo ai difensori. Ogni volta che gliela mettevo bene, lui faceva gol. Quell’anno Pippo è stato un cecchino infallibile».
Possiamo dire che c’è tanto di Marco Sgrò nel Pippo Inzaghi capocannoniere della serie A con l’Atalanta?
«Otto assist. Pippo me l’ha sempre detto che è anche grazie a me che è diventato capocannoniere quell’anno e che poi è andato alla Juve».
Quella stagione, però, è stata segnata anche da un momento drammatico: la morte di Chicco Pisani. Il più brutto della tua carriera?
«Sicuramente. Chicco abitava con me a Orio. Io e Minaudo al terzo piano e lui nella stessa palazzina. Eravamo sempre insieme anche fuori dal campo: andavamo a mangiare a “Le Stagioni” e poi si rientrava a casa. Quella volta era un martedì sera. Il mercoledì avevamo sempre doppio allenamento. Lui era con la ragazza e un’altra coppia di amici e disse di voler fare una scappata al casinò. Gli dicemmo di andarci un altro giorno, proprio in vista dell’allenamento della mattina successiva, ma loro andarono comunque. Purtroppo alle 4 del mattino sono venuti a suonarci a casa per dirci quello che era successo».
I GOL E L'ADDIO FORZATO
La stagione successiva inizi anche a segnare parecchio. Nonostante le difficoltà della squadra, realizzi 10 gol tra campionato e Coppa Italia.
«Inzaghi andò alla Juve e arrivarono Caccia e Lucarelli. Fu l’anno della famosa battuta di Mondonico che disse che quei due non facevano gol neanche alla playstation, a cui giocavano davvero. Io giocavo da playmaker e in un'amichevole del giovedì, ricordo che il mister mi chiese di giocare vicino a Caccia, più avanzato, come trequartista, e da lì è iniziata un’altra carriera. Ho segnato 5 gol in campionato e 5 in Coppa Italia, dove arrivammo anche in semifinale. E quando fai gol diventi più visibile per tutti».
Hai un gol più bello di tutti?
«Quello contro la Roma. Non è stato il più bello tecnicamente, c’è stata anche una piccola deviazione, però il contesto lo rende speciale. Era sotto Natale. Io sono di Latina e lì ho genitori, e amici, praticamente tutti tifosi della Lazio. Quel giorno vincemmo 2-0: il primo gol lo feci io, il secondo Inzaghi. È stata una gioia enorme. Quando tornai a Latina fui accolto come un eroe. Sotto casa c’erano duecento persone con le sciarpe della Lazio. Tutti amici miei ad aspettarmi. È stato qualcosa d’incredibile, davvero bellissimo e indimenticabile».
E Marco Sgrò cosa tifa?
«Io tifo Atalanta e basta. L’Atalanta è nel cuore. Quando giocavo non tifavo per nessuno, ma quando ho smesso, sono diventato atalantino. Dopo tutto quello che ho vissuto qui, Bergamo è casa mia. È dove ho deciso di restare».
Quando lasci l’Atalanta per la Sampdoria, perché lo fai?
«Eravamo retrocessi. Mi voleva la Sampdoria di Spalletti, in serie A, ma io ero il capitano e volevo rimanere assolutamente a Bergamo. Chiesi di allungarmi il contratto, ma il presidente Ruggeri mi disse che doveva cedermi, che dovevo andarci perché i soldi della Sampdoria servivano all’Atalanta per costruire una squadra forte in Serie B. Sono andato via con grandissimo dispiacere. Sarei rimasto all’Atalanta a vita».
Mondonico è stato l’allenatore più importante della tua carriera?
«Per certi versi sì, ma ho avuto la fortuna di lavorare con grandi allenatori: Prandelli, Spalletti, Mondonico. Da ognuno ho imparato qualcosa. Spalletti è fortissimo nel lavoro sul campo. Mondonico leggeva bene le partite. Prandelli è un signore. È stata una scuola. Da loro c’era solo da imparare».
Bergamo cosa ha rappresentato per te in definitiva?
«Tutto. Da quando sono arrivato, non sono mai andato via. Anche quando sono andato a giocare altrove, casa mia è sempre rimasta qui».
LA CARRIERA IN PANCHINA
Appese le scarpette al chiodo, hai intrapreso la carriera da allenatore. Oggi sei al Villa Valle, in serie D. L’obiettivo sono i playoff?
«Sì, l’obiettivo è provarci. Anche l’anno scorso siamo arrivati ai playoff: in Serie D purtroppo non contano molto ai fini della promozione, però restano una grande soddisfazione per la società, per il gruppo e anche a livello personale, quindi ci proveremo anche quest’anno».
La Folgore Caratese è la squadra più forte del girone?
«Per me è la favorita. Ha strutture, stadio, società vera, un presidente carismatico. Ha una rosa lunghissima, praticamente due squadre, e giocatori professionisti, alcuni con esperienze in Serie C e B».
A livello personale, però, ti piacerebbe fare il salto di categoria?
«Certo che sì. Sarebbe strano il contrario. Io lavoro sempre per crescere e per migliorarmi. Con le ultime tre squadre che ho allenato – Legnano, Franciacorta e Villa Valle – ho sempre raggiunto i playoff, ma purtroppo nel calcio, come in tanti altri settori, non esiste meritocrazia. Contano le conoscenze, le amicizie».
Tu avevi già affrontato questa questione la scorsa estate affidandoti a un post sui tuoi canali social. Ti riferivi anche a Juric?
«A Juric, a me stesso e più in generale al sistema. Sono tre anni che faccio i playoff. Juric arrivava da tre esoneri. Non solo trova sempre squadra, ma anche sempre di meglio. Come può funzionare un sistema così? La meritocrazia non esiste proprio. Nemmeno in serie B o C. Ci sono allenatori che fanno male e trovano comunque sempre squadra. Io al Villa Valle mi trovo davvero benissimo, sono contento di quello che abbiamo costruito, ma non escludo in futuro un salto di categoria. Credo sia normale ambire sempre a qualcosa in più».
L'ATALANTA DI OGGI E IL FUTURO
Di Palladino cosa ne pensi?
«Mi piace. È un buon allenatore. Ha empatia con i giocatori. Juric sapevo che caratterialmente era un tedesco. Ha le sue idee e va per la sua strada, ma quando lavori con un gruppo, devi anche saper parlare con i giocatori. E Palladino lo sa fare».
Anche tu sei così in campo con i tuoi giocatori?
«Sì, tutta la vita. Serve equilibrio: bastone e carota. Quando c’è da essere duri, lo si è, ma ricordandosi sempre di avere davanti 20 ragazzi. Il dialogo è fondamentale».
Come vedi l’Atalanta di oggi?
«Si sta riprendendo. La svolta c’è stata e si vede. I ragazzi seguono l’allenatore, giocano, ma ripetere quello che ha fatto Gasperini non è semplice. È stata un’impresa straordinaria».
Secondo te Palladino è arrivato troppo tardi per centrare gli obiettivi europei?
«È difficile, ma ha il tempo per recuperare. La squadra ha trovato continuità e se va avanti così l’Europa è a portata di mano».
Vale anche per la qualificazione in Champions?
«Quello non credo sia ancora possibile. Davanti ci sono squadre che ormai non recuperi più. Juventus, Inter, Napoli, Milan e Roma: sono loro a giocarsela sul filo del rasoio».
Il cammino in Champions League dell’Atalanta invece ti stupisce?
«Ha fatto molto bene, ma ora sarà dura, durissima. Più vai avanti, più incontri squadre forti. Non trovi più avversari abbordabili, ma squadre organizzate e toste. Signore squadre, ma l’Atalanta può giocarsela».
Meglio evitare i play off europei per concentrarsi sul campionato?
«Certo, ma ormai i giocatori sono abituati a giocare ogni tre giorni. Questa squadra fa la Champions da anni e sa come gestire le energie. Le carte per fare bene le ha».
C’è un giocatore dell’Atalanta che può fare la differenza quest’anno?
«Lookman e De Ketelaere, che ha avuto un miglioramento incredibile. Sta diventando un uomo squadra, un giocatore vero. E quando giocatori così, De Ketelaere da una parte e Lookman dall’altra, diventa dura per chiunque».
Vedi un Lookman ancora decisivo?
«Se vuole andare via, deve rimettersi in mostra e ripetere una stagione importante. Se vuole fare il grande salto, quello che ha fatto la passata stagione deve dimenticarselo e ripartire».
Contro il Pisa che partita ti aspetti?
«Diversa rispetto a quella vista all’andata. Bisogna cercare di vincerla perché servono i 3 punti. Mi aspetto un’Atalanta in forma, che ha preso convinzione e pronta a dimostrare di essere una grande squadra. In campo si gioca 11 contro 11. Loro ci metteranno tanta grinta e voglia di fare punti per salvarsi, ma se guardiamo le rose non c’è paragone».
In vista della partita decisiva di mercoledì con l’Atletico Bilbao in Champions, al posto di Palladino faresti un po’ di turnover?
«Le seconde linee dell’Atalanta sono giocatori comunque importanti, ma la squadra ormai è abituata a giocare spesso. Magari farei riposare un paio di giocatori, ma non di più. Entrambe le partite sono importanti e anche se giocano qualche giorno prima in campionato, in una partita come quella di mercoledì prossimo di Champions, le motivazioni si trovano comunque perché vengono da sole».
Quando finisce l’intervista, la sensazione è chiara: Marco Sgrò non è solo un ex giocatore dell’Atalanta, ma un atalantino vero. Lo percepisci da come parla della città, dello stadio, della gente, di quella maglia che non ha mai smesso di sentirsi addosso. Bergamo lo ha fatto crescere come calciatore e come uomo e lui ha dato tutto, senza risparmiarsi. È questo il motivo per cui, ancora oggi, viene salutato per strada, riconosciuto, rispettato. Perché certe storie non finiscono con l’ultima partita giocata. Restano nel tempo, nel cuore della gente. Proprio come Marco Sgrò e la sua Atalanta.
© Riproduzione Riservata
Foto concesse e si ringrazia VillaValle.com
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