Doppio ex della sfida, Michele Cossato torna a parlare a distanza di anni di una tappa delicata della sua carriera. Lo fa senza filtri e per la prima volta racconta pubblicamente il malessere vissuto in nerazzurro. Un passaggio che, nelle sue parole, non è mai decollato nonostante l’impegno totale, tra difficoltà ambientali e una sensazione d’isolamento che ne ha segnato l’esperienza. Oggi vive nel Veronese, sul Lago di Garda e proprio con l’Hellas ha costruito un legame profondo, fatto di riconoscenza e affetto reciproco, ancora vivo a oltre vent’anni di distanza. In vista della sfida di campionato, Cossato analizza il momento delle due squadre, partendo da un ricordo personale che mette a confronto due esperienze opposte: Bergamo, dove non è riuscito a essere se stesso, e Verona, dove la gente se lo ricorda ancora oggi.
IL MALESSERE NERAZZURRO E LA VECCHIA GUARDIA
Michele, partiamo dal tuo arrivo a Bergamo, nell’autunno 1998. Un arrivo in corsa.
«La stagione precedente avevo vinto il campionato di B con il Venezia ed eravamo saliti nella massima serie – riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Avrei voluto restare. Avevo due scelte: i nerazzurri o il Celtic Glasgow. Sono venuto a Bergamo, ma con il senno di poi sarebbe stato meglio andare in Scozia, più che altro per fare un’esperienza all’estero e imparare anche una lingua straniera, che mi sarebbe potuta servire poi nella vita. Ero giovane e non ci ho pensato. Non perché l'offerta nerazzurra non fosse importante, anzi. Essere chiamato da quella società era un sogno, anche se poi non è andata bene per vari motivi».
Sei rimasto un anno e mezzo. Non hai bei ricordi?
«Non è stato un bel periodo - ammette -, ma posso assicurare di averci sempre messo anima e cuore, fin dove potevo arrivare e per quel che poteva dipendere da me».
Sei stato condizionato dai problemi fisici?
«Anche, ma il problema è stato soprattutto nello spogliatoio. Non sono stato accolto bene. Sentivo l’ambiente ostile. La vecchia guardia mi ha fatto la guerra. Al contrario, andavo d’accordo con giocatori come i gemelli Zenoni, Zauri, Banchelli e Doni. Eppure, nella mia carriera, prima e dopo Bergamo, non ho mai avuto problemi con nessuno».
Questa sensazione di ostilità come te la spieghi? Ti sei dato una spiegazione?
«A una settimana dal mio arrivo, avrei voluto già andarmene via. Battute sprezzanti sulle condizioni economiche del mio contratto. Secondo alcuni ero pagato troppo. Quando facevo domande per cercare un avvicinamento, mi rispondevano in malo modo e in attacco non c’era sinergia con Nicola Caccia. È inutile nasconderlo. Basta andare a rivedere le immagini del tempo. La palla non mi veniva mai restituita. E un attaccante, quando non segna, inizia a essere contestato. Io mi considero un buono. Mi sono chiuso in me stesso. Lo riconosco. È stato un mio limite. Ma per me ogni giorno era una fatica. Non sopportavo questa situazione. Dopo pochissimo ho chiesto di essere ceduto».
LA FUGA E IL RAPPORTO CON I TIFOSI
Tu volevi andartene subito?
«Io sarei voluto restare a Venezia, ma mi hanno venduto. Erano altri tempi. Decidevano le società. Io avevo grandi aspettative. A Venezia, in coppia con Stefan Schwoch, avevo siglato 11 gol, senza rigori. Mi voleva il Celtic, ma anche il Napoli. Sono sempre stato uno che dava tutto, benvoluto. Per me lo spogliatoio è sempre stato amicizia, gruppo, condivisione, ma in quel caso è stato tutt’altro. Lavoravo, m’impegnavo, ma non trovavo risposta, anzi, avevo proprio la sensazione che se non facevo gol, i miei compagni fossero pure quasi contenti. Lo sanno in tanti, ma non ne avevo mai parlato pubblicamente. Non è per fare polemica: io a quella maglia ci tenevo e mi dispiace non essere riuscito a dare quello che avrei potuto. Ma non è stata solo colpa mia. Io sono sempre stato un giocatore di sacrificio. Però se non ti danno una mano... Un anno e mezzo dopo ho firmato un contratto in bianco con il Chievo pur di tornarci, senza nemmeno sapere cosa ci avrebbero scritto. Ho firmato con Sartori a Verona Nord. Non era una questione di soldi. Io volevo solo stare tranquillo. Alla fine, non so perché, le società non hanno trovato un accordo e il Verona mi ha preso in prestito gratuito con una clausola che, in caso di retrocessione, prevedeva il mio ritorno a Bergamo. Invece ci siamo salvati e sono rimasto all’Hellas».
Non ti sei sentito sostenuto nemmeno dai tifosi?
«All’inizio sì, poi sono stato contestato, ma credo siano stati condizionati da alcuni miei compagni di squadra. Non era facile. Io ho giocato sia nel Chievo che nell’Hellas. Quando sono passato da una all’altra squadra mi hanno contestato, anche perché avevo segnato due gol nel derby, ma tutto finiva quando entravo in campo perché davo l’anima. Mi resta comunque un buon ricordo dei tifosi bergamaschi. Io sono orgoglioso di aver vestito quella maglia, anche se poi non è andata come volevo. Racconto queste cose perché è giusto che si sappia la verità».
Non c’è qualcosa che ti ha lasciato un buon ricordo?
«Le prime volte che sono entrato allo stadio, l’impatto con la Curva, quando mi hanno consegnato la maglia. È stato emozionante. Ricordo con grande piacere il presidente Ivan Ruggeri: un grande signore. Ero stato anche a casa sua. Con i magazzinieri avevo un rapporto bellissimo. La seconda stagione è arrivato Caniggia. Lui mi voleva bene. Era un tipo particolare, solitario, stava molto per conto suo. Arrivava nello spogliatoio, si cambiava e lo accompagnavo in palestra. Lui si allenava, faceva pesi. Io stavo lì, guardavo, chiacchieravamo. Era uno nel suo mondo, ma con un occhio di riguardo per tutti. Era molto simpatico. Anche con Bortolo Mutti mi ero trovato bene: mi aveva aiutato. Una brava persona. I ricordi belli sono proprio legati ad alcune persone, ma mentalmente ero arrivato al limite. Non ce la facevo più a sopportare quella situazione. A un certo punto non avevo più voglia, nemmeno quando andavo in campo. Mi chiedevo se non fosse inutile. Io sono uno che va d’accordo con tutti, però lì mi sono trovato in una situazione strana: era come se andassi in campo con qualcuno che mi voleva bene e altri che non me ne volevano. Una cosa che non avevo mai vissuto. Umanamente mi sono sentito a disagio. È una cosa che mi sono portato dentro e che, apertamente, dico solo ora».
Perché ora la dici?
«Perché il calcio ormai non m’interessa più. Sono in pensione da due anni. La mia famiglia sta bene. Non ho bisogno di niente e di nessuno».
Non sei rimasto nel mondo del calcio?
«Vado in bici e pratico soprattutto il golf. Collaboro con una squadra di Prima categoria della mia zona. Nient’altro. Spesso il calcio è fatto di favori e compromessi e io non sono così. Ho sempre preferito arrangiarmi da solo, anche se avrei potuto fare diversamente».
IL LEGAME CON VERONA E LA SFIDA DI CAMPIONATO
Delle stagioni all’Hellas hai ricordi belli?
«Mi sono tolto soddisfazioni. Anche lì ho avuto problemi fisici, ma ho sempre dato l’anima. A Bergamo non era bastato».
Il ricordo più bello è il gol nello spareggio salvezza per non retrocedere in Serie B tra Reggina e Verona?
«Sì, assolutamente. È stato il momento più bello della mia carriera. Era il 24 giugno 2001. Il mio gol consentì ai gialloblù di salvarsi. Sono passati 25 anni e ancora oggi, ogni giorno, quando vado in giro per Verona, al supermercato, al bar, ovunque, i tifosi mi ringraziano. Dove abitavo avevano addirittura scritto "via salvatore della patria"».
Che partita ti aspetti oggi?
«Mi piace vedere il calcio vero. La Serie A mi annoia, quindi ho guardato la partita di Champions con il Bayern. I nerazzurri hanno subito l’intensità dei tedeschi. Il Verona non è il Bayern Monaco: è una squadra ultima in classifica, con l’acqua alla gola, quasi retrocessa, anche se non matematicamente. Ma affrontare l’Hellas non è mai facile. La Dea dovrà giocare con lo stesso spirito del Bayern, a tutto campo, senza mollare mai. Sottovalutare i veronesi sarebbe un grande errore. Deve affrontare la partita come farebbe con le più difficili. Il Verona è in difficoltà e questo potrebbe complicare i piani ai nerazzurri».
I nerazzurri che impressione ti hanno fatto?
«È difficile esprimere giudizi quando affronti una squadra molto più forte. Quella nerazzurra, però, è una rosa importante. A me piace e gioca anche bene. In Italia non ce ne sono molte così. Solo il Como».
È per questo che il calcio italiano non ti piace?
«Secondo me è noioso e ci sono pochi giocatori di qualità. Quelli vanno altrove. E poi manca una cultura dei giovani, come quella che ha sempre avuto la società bergamasca. Nelle serie minori, per esempio, è un sistema sbagliato quello di far giocare i fuori quota solo per prendere i contributi. Deve giocare chi merita, come succede all’estero, dove hanno il coraggio di mandare in campo anche i giovani, altrimenti le conseguenze le vediamo con una Nazionale che ha mancato la qualificazione ai Mondiali per due volte, con la terza a rischio».
Quindi con il Verona che partita ti aspetti?
«Non sarà una gara facile, anche se sulla carta i gialloblù sono inferiori. Ma non esistono partite facili. Anche se è più forte, la squadra di Palladino dovrà fare come il Bayern: scendere in campo con lo spirito giusto e spingere sempre, correre più dell’avversario. Del resto, se il Verona si chiude e non fai gol subito, rischi di non fare risultato. Ma, in generale, li vedo bene. Arrivano da tanti impegni, certo, ma parliamo di giocatori professionisti. Sono abituati. È il loro lavoro».
Dove possono arrivare i nerazzurri?
«Dove sono arrivati l’anno scorso. La Champions è lì. Finché la matematica lo permette, bisogna crederci. Non è che davanti ci siano squadre imbattibili. Tutte possono perdere e gli scontri diretti faranno la differenza. Hanno ottimi giocatori, una società solida, tifosi veri, struttura e giocano bene. Devono solo crederci e dare tutto. Per me possono ancora raggiungere la qualificazione in Champions».
E il Verona è condannato?
«Finché non lo dice la matematica, no. Però è dura. È una di quelle stagioni in cui sembra non andare mai bene niente. Perde spesso nel finale, ma deve provarci fino alla fine. È difficile, anche perché le ultime partite saranno contro squadre che hanno obiettivi importanti, ma, paradossalmente, contro le squadre forti a volte si gioca meglio perché non si ha nulla da perdere. Quindi anche l'avversaria di turno deve stare attenta, perché queste sono le partite più insidiose».
Guardando alla sfida, Cossato vede una squadra nettamente superiore, ma chiamata a non sottovalutare l’impegno. Dall’altra parte un Verona in difficoltà, ma ancora vivo. Resta, però, soprattutto il peso delle sue parole sul passato, dichiarazioni che arrivano per la prima volta in modo così esplicito: un’esperienza vissuta tra incomprensioni e solitudine, che non gli ha mai permesso di esprimersi come avrebbe voluto. Al contrario, Verona è diventata casa, dentro e fuori dal campo. Due città, due storie opposte. E una verità raccontata solo adesso.
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