Ventotto anni nell'Atalanta, una lunga carriera dirigenziale, un ruolo determinante nell'arrivo di Glenn Stromberg a Bergamo e un'esperienza da direttore generale del Monza, fino al passaggio societario che portò Silvio Berlusconi e Adriano Galliani alla guida del club brianzolo. Luciano Passirani è stato uomo di fiducia dei presidenti Bortolotti e Ruggeri, ricoprendo numerosi incarichi, dal settore giovanile alla prima squadra, dal mercato alla comunicazione. Autore di volumi dedicati al mondo del calcio, "Il vademecum del Manager" e "Come si diventa Team Manager", premiato in Federazione e utilizzato come materiale di riferimento anche a Coverciano, oltre al libro "A dieci anni dal fischio d'inizio", nel quale ripercorre alcune esperienze della sua carriera, Passirani è da sempre tifosissimo dell'Atalanta. Da trent'anni opinionista a Telelombardia, alla vigilia di Monza-Atalanta, il doppio ex si racconta in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com, ripercorrendo i momenti più significativi della propria carriera e offrendo un'analisi particolarmente severa della crisi che sta attraversando la squadra di Maurizio Sarri.

Luciano, partiamo dalla sua lunghissima esperienza all'Atalanta. Qual è stato il momento più bello vissuto in nerazzurro? E quello più difficile?
«Il momento più esaltante è stato sicuramente la promozione in Serie A con Titta Rota, nel 1977. Ricordo gli spareggi disputati a Genova contro Cagliari e Pescara, i 143 pullman di tifosi bergamaschi e un entusiasmo straordinario. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera all'Atalanta. Il più difficile, invece, è stato la retrocessione in Serie C nella stagione 1980-1981. Cominciammo con Bruno Bolchi, poi arrivò Giulio Corsini, ma non riuscimmo a evitare quella retrocessione. Fu una delusione enorme, un momento difficile per tutta la società».

In ventotto anni ha ricoperto tantissimi ruoli. Com'era l'Atalanta che ha conosciuto lei?
«Era un'Atalanta molto diversa da quella attuale, ma soprattutto era diverso il calcio. Ho lavorato a lungo con i presidenti Bortolotti e Ruggeri, ricoprendo incarichi differenti. Sono partito dal settore giovanile, sono stato responsabile del vivaio, mi sono occupato di mercato fino alla Serie B, ho lavorato come collaboratore tecnico del presidente e sono stato team manager. Negli ultimi tempi mi sono occupato anche della comunicazione e dei rapporti con la stampa. Sono stato un uomo di fiducia dei Bortolotti e di Ruggeri, sempre molto vicino alla società e alle sue esigenze. Ho cercato di svolgere ogni incarico con serietà, rispettando il ruolo che mi veniva affidato».

Il rapporto tra Ruggeri e la tifoseria fu spesso conflittuale, mentre Percassi gode di grande affetto e fiducia. Come spiega questa differenza?
«Sono i risultati a fare la differenza. L'Atalanta di Gasperini ha regalato soddisfazioni straordinarie e il presidente Percassi, insieme al figlio Luca, ha raggiunto traguardi importantissimi. È normale che i tifosi s'identifichino in una società capace di ottenere determinati risultati e si affezionino a chi li ha resi possibili. Il rapporto con la tifoseria dipende molto anche da questo e mi sembra giusto che sia così».

Nel corso della sua carriera ha conosciuto tanti allenatori. Quali ricorda con maggiore affetto?
«Ho cominciato con Heriberto Herrera e ho conosciuto Titta Rota, Cadè, Sonetti, Giorgi e tanti altri. Ho attraversato davvero tante epoche del calcio atalantino, lavorando con allenatori molto diversi tra loro. Ho sempre cercato di instaurare rapporti corretti e di collaborazione, rispettando il lavoro di ciascuno, ma sono rimasto particolarmente affezionato a Nedo Sonetti. Anche con Titta Rota ho avuto un rapporto speciale. Quando sono andato al Lecco, ho portato proprio Titta Rota ad allenare e quella è stata la sua ultima esperienza in panchina. In generale ho conservato ottimi rapporti con tutti. Mi hanno sempre dimostrato stima e affetto e questo mi rende molto contento. Evidentemente sono riuscito a svolgere bene il mio compito».

Erano diversi i rapporti umani rispetto al calcio di oggi?
«Certamente. C'erano più amicizia e rapporti umani molto più profondi. Oggi tante cose sono cambiate e non me ne meraviglio, perché ho attraversato tre o quattro generazioni e ho visto trasformarsi completamente sia il mondo del calcio, sia, più in generale, la società. Qualcosa di positivo esiste ancora, naturalmente, ma noto anche molta negatività, soprattutto per quanto riguarda l'educazione e certi valori che un tempo erano considerati fondamentali».

Che cosa è cambiato maggiormente nel mondo del calcio?
«Una volta le squadre erano composte quasi interamente da giocatori italiani, spesso anche bergamaschi, e c'era un rapporto diverso con la maglia e con la città. Oggi il calcio è diventato soprattutto una questione di contratti e ingaggi. Si guarda molto all'aspetto economico e meno all'attaccamento alla società, alle persone e ai tifosi».

A proposito di grandi giocatori, lei ha avuto un ruolo importante nell'arrivo di Glenn Stromberg all'Atalanta. Come andò?
«Fu una bellissima esperienza. Previtali mi mandò in Svezia a osservare Stromberg e fui il primo a seguirlo direttamente per conto dell'Atalanta. Rimasi là dodici giorni e successivamente tornai per altri dieci, perché volevamo conoscerlo bene e cercare di portarlo a Bergamo. Preparai una relazione molto positiva. Ricordo che alloggiavo all'Hotel Panorama di Göteborg e che, attraverso il suo procuratore, con cui poi diventammo anche amici, riuscimmo ad avviare i contatti. La trattativa vera e propria a Bergamo venne poi condotta da Previtali, del quale ero un uomo di fiducia».

Che ricordo conserva di quello Stromberg?
«Era un ragazzo straordinario. Ricordo che andava agli allenamenti in bicicletta, portandosi gli indumenti in un sacchetto. Tornava a casa e il giorno successivo si presentava con tutto lavato e stirato dalla madre. Erano abitudini semplici, che raccontavano molto della persona. Mi colpì anche questo suo modo di vivere il calcio, oltre naturalmente alle qualità che aveva come giocatore».

Aver contribuito al suo arrivo a Bergamo è stata una delle sue maggiori soddisfazioni?
«Assolutamente sì, una soddisfazione enorme. Per me Stromberg è il giocatore più rappresentativo che l'Atalanta abbia avuto nella sua storia. Non c'è più stato uno Stromberg. È stato un calciatore importantissimo, ma soprattutto una figura che ha rappresentato qualcosa di speciale per Bergamo e per i bergamaschi».

Nemmeno Josip Ilicic?
«Ilicic è stato un grandissimo giocatore, soprattutto dal punto di vista tecnico, ma sono due personaggi completamente differenti. Stromberg ha dato qualcosa in più sotto altri aspetti. I tifosi bergamaschi lo adorano ancora oggi, vive tuttora qui ed è diventato una vera icona della città. Per me resta una delle figure più importanti della storia atalantina».

Una questione di personalità?
«Di personalità, di carattere e soprattutto di amore. Stromberg ha saputo costruire un legame profondissimo con Bergamo e con la sua gente. Oggi è molto più difficile vedere un attaccamento simile. I calciatori guardano soprattutto al contratto e all'ingaggio, mentre una volta si dava maggiore importanza alla maglia, alla città e alle persone che ti volevano bene».

Lei ha vissuto anche momenti di crisi. Come venivano affrontati all'interno della società?
«Quando le cose andavano male avevamo la fortuna di poter andare a Sarnico, nell'albergo del presidente. Restavamo lì quattro o cinque giorni in ritiro. Era una scelta quasi programmata, fatta soprattutto per unire maggiormente il gruppo, rafforzare i rapporti tra i giocatori e mettere insieme caratteri ed esperienze differenti. Era un altro modo di vivere il calcio, ma alla fine in campo andavano sempre undici giocatori, esattamente come oggi».

Anche l'Atalanta di Sarri è in ritiro. Può essere utile?
«Questa volta mi sembra un ritiro punitivo ed è una cosa diversa. Ho l'impressione che i calciatori non abbiano gradito questa decisione e, secondo me, c'è qualcosa di negativo all'interno del gruppo. Dopo Gasperini sono arrivati Juric e Palladino, che non sono riusciti a convincere fino in fondo società e giocatori. Con Sarri e Giuntoli si pensava di aver trovato una coppia capace di migliorare la situazione. Il tempo è tiranno e ci dirà come stanno realmente le cose».

Lei è ancora ottimista sul futuro dell'Atalanta?
«Io sono sempre ottimista, ma adesso la situazione è davvero complicata. Ci aspettano tre partite molto difficili, contro Monza e, dopo la sosta, Inter e Como. Sono appuntamenti che possono diventare determinanti per il prosieguo della stagione».

Al Monza lei è stato direttore generale. Che ricordo conserva di quell'esperienza?
«Un ricordo molto bello. Arrivai al Monza con Begnini, che era stato vicepresidente dell'Atalanta. Conquistammo subito la promozione dalla Serie C2 alla C1 e l'anno seguente arrivammo a disputare lo spareggio per la Serie B contro il Genoa. Ricordo una partita incredibile, con una presenza enorme di tifosi genoani e soltanto quattro pullman arrivati da Monza. L'arbitraggio fu scandaloso. Sulla panchina del Genoa c'era mister Vavassori, con il quale avevo un rapporto di grande amicizia e stima e ci abbracciammo prima della partita. Quelli a Monza sono stati anni molto intensi e importanti per me».

Lei ha partecipato anche al passaggio societario che portò Berlusconi e Galliani al Monza. Come andarono le cose?
«Sono rimasto al Monza per tre anni e ho partecipato anche a quel passaggio. Benigni, per questioni legate alle proprie attività imprenditoriali, non se la sentiva più di andare avanti. Si presentò la possibilità di coinvolgere Berlusconi e Galliani e cominciammo a lavorare in quella direzione. Io conoscevo già quell'ambiente, avevo rapporti di amicizia con Berlusconi e Braida grazie ai contatti con il Milan e quindi fu più semplice avviare le trattative».

In base alla sua esperienza, come fa un dirigente a capire se qualcosa si è incrinato tra squadra e allenatore?
«Lo si capisce dai risultati, certamente, ma soprattutto dai comportamenti. Bisogna osservare quello che accade durante gli allenamenti, sul campo e nei rapporti quotidiani. Ci si accorge se un allenatore è amato dai giocatori oppure semplicemente sopportato. Ci sono tante sfaccettature e non è sempre facile interpretarle, ma un dirigente deve essere in grado di cogliere questi segnali. Deve saper stare al proprio posto, rispettare il ruolo che ricopre, ma avere anche una grande personalità».

E secondo lei la squadra nerazzurra sta seguendo Sarri?
«Secondo me, in questo momento no. Credo che ci siano discrepanze abbastanza notevoli all'interno del gruppo e ho l'impressione che i giocatori non abbiano ancora accettato completamente Sarri. È una mia valutazione, naturalmente, ma certi atteggiamenti e soprattutto quello che si vede in campo mi portano a pensarla così».

La società ha confermato la fiducia al tecnico. Crede sia questione economica?
«Anche economica, certamente. Sarri ha un contratto di tre anni e un eventuale esonero comporterebbe costi importanti. Inoltre sarebbe l'ennesimo cambio di allenatore in un periodo molto breve. Per una società come l'Atalanta sarebbe davvero troppo».

Cambiare nuovamente allenatore significherebbe anche ammettere di aver sbagliato?
«Direi proprio di sì. Luca Percassi ha portato Giuntoli e Sarri all'Atalanta e credo che debba assumersi una parte importante delle responsabilità. Alle sue spalle c'è naturalmente il padre Antonio, ma oggi Luca ha un ruolo fondamentale nelle decisioni societarie. Parliamo di una realtà importantissima per Bergamo, con una tifoseria che ama l'Atalanta come accade in pochissime altre città. È una responsabilità enorme».

I tifosi hanno fatto bene a fischiare la squadra?
«Assolutamente sì. Quando una squadra delude e non gioca bene è giusto che i tifosi manifestino il proprio disappunto. Bisogna capire che i tifosi dell'Atalanta sono buoni, sono affezionati alla squadra e la sostengono sempre, ma non sono stupidi. Se vedono certe prestazioni hanno tutto il diritto di far sentire la propria voce».

Lei avrebbe confermato Sarri?
«In questo momento non vedo un altro allenatore che possa arrivare e traghettare l'Atalanta fuori da questa situazione. La stagione è partita male e adesso dobbiamo soprattutto sperare di mantenere la categoria senza ulteriori complicazioni. Cambiare allenatore oggi, secondo me, non servirebbe a nulla. Bisogna arrivare alla fine dell'annata, valutare quello che sarà successo e decidere se proseguire oppure cambiare davvero. Senza dimenticare che Sarri ha un contratto triennale che andrebbe comunque onorato».

Contro il Kairat sono stati fischiati soprattutto Samardžić e Scamacca, mentre contro il Parma era toccato anche a Ederson. Sono loro i giocatori che stanno deludendo maggiormente?
«Sicuramente stanno rendendo meno di quanto ci si aspettasse, ma il problema riguarda quasi tutta la squadra. Abbiamo pareggiato contro il Kairat, una formazione che, secondo me, farebbe fatica persino nella Serie B italiana. Questo significa che qualcosa non funziona. Scamacca è uno dei giocatori che mi stanno deludendo maggiormente, mentre Krstović, a mio avviso, sta facendo meglio. Ederson è rimasto a Bergamo, ma non è più quello delle stagioni precedenti. Anche Carnesecchi non sta rendendo come l'anno scorso, ma al di là dei singoli, nel complesso vedo una squadra che non sta facendo bene».

Le sembra che manchino anche voglia e impegno?
«Ho quest'impressione. Mi sembra che alcuni giocatori scendano in campo con poca voglia e senza metterci tutto l'impegno necessario. E torno al discorso dell'allenatore: secondo me Sarri non è né amato né particolarmente benvoluto dal gruppo. La prima cosa che un allenatore dovrebbe fare è conquistare la fiducia e l'affetto dei calciatori. Quando un giocatore ti segue davvero può darti il cento per cento anziché il cinquanta. Se invece il rapporto non funziona, rischia di darti il venti per cento. E allora nascono problemi per l'allenatore, per la squadra, per la società e per la tifoseria».

Quanto è importante la sfida contro il Monza?
«È una partita importantissima, anche perché dopo ci aspettano Inter e Como. Sulla carta quella contro il Monza potrebbe essere la più abbordabile delle tre, ma bisogna stare molto attenti. Dopo le sconfitte e le delusioni già vissute, penso anche alle partite con Cagliari e Parma e al pareggio con il Frosinone, un'altra sconfitta sarebbe un ulteriore passo indietro molto pesante. A quel punto bisognerebbe cominciare a fare riflessioni molto precise, perché la situazione rischierebbe di diventare davvero difficile».

I numerosi infortuni possono rappresentare un alibi per Sarri?
«No, assolutamente. Gli infortuni li hanno un po' tutte le squadre. Oggi le rose sono ampie, ci sono tanti giocatori a disposizione e si possono effettuare cinque sostituzioni durante una partita. Non esistono più undici titolari intoccabili: bisogna avere almeno due calciatori per ogni ruolo. Il compito dell'allenatore è proprio quello di riuscire a inserire un giocatore al posto di un altro senza perdere l'identità, l'organizzazione e il modo di giocare della squadra».

Vista l'apparente mancanza d'impegno di alcuni giocatori, crede possa essere il momento giusto per lanciare qualche giovane?
«Certamente. L'Atalanta l'ha sempre fatto. Ha sempre creduto molto nei giovani e oggi ha anche la fortuna di avere un'Under 23, una realtà importante nella quale ci sono giocatori interessanti che devono essere seguiti con attenzione. L'allenatore deve avere il coraggio d'inserirli nel gruppo della prima squadra e farli crescere. Anche questo è un lavoro fondamentale».

Dove pensa troveremo l'Atalanta a fine della stagione?
«Spero almeno nella prima colonna della classifica, magari a metà classifica. Credo, però, che il grande ciclo europeo dell'Atalanta sia finito. Mi dispiace dirlo, ma temo che per parecchio tempo non rivedremo i risultati e le soddisfazioni degli ultimi anni. I cicli finiscono, è sempre successo nel calcio. Oggi, per esempio, c'è il Como, che sta vivendo un momento di grande entusiasmo e sta facendo cose importanti. In ogni epoca emerge una squadra capace di andare oltre le aspettative. Per l'Atalanta tornare ai livelli raggiunti con Gasperini non sarà semplice. La sua partenza, probabilmente legata a questioni societarie, ha segnato la fine di un'epoca».

E dalla Conference League che cosa si aspetta?
«Mi aspettavo qualcosa di più. Credo sia l'unico modo che c'è rimasto per restare in Europa e l'Atalanta deve cercare di portarla avanti nel migliore dei modi».

Juric ritrova l'Atalanta dopo l'esonero della scorsa stagione. Quanto può incidere la sua voglia di rivalsa nella partita di domenica?
«Moltissimo. Sarà una partita molto difficile anche per questo. Juric avrà certamente una grande voglia di rivalsa nei confronti dell'Atalanta. È un po' quello che succede a Gasperini quando affronta l'Inter: certi allenatori si legano al dito determinate vicissitudini societarie e vivono queste partite in maniera particolare. Sono sconfitte personali nei rapporti con una società e si vuole dimostrare qualcosa. Forse si era pensato troppo presto che il problema dell'Atalanta fosse Juric, ma evidentemente non era soltanto così. Nel frattempo sono cambiati i giocatori e, per ogni anno che passa, cambiano anche le condizioni fisiche dei giocatori».

All'Atalanta manca anche un leader?
«Assolutamente sì. De Roon era il vero leader dello spogliatoio, dentro e fuori dal campo. Era rispettato e seguito da tutti i compagni e dalla società. Non avrebbero mai dovuto lasciarlo andare via. Per me è stato uno dei più grandi errori commessi dall'Atalanta e credo che anche Sarri abbia avuto un ruolo in questa decisione, perché non lo ha considerato quanto avrebbe dovuto».

Alla luce di quello che sta succedendo, è stata una scelta troppo affrettata?
«È stata una scelta affrettata e sbagliata e, soprattutto in un momento come questo, de Roon sarebbe stato un punto di riferimento per tutti. I compagni lo ascoltavano, lo rispettavano e lui sapeva parlare loro nel modo giusto. Quando perdi una figura del genere non perdi soltanto un calciatore, ma una persona capace di tenere unito il gruppo. Oggi manca qualcuno che possa rivolgersi allo spogliatoio con la stessa autorevolezza ed essere davvero ascoltato».

Vede qualcuno nella rosa nerazzurra in grado di raccoglierne l'eredità?
«No, assolutamente. Tra i giocatori che compongono attualmente la rosa non vedo una figura capace di sostituire de Roon sotto questo aspetto. Non è una questione di ruolo in campo, ma di personalità, carisma e capacità di essere riconosciuto come leader dai compagni».

Tornando a Monza-Atalanta, mi sembra di capire che non si aspetta una partita semplice?
«Sono convinto che i giocatori brianzoli saranno particolarmente motivati per il loro allenatore. Juric avrà sicuramente parlato con loro, spiegando quanto questa partita sia importante per lui. Probabilmente avrà chiesto loro di aiutarlo a ottenere un risultato positivo. Sono dinamiche che conosco bene, perché in tanti anni di calcio ho ascoltato molti allenatori e ho imparato a capire come si comportano in certe situazioni. Ci sono partite che per un tecnico contano più di altre e, quando i calciatori lo stimano e sono dalla sua parte, fanno di tutto per aiutarlo».

È anche questo un segnale per capire se una squadra segue il proprio allenatore?
«Esattamente. Quando un allenatore chiede qualcosa di particolare ai suoi giocatori, soprattutto in una partita che sente molto, e questi rispondono dando tutto, significa che esiste un rapporto forte. È uno dei segnali più importanti per capire se lo spogliatoio è davvero dalla parte del tecnico».

Tra Monza, Inter e Como quale partita teme maggiormente?
«Sono tre partite difficili, ciascuna per motivi differenti. L'Inter è superiore per valori tecnici, il Como in questo momento è probabilmente la squadra che esprime il calcio migliore, mentre il Monza, pur potendo essere considerato inferiore all'Atalanta sul piano della qualità, metterà in campo tutto quello che ha. I giocatori brianzoli vorranno ottenere un risultato importante anche per il loro allenatore e per questo non sottovaluterei affatto la partita di domenica».

Da doppio ex, per chi farà il tifo domenica?
«Io tifo sempre Atalanta. È la squadra che porto nella mia vita e nel mio cuore. Ho lavorato in tante società, ho vissuto esperienze bellissime e sono rimasto legato a molte persone, ma l'Atalanta la amo più di qualsiasi altra squadra al mondo».

E lei, dopo una carriera così lunga, perché ha deciso di fermarsi?
«Perché ho capito che era arrivato il momento giusto. Ricordo sempre una frase che avevo sentito a Coverciano: "meglio fermarsi che farsi fermare". Ho preferito decidere io quando concludere la mia esperienza dirigenziale, anche per una questione anagrafica. Quando sono gli altri a fermarti è molto più brutto. Ho avuto la fortuna di vivere una carriera lunga, intensa e ricca di soddisfazioni e ho capito quando era il momento di lasciare. Sono partito dal settore giovanile dell'Atalanta e sono arrivato a lavorare con la prima squadra, ricoprendo tanti ruoli diversi e diventando una figura conosciuta nel mondo del calcio. È stato un percorso straordinario, costruito con il lavoro e con la fiducia delle persone che ho incontrato. Sono orgoglioso di quello che ho fatto e soprattutto di essere ricordato ancora oggi».

Una vita trascorsa nel calcio, tra spogliatoi, presidenti, allenatori, trasferte e trattative di mercato. Luciano Passirani ha conosciuto un'Atalanta profondamente diversa da quella di oggi, contribuendo a scriverne pagine importanti e conservando ricordi che appartengono alla storia nerazzurra. Il suo giudizio sul presente è severo, a tratti amaro, soprattutto quando parla di uno spogliatoio che ritiene privo di leadership e di un ciclo europeo che considera concluso, ma il suo legame con l'Atalanta non viene mai meno. Nemmeno dopo tanti anni, nemmeno dopo le esperienze vissute altrove.

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Sezione: Primo Piano / Data: Sab 07 novembre 2026 alle 00:00
Autore: Claudia Esposito
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