C'è un filo sottile che separa una potenziale disfatta da un'impresa di carattere, e l'Atalanta lo ha percorso in equilibrio per oltre ottanta minuti sul prato del "Sinigaglia". Raffaele Palladino si presenta in sala stampa con l'aria di chi ha appena visto materializzarsi sotto i suoi occhi ciò che chiedeva da settimane: non la perfezione stilistica, ma l'anima. L'espulsione immediata di Ahanor poteva essere la pietra tombale sulla partita, invece è diventata la scintilla per riaccendere il sacro fuoco del "DNA Atalanta". Il tecnico non parla di tattica pura, ma di adattamento darwiniano alla difficoltà: un piano gara cestinato in sette minuti e ricostruito in due, grazie a un gruppo capace di soffrire, di trasformarsi in trincea e di trovare in leader come Ederson e Scalvini i pilastri su cui reggere l'urto. Un punto che muove poco la classifica, ma che potrebbe aver spostato molto negli equilibri mentali di una stagione. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mister, mi viene da fare una considerazione paradossale: l'espulsione sembra aver fatto meglio all'Atalanta che al Como. Dopo la prova opaca di Bruxelles, oggi abbiamo rivisto una squadra con uno spirito che mancava da tempo. È d'accordo?
«Sinceramente avrei preferito giocarmela undici contro undici, perché dalla panchina è stata una vera sofferenza. Però, tutto quello che lei dice è vero: probabilmente questa partita, con questa dinamica estrema, è arrivata nel momento giusto. Sfido chiunque a giocare per novanta minuti in dieci uomini contro una squadra come il Como, che palleggia bene e ha grandi individualità, senza crollare. Alla fine del primo tempo ho detto ai ragazzi proprio questo: era la prova del fuoco che ci serviva. Nelle scorse settimane avevo martellato sul concetto di "stare nella sofferenza", di metterci più spirito di sacrificio e di squadra. Oggi è venuto fuori il vero DNA di questo gruppo. Per me questo è un punto guadagnato che vale quanto una vittoria; al di là della classifica, mi piace immensamente come la squadra sia cresciuta mentalmente oggi. È un grande punto di partenza».
Facciamo un parallelo con la trasferta di Genova: anche lì l'avversario rimase presto in dieci e mostrò carattere, mentre l'Atalanta faticò a mostrare quella grinta che lei chiede e che è mancata anche a Bruxelles. Oggi avete finalmente imparato la lezione su cosa serve in queste situazioni?
«Sì, assolutamente, perché a noi serviva disperatamente una partita così. Probabilmente era proprio la risposta che ricercavamo invano nelle scorse settimane. Questo deve essere il nostro standard, la base da cui non scendere mai più. Noi siamo un'ottima squadra, con grandi qualità tecniche e fisiche, ma senza lo spirito di sacrificio rischiamo di essere normali. Oggi invece ho visto tutti difendere, tutti ripartire, tutti aiutarsi. Mi è piaciuto il cuore che hanno gettato oltre l'ostacolo. Li ho ringraziati uno per uno perché sono stati fantastici. Il nostro cammino continua, il campionato è apertissimo e il nostro obiettivo è risalire. Ora testa alla Coppa Italia».
Eravamo a Bruxelles solo quattro giorni fa a parlare della fragilità mentale della squadra. Quanto la soddisfa vedere una reazione così immediata alla difficoltà estrema? La squadra si è riadattata tatticamente in un attimo, anche grazie ai suoi cambi.
«È esattamente quello che mi rende orgoglioso. I ragazzi hanno capito all'istante che il piano gara preparato in settimana, dopo sette minuti, era carta straccia. Bisognava buttarlo via e fare un altro sport, un altro tipo di partita. Abbiamo cambiato assetto in campo in due minuti netti e la squadra si è adattata subito, calandosi nella realtà della battaglia. A me interessa questo: saper stare nella difficoltà enorme. Perché un conto è rimanere in dieci nel secondo tempo, un conto è farlo dal quinto minuto. È stata una maratona di nervi. Questa partita è fondamentale per la nostra crescita mentale».
Le faccio una domanda su di lei: ha dovuto buttare via tutto il lavoro della vigilia e prendere decisioni istantanee. Ha fatto quattro scelte in corsa e tutte hanno pagato, da Sulemana a Bellanova. Cosa dice a sé stesso dopo una gestione del genere?
«A me stesso non dico nulla, ma alla squadra ho detto che sono contento che sia arrivata questa difficoltà. Mi serviva vederli così coinvolti, dai titolari a chi era in panchina. Hanno tirato fuori "quella roba lì" che a me piace e che voglio vedere fino alla fine del campionato. Sulle scelte, ho ragionato in pochi minuti cercando velocità e gamba per le ripartenze. Sulemana è entrato benissimo, Bellanova ci ha dato una grossa mano a strappare, anche se aveva solo due allenamenti con noi e per questo l'ho gestito nel minutaggio. Anche Kossounou ha dato solidità. Potevamo persino metterli in difficoltà in due o tre ripartenze. È un punto che ci dà tanto morale».
Oggi ha avuto ottimi "vice" in campo, a partire da Kolasinac che dalla panchina la supportava. Ma se permette, due giocatori su tutti meritano un voto altissimo oltre a Carnesecchi: Scalvini e un Ederson che non vedevamo così dominante da tempo.
«Guardi, Ederson mi fa arrabbiare. Mi fa arrabbiare perché oggi ho visto il giocatore che tutti conosciamo, devastante, ma mi chiedo perché non lo faccia sempre, anche quando siamo undici contro undici. Oggi, nella difficoltà, è venuto fuori con prepotenza e ha giocato letteralmente per due: è come se avesse annullato l'inferiorità numerica con un lavoro incredibile. Lo stesso vale per Giorgio Scalvini, sfortunato sul rigore ma monumentale, per Krstovic quando è entrato, per De Roon, Djimsiti... tutti hanno fornito una prova di carattere e sacrificio eccezionale. Li ho ringraziati e ho concesso loro un giorno libero domani, se lo sono meritato tutto».
Per chiudere: aveva un piano per battere il Como undici contro undici. Quali erano i punti deboli che avevate individuato e dove pensavate di colpire?
«Ovviamente quello che le dirò adesso non vale più (sorride, ndr). Avevamo preparato una partita di grande qualità tecnica, di coraggio e di possesso, per far valere la nostra individualità e il nostro collettivo. Ma dopo sette minuti quel copione è svanito e ci siamo dovuti reinventare. È stata una crescita anche per me e per il mio staff nella lettura in corsa. I ragazzi sono stati bravissimi a eseguire il nuovo spartito senza prove generali».
Un Palladino che esce rafforzato dalla tempesta. L'Atalanta scopre che per risalire la china non serve solo il fioretto, ma anche la capacità di soffrire e combattere. Una lezione imparata nel modo più duro, ma forse, proprio per questo, indimenticabile.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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