Il sogno di lasciare il segno con la maglia nerazzurra, il rammarico per un'avventura durata meno di quanto avrebbe desiderato e un legame con Bergamo che, a distanza di oltre dieci anni, non si è mai interrotto. Richmond Boakye torna a parlare della sua esperienza all'Atalanta, ripercorrendo una stagione fatta di emozioni, gol, difficoltà e rapporti umani che ancora oggi conserva nel cuore.

Attaccante ghanese classe 1993, arrivato a Bergamo nell'estate del 2014, Boakye, oggi svincolato, ha vestito la maglia nerazzurra nella stagione 2014-2015, realizzando cinque reti tra campionato e Coppa Italia. Un'esperienza vissuta sotto la guida di Stefano Colantuono e successivamente di Edoardo Reja, in un'annata complicata per la squadra bergamasca, impegnata nella lotta per la salvezza. Da allora la sua carriera l'ha portato a giocare in diversi Paesi, ma il rapporto con Bergamo è rimasto speciale. Boakye si è raccontato in esclusiva a TuttoAtalanta.com, restituendo il ritratto di un calciatore ancora profondamente legato ai colori nerazzurri.

Con quali aspettative sei arrivato all'Atalanta nel 2014? Che cosa ti aspettavi dalla tua esperienza a Bergamo?
«Prima di tutto voglio ringraziare il Signore per avermi portato in un club meraviglioso come l'Atalanta. Una città straordinaria, persone splendide e tifosi con una mentalità vincente. Quando arrivai, speravo soprattutto di trovare spazio per giocare e dimostrare il mio valore, ma una volta lì trovai una realtà ancora più bella di quanto avessi immaginato: un grande spirito di squadra e giocatori più esperti sempre disponibili ad aiutare i giovani a migliorare».

Conoscevi già l'Atalanta prima di arrivare in Italia?
«Sì, la conoscevo. Bergamo è sempre stata una città importante e anche in Africa ne sentivamo parlare spesso».

Che cosa ha rappresentato per te la stagione trascorsa all'Atalanta, sia dal punto di vista professionale sia personale?
«È stata un'esperienza straordinaria. Ho avuto la possibilità di lavorare con mister Colantuono e di condividere lo spogliatoio con giocatori come Cigarini, Raimondi, Dramé, Denis e tanti altri. Mi sentivo davvero a mio agio. Ricordo anche un presidente e dirigenti eccezionali, persone di una gentilezza che non potrò mai dimenticare».

Quale dei tuoi cinque gol in maglia nerazzurra ricordi con maggiore emozione: il primo contro il Cagliari, quello decisivo al 90° contro il Parma, la rete contro la Fiorentina o la doppietta in Coppa Italia contro l'Avellino?
«Il gol contro il Cagliari è stato bellissimo, perché segnare in trasferta dà sempre una soddisfazione particolare. Anche quello contro la Fiorentina è tra i miei ricordi più belli. La partita contro l'Avellino, invece, era una gara di Coppa Italia contro una squadra di Serie B. La Serie A è un livello completamente diverso».

La stagione 2014-2015 fu piuttosto complicata per l'Atalanta, che dovette lottare per la salvezza. Secondo te, quali furono le principali difficoltà della squadra e che cosa non funzionò?
«Credo che le difficoltà di quella stagione siano state legate anche a un po' di sfortuna e al livello delle squadre che affrontavamo. In quel periodo c'erano giocatori incredibili in tantissimi club e non era facile per nessuno. Penso che ogni squadra, nel corso di una stagione, possa attraversare momenti difficili. Fa parte del calcio».

A marzo arrivò l'esonero di Stefano Colantuono, sostituito da Edoardo Reja. Quali differenze riscontrasti tra i due allenatori e che cosa cambiò nella squadra con l'arrivo di Reja?
«Colantuono mi aveva voluto all'Atalanta e credeva nei giovani di talento. Il cambiamento non fu del tutto negativo, ma neppure semplice. Quando inizi una stagione e svolgi la preparazione con un allenatore, per poi ritrovartene un altro nel corso del campionato, può essere difficile. Personalmente avrei voluto concludere quella stagione con Colantuono».

Quando eri arrivato a Bergamo, avevi detto che speravi di seguire le orme dei grandi attaccanti passati dall'Atalanta. Al termine della stagione il club decise di riscattarti, ma poco dopo lasciasti Bergamo. Ti aspettavi di restare più a lungo? Ti è rimasto il rammarico di non essere riuscito a lasciare un segno più importante in nerazzurro?
«Il mio sogno era giocare nell'Atalanta per tanti anni e fare la storia di questo club. Ma ogni società ha i propri progetti e cerca determinati giocatori nei diversi momenti della sua storia. Sono convinto che, con il passare del tempo e con maggiore esperienza, avrei potuto dare molto di più. Come ho già detto, però, non ho mai avuto davvero l'opportunità di dimostrare tutto il mio potenziale. In Italia, a volte, si tende a dire che un giocatore è ancora troppo giovane e che gli manca esperienza. Credo che questo modo di ragionare sia sbagliato e abbia impedito a tanti calciatori di talento di avere l'opportunità di diventare grandi».

Con quali compagni avevi legato maggiormente nello spogliatoio? Sei rimasto in contatto con qualcuno di loro?
«Il compagno al quale ero più legato era Dramé. Anche Cigarini mi voleva bene, anche se non avevamo un rapporto altrettanto stretto. E non posso dimenticare un giocatore straordinario che oggi è diventato allenatore dell'Argentina: Lionel Scaloni. Mi dava sempre ottimi consigli e voleva vedermi migliorare continuamente».

Che ricordo conservi dei tifosi atalantini e dell'atmosfera che si respirava allo stadio dell'Atalanta?
«I tifosi dell'Atalanta sono tra i migliori che abbia mai incontrato nella mia carriera. Ricordo ancora il giorno in cui segnai il gol decisivo contro il Parma: lo stadio sembrava esplodere. Sono tifosi straordinari e continuo a voler loro bene ancora oggi».

E di Antonio e Luca Percassi?
«Ricordo un grande presidente e uno straordinario Luca, che fu gentilissimo con me fin dal primo giorno in cui arrivai all'Atalanta. Prego Dio affinché conceda loro una lunga vita, perché mi hanno dato davvero la possibilità di vivere un'esperienza bellissima».

Pochi anni dopo la tua partenza, l'Atalanta ha iniziato una crescita esponenziale, fino a conquistare l'Europa League nel 2024. Ti saresti mai aspettato che la società nerazzurra potesse raggiungere traguardi così importanti?
«Sì, ci credevo. Conoscevo la struttura che Percassi e suo figlio stavano costruendo e il tipo di giocatori che la società era abituata a scegliere. Per questo ero convinto che, prima o poi, sarebbero arrivati grandi risultati».

Qual è il ricordo più bello di Bergamo, anche al di fuori del calcio?
«Il cibo era buonissimo e la città era bellissima, soprattutto Bergamo Alta».

Sei mai tornato a Bergamo dopo la tua partenza?
«Torno quasi ogni anno, perché mio fratello vive ancora oggi a Bergamo. E io amo questa città».

Oggi come viene considerata l'Atalanta in Ghana?
«È considerata una società straordinaria. Tanti calciatori ghanesi di talento mi hanno chiesto di diventare un procuratore e di portarli all'Atalanta. Questo dimostra quanto sia amato un club che gioca un calcio così bello».

Nel 2015 era arrivato all'Atalanta anche un giovanissimo Franck Kessie. Avevi avuto occasione di allenarti con lui?
«Ci conosciamo e siamo rimasti in contatto. Abbiamo anche giocato insieme in Ghana, durante una partita di beneficenza e lui mi ha servito l'assist per segnare un gol. È un giocatore straordinario e sono molto felice del suo ritorno all'Atalanta».

Conosci personalmente Kamaldeen Sulemana, tuo connazionale e attaccante dell'Atalanta? Che cosa pensi delle sue qualità e quale contributo potrà dare alla squadra dopo l'infortunio?
«È più giovane di me e lo ricordo dai tempi in cui giocavo in Nazionale. Ho avuto anche l'opportunità di giocare con lui nel Ghana. È un calciatore di grandissimo talento e sono convinto che nei prossimi anni potrà fare ancora molto. L'Atalanta dovrebbe tenerselo stretto».

Segui ancora il campionato italiano e, in particolare, l'Atalanta?
«Sì, seguo ancora il calcio italiano, perché sono cresciuto in Italia e considero questo Paese casa mia. Amo l'Italia. Mi piace anche andare a Milano quando non ci sono partite, per trascorrere un po' di tempo libero e divertirmi».

Un'ultima domanda: cosa pensi dell'Atalanta di questa stagione?
«Penso che l'Atalanta sia una grande squadra. I giocatori devono ricordarsi di giocare per se stessi, per i tifosi e per le proprie famiglie, lavorando insieme come un gruppo. Devono avere sempre ben presente il motivo per cui indossano quella bellissima maglia».

Per Richmond Boakye quella dell'Atalanta è una di quelle maglie che si continuano a sentire proprie anche quando la carriera porta lontano. Il suo racconto non nasconde il rammarico per un'occasione che avrebbe voluto sfruttare più a lungo, ma soprattutto restituisce la gratitudine verso una società, una città e persone che hanno lasciato un segno profondo nella sua vita.

Dalle parole dedicate ai Percassi al ricordo dell'esplosione dello stadio dopo il gol contro il Parma, fino all'affetto per Colantuono e ai consigli ricevuti da Scaloni, emerge un legame che va oltre le presenze e le reti segnate. Boakye a Bergamo continua a tornare, quasi ogni anno. Perché ci vive il fratello, ma anche perché una parte della sua storia è rimasta in nerazzurro.

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Sezione: Primo Piano / Data: Dom 25 ottobre 2026 alle 00:00
Autore: Claudia Esposito
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