C'è un passaggio della conferenza di ieri che vale più di qualsiasi probabile formazione. Elmas, a cui era stato chiesto chi siano i leader di questo gruppo, ha risposto con cinque nomi: Kolašinac, Pašalić, Éderson, Hien, Sportiello. Una risposta onesta, generosa, persino affettuosa. Ma se si mette quell'elenco accanto alla formazione che giovedì scenderà in campo contro il Kairat, il risultato fa riflettere: Kolašinac è in infermeria, Hien è in infermeria, Sportiello è in panchina perché il titolare è un altro. Restano Éderson, che lunedì è uscito tra i fischi, e Pašalić, che gioca un ruolo che non è il suo e che contro il Parma ha subito il tunnel del 3-0. I leader dell'Atalanta, oggi, guardano la squadra da fuori o la guidano in difficoltà. Questo è il punto.

Sarri, che di spogliatoi ne ha visti tanti, ha detto la stessa cosa in un altro modo. Ci sono giocatori con caratteristiche di personalità importanti, ha spiegato, che non sono abituati a usarle per incidere sugli altri. Non ha fatto nomi, e ha fatto bene. Ma il messaggio è arrivato: in questa squadra c'è chi potrebbe prendere la parola e non la prende. Ed è esattamente ciò che è mancato lunedì, quando il gol di Fabbian ha spento tutto e nessuno ha riacceso la luce. Non si tratta di urlare in campo o di gesti teatrali, che servono a poco. Si tratta di quella cosa invisibile che fa sì che, dopo un gol subito, la squadra torni a fare ciò che faceva un minuto prima. Il calcio la chiama leadership, ma è più semplice: è la capacità di non avere paura per conto degli altri.

Per dieci anni l'Atalanta non ha avuto questo problema, perché aveva uomini che erano diventati leader insieme alla squadra. Quel gruppo si è sciolto poco alla volta, com'è naturale, e il ricambio è stato fatto con giocatori bravi, giovani, spesso costosi, ma arrivati da contesti diversi. A questi giocatori è stato chiesto, nello stesso momento, di imparare un sistema nuovo, un allenatore nuovo, una città nuova e un ruolo nuovo dentro lo spogliatoio. È troppo, e lo ha riconosciuto lo stesso Elmas ricordando la sua esperienza napoletana: cambiare modulo, allenatore e abitudini non è semplice per nessuno.

Il ritiro serve anche a questo, ed è forse il suo senso più profondo. Sarri ha parlato di momenti da passare insieme senza parlare di calcio, di rapporti personali da costruire. Sembra una formula, è una necessità: i leader non si nominano, si riconoscono. Emergono quando un gruppo passa abbastanza tempo insieme da capire su chi può contare. Sei giorni a Zingonia non bastano a costruire una gerarchia, ma possono bastare a indicarla.

Poi c'è la questione più semplice, e più urgente. Kolašinac sta per tornare, Franck Kessie anche. Non sono nomi a caso: sono due giocatori che, per carattere e per storia, hanno abituato i compagni a sentirli. Il loro rientro non sistemerà da solo la difesa e la mediana, ma restituirà alla squadra due voci. Nell'attesa, giovedì contro il Kairat, qualcuno dovrà alzare la testa per primo. Chi lo farà, se lo farà, avrà fatto per l'Atalanta più di un gol. Perché il problema di questa squadra non è che non sa giocare: lo ha dimostrato per quaranta minuti lunedì. Il problema è che, quando il gioco si rompe, nessuno sa ancora dire «calma, rifacciamolo». Quella frase, a Bergamo, una volta la pronunciavano in tanti. Oggi bisogna trovare chi abbia il coraggio di ricominciare a dirla.

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Sezione: Primo Piano / Data: Gio 05 novembre 2026 alle 00:00
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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