Se qualcuno cercava la prova definitiva che la cura Palladino ha attecchito, la notte del Dall'Ara è la risposta stampata nero su bianco (anzi, rossoblù su nerazzurro). Vincere a Bologna non è mai banale, ma farlo con questa autorità disarmante, facendo sembrare una squadra in crisi d'identità come quella di Italiano una semplice comparsa, è roba da grande squadra. Il 2-0 finale è persino stretto per quanto visto in campo: un dominio fisico, tattico e mentale che ci regala il sorpasso in classifica proprio sui felsinei e ci proietta al settimo posto. La scalata continua, e le vertigini non ci fanno paura.
108 giorni dopo: l'urlo di Nikola. La copertina se la prende di prepotenza Nikola Krstovic. E ci mancherebbe altro. Dopo 108 giorni di digiuno (un'eternità per chi vive per il gol), il montenegrino ha scelto la serata giusta per ricordare a tutti che l'Atalanta non è solo Scamacca. Una doppietta da centravanti vero: tap-in rapace sul cioccolatino di un De Ketelaere sontuoso (voto 8, assist-man visionario) e diagonale chirurgico a chiudere i conti. "È tornato", ha detto il campo. E Palladino sorride, perché avere due bocche da fuoco così, là davanti, è un lusso che in pochi possono permettersi.
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Ahanor e la carta d'identità strappata. Ma se Krstovic è la notizia da prima pagina, la vera goduria per noi bergamaschi arriva dalla difesa. Con Kolasinac e Kossounou fuori, l'emergenza poteva fare paura. Invece? Invece Scalvini ha spiegato calcio e, soprattutto, abbiamo ammirato Ahanor. Diciassette anni, classe 2008. Ripetiamolo: 2008. Ha giocato con la personalità di un trentenne, annullando gli esterni del Bologna. Come ha detto capitan De Roon nel post-partita: "Sembra un veterano". Zingonia e lo scouting nerazzurro non tradisce mai: la fabbrica dei talenti ha sfornato un altro predestinato, in questo caso scovato e strappato al Genoa in tempo dalla concorrenza nell'ultima sessione di mercato estiva.
Il Camaleonte Palladino. Il segreto di questa rinascita (8 vittorie nelle ultime 11) sta però nel manico. Palladino ha plasmato una squadra "camaleontica", capace di cambiare pelle senza perdere l'anima. Che sia difesa a tre o a quattro, che si giochi di rimessa o si aggredisca alti (come nel primo tempo "scatenato" di ieri), il risultato non cambia: tutti sanno cosa fare. "Non ho titolari fissi", dice il Mister. E si vede. Chi entra, morde. Chi gioca, suda la maglia. Abbiamo imparato a soffrire e a non prendere gol (secondo clean sheet di fila).
L'Europa che conta è lì, a un passo. E con questa fame, vietato porsi limiti.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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