Bisognerebbe parafrase la Fattoria degli Animali di George Orwell. Negli ultimi due mesi - e passa - abbiamo invece assistito a quella dei ministri, più che dei calciatori. Perché se da una parte Ciccio Caputo, due mesi fa, diceva di "stare a casa", dall'altra Ivan Rakitic, qualche giorno addietro, si è proposto di giocare pure con il rischio di essere eventualmente infettato. Certo, sarebbe bello capire come un sistema chiuso come il calcio - con tamponi un giorno sì e l'altro pure - possa avere dei problemi senza un contatto (e un contagio) esterno, ma è una discussione da comitato tecnico scientifico e da medici che, nel frattempo, hanno paura degli eventuali problemi collaterali. Se il 25% dei malati gravi contraggono una miocardite, il rischio è quello di giocare senza grandi campioni. Il Covid-19 è difficilmente inquadrabile, ancora, e avrà bisogno di qualche tempo per capire fino in fondo quale sarà il problema. Detto questo ci troviamo davanti a due strade, difficilmente percorribili entrambe. Da una parte c'è la salute dei giocatori, forse anche della collettività, che diventa secondaria quando ci sono soldi in mezzo. Dall'altra la precarietà: non tanto per la A, perché chi guadagna cifre fuori dal mondo continuerà eventualmente a farlo, forse non in Italia. Però chi incomincia a giocare in Serie B, in C, oppure in D, rimarrà senza un lavoro. In un momento complicato come quello che sta passando il paese è difficile pensare a eventuali altri sacrifici, oppure a contributi a fondo perduto dal governo. Tutti gli sportivi sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Poi toccherà a chi comanda, pur sapendo che eventualmente sarà una decisione che incide sui prossimi 20 anni di calcio, non su uno o due come in alcuni sport che, ora, stanno (forse giustamente) lamentandosi.

I post di Spadafora sembrano quelli di un altro politico che dice tutto e il contrario di tutto, pur non sapendo che la gestione, pur impopolare, dev'essere retta e pacifica. Lo sport ha acredine, ma dev'essere passionale, perché è quello che chiede l'Italia. Chi rimane super partes viene spesso tacciato di parzialità, da una parte e dall'altra. In soldoni: Spadafora purtroppo non ha capito che il suo ruolo è quello di sperare che il calcio riparta, così come la palestra, la danza, il basket e la pallavolo. Ogni intervento fuori dal seminato non è accettato, perché non può esistere critica da parte di chi deve far rispettare e tutelare lo sport italiano. Perché la domanda sorge spontanea, cosa succederà a luglio? Tutti potranno ripartire? Il calcio dilettantistico dovrà usare le mascherine? Possiamo permetterci anni senza lo sport, navigando a vista? È una bella domanda per cui non c'è risposta.

Infine un pensiero alla mia città, Bergamo. Il distanziamento sociale sta diventando piano piano disagio, tutti stanno lontani, lontanissimi, mentre sui Navigli c'è chi fotografa con il grandangolo oppure gente che dà dell'untore a chi va in spiaggia. La situazione, si spera, sta migliorando per tutti. Però attenzione all'essere l'ultimo giapponese nella foresta quando la guerra è oramai finita. Stiamo passando dei mesi difficili, continuare ad alzare i toni non ha senso, così come credere che ci possa essere una socialità diversa da prima del Coronavirus. È una situazione impossibile da accettare per la nostra vita, da qui ai prossimi 50 anni. Anche perché, e basta vedere alcuni siti che parlano di natalità e mortalità, il numero di esseri umani continua a crescere. Prima o poi l'adattamento avrà la meglio, è inutile sbraitare sui social network oppure pubblicare video con velate minacce. Tamponi, sierologici e quarantena: come per la Serie A, non ci vuole una task force che non decide ma qualche fatto.

Sezione: Copertina / Data: Dom 10 maggio 2020 alle 07:00 / Fonte: di Andrea Losapio
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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