Un passivo pesante, forse troppo severo per quanto visto sul rettangolo di gioco, ma inesorabile nel suo verdetto. Luciano Spalletti analizza a Sport Mediaset l'eliminazione della Juventus con l'onestà intellettuale che lo contraddistingue, rifiutando gli alibi, anche di fronte a un rigore discusso, per concentrarsi su una disquisizione lucida tra il "giocare bene" e il "vincere". Il tecnico toscano rende onore al cinismo dell'Atalanta di Palladino, ma non nasconde il rammarico per la mancanza di lucidità della sua squadra nei momenti topici: quegli istanti in cui la partita smette di essere statistica e diventa "vera". Tra l'analisi degli errori nell'ultimo passaggio e la critica per il disordine tattico nel finale, Spalletti traccia la linea tra la prestazione e il risultato. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mister, il risultato è netto, ma l'Atalanta ha saputo colpire ed essere perfetta nei momenti determinanti. Al di là della mancata concretizzazione, cosa è mancato davvero alla sua Juventus stasera per cambiare l'inerzia della gara?
«Innanzitutto bisogna dare merito agli avversari: l'Atalanta è stata brava nei momenti determinanti della partita. Quando si commenta un 3-0 non bisogna arrampicarsi sugli specchi o rincorrere le situazioni per giustificarsi. Vanno fatti i complimenti alla squadra e a Palladino: giocano un buon calcio, sono costruiti bene e stasera sono stati superiori negli episodi. Cosa ci è mancato? Le scelte determinanti. Ci sono fasi in cui la partita scorre via per fare le statistiche, e poi ci sono momenti in cui la partita diventa "vera". Lì bisogna prendere decisioni lucide, veloci, chirurgiche. Noi, in quei frangenti decisivi, le abbiamo sbagliate tutte; loro, invece, le hanno prese tutte giuste».
Alessio Tacchinardi da studio sottolinea comunque la buona prova della squadra, che ha creato tanto. Tuttavia, per competere ai massimi livelli, quanto è necessario alzare l'asticella anche in termini di mentalità, soprattutto quando il gioco si fa duro?
«Il bello del calcio giocato è che il merito, o il demerito, è sempre del gruppo, di come si allena e del modo di ragionare collettivo. Noi abbiamo qualche difetto, come tutti, ma siamo una squadra unita. Il problema stasera è stato non rendersi conto di quei momenti che diventano determinanti: bisogna essere più precisi, saperli riconoscere. Se andiamo a contare le occasioni, il risultato di stasera è totalmente falsato rispetto all'andamento della gara. Però poi resta scritto 3-0 e quella è la realtà. L'unica cosa che non mi è piaciuta è il finale: ci siamo "spampanati", sbaragliati per il campo, andando in giro ognuno per conto suo nel tentativo di risolvere la situazione singolarmente. Lì abbiamo perso ordine e logica, cosa che fino a quel momento non era successa».
Giampaolo Pazzini nota come la Juventus abbia fatto la partita, creando i presupposti per segnare ma fallendo sistematicamente l'ultimo tocco, spesso complicandosi la vita in situazioni di superiorità numerica come i due contro uno. È un problema di qualità pura, di personalità o di lettura della situazione?
«È vero, ci siamo incasinati la vita da soli in situazioni favorevoli. Manca un po' il riconoscere certe situazioni in tempo reale. Poi, indubbiamente, ci sono delle caratteristiche individuali nei calciatori che a volte incidono: tu crei i presupposti, arrivi lì e poi la palla finisce fuori di un centimetro, prendi il palo o tiri addosso al portiere. Però è evidente che non riusciamo ad avere quella lucidità necessaria per fare la scelta determinante nel momento determinante. Finché la partita è "riconoscibile" e scolastica, ci siamo; quando diventa meno riconoscibile e serve l'istinto per la giocata vincente, lì ci è mancato qualcosa. A volte purtroppo succede».
In chiusura, impossibile non chiederle un parere onesto sul rigore concesso all'Atalanta che ha sbloccato la gara. Ha fatto molto discutere: lei cosa ne pensa?
«È rigore perché l'arbitro lo ha fischiato e perché la palla tocca la mano. Non mi interessa entrare in polemiche o dire che "questo non è più calcio". A me interessano altre cose, il mio lavoro è differente. Devo occuparmi di perché la mia squadra non ha fatto le scelte giuste, non delle decisioni arbitrali. Accetto il verdetto e vado avanti».
Spalletti lascia Bergamo con l'amaro in bocca ma con la testa alta. La lezione è chiara: nel calcio "vero", quello che conta non è quanto crei, ma quanto sei bravo a scegliere quando la palla scotta. Una lezione che la Juventus dovrà assimilare in fretta.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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