Difensore solido e affidabile, Duccio Innocenti ha vestito la maglia dell’Atalanta per tre stagioni e mezzo, dal 2003 in poi. Con 59 presenze complessive, è stato uno dei protagonisti della cavalcata promozione con Andrea Mandorlini in panchina, lasciando il segno per serietà e attaccamento alla maglia. Conclusa la carriera da calciatore, è rimasto nel mondo del pallone mantenendo un legame viscerale con l’ambiente nerazzurro. Oggi, da tifoso, racconta come Bergamo non sia stata solo una tappa professionale, ma un'esperienza di vita che avrebbe voluto prolungare molto più a lungo.
Duccio, che ricordo hai dell'esperienza in nerazzurro?
«Un’esperienza molto positiva - ricorda e racconta, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Arrivai nell’estate 2003, proprio a fine mercato, in una situazione particolare. Ero appena passato alla Lazio, ma l'Atalanta era retrocessa in B. Molti pensarono che il mio arrivo fosse legato alle cessioni di Zauri e Dabo alla Lazio, ma in realtà non c’era alcun collegamento diretto».
Lasciare la Lazio per la B fu una scelta coraggiosa.
«Avevo altre richieste, ma cercavo nuovi stimoli. Venivo da cinque anni a Bari ed ero approdato in una Lazio stellare, con gente come Stam, Crespo, Claudio Lopez, Salas, Mihajlovic. Eppure, accettare la proposta dell’Atalanta fu un onore, non un passo indietro».
Quella stagione 2003-2004 fu trionfale.
«Un anno da record. Rimanemmo imbattuti fino alla 24ª giornata e centrammo l'immediata risalita in Serie A. Fu una cavalcata indimenticabile».
È stato il tuo anno migliore a Bergamo?
«Tutti i tre anni e mezzo sono stati positivi. Purtroppo sono stati pochi: io sarei rimasto volentieri a vita. La squadra mi è rimasta nel cuore. Oggi tifo Atalanta. Simpatizzo per la Fiorentina perché ci sono cresciuto calcisticamente, ma l'Atalanta e i suoi tifosi hanno un posto speciale. L’amore che c’è a Bergamo per la propria squadra è qualcosa di raro».
Sentivi l'affetto della gente?
«Assolutamente sì, altrimenti non la seguirei con questo trasporto ancora oggi».
Perché arrivò l'addio?
«Andai via perché trovavo poco spazio e avevo bisogno di giocare con continuità. Ero in una fase della carriera in cui volevo rimettermi in gioco e sentirmi protagonista».
C'è un luogo o una persona che ricordi con più affetto?
«Bergamo è talmente bella che è impossibile scegliere un solo luogo. E anche per le persone è difficile: eravamo un gruppo fantastico, fare un nome solo sarebbe ingiusto verso gli altri. Quegli anni furono intensi e ho lasciato tanti amici in città».
Torni spesso?
«Sì, certo. Vado allo stadio e quando passo per lavoro mi fermo sempre volentieri a mangiare in città. È un piacere tornare».
All'epoca l'Atalanta faceva l'ascensore tra A e B. Immaginavi questa evoluzione?
«No, e va dato atto alla famiglia Percassi di aver fatto un miracolo. Che Bergamo fosse una "polveriera" di passione si percepiva già allora, ma era difficile immaginare una crescita simile. Oggi però non sono sorpreso: l'amore incondizionato dei tifosi meritava questi palcoscenici».
Sabato Gasperini torna da avversario. Quanto ha inciso nel ciclo nerazzurro?
«Non si può attribuire tutto a un solo uomo, è stato un concorso di fattori: serietà, organizzazione, investimenti. Detto questo, Gasperini è stato l'artefice principale. Ha migliorato le prestazioni di tutti, lavorando in simbiosi con un club che ha saputo comprargli i giocatori giusti».
Che impressione ti ha fatto l'Atalanta di Palladino?
«Una squadra in crescita. Non è partita fortissimo, ma sta migliorando. Contro l'Inter non meritava la sconfitta. Credo possa fare un campionato importante seguendo le idee di Palladino, che è un buon allenatore. È normale avere ancora negli occhi l'Atalanta di Gasp, ma si può continuare a sognare anche così».
Quindi non vedi un ridimensionamento?
«No. Sono partiti big come Retegui, vero, ma ne sono rimasti altri e la società ha investito su profili di prima fascia. Gasperini è stato un valore aggiunto unico, senza nulla togliere a Juric e Palladino, ma la struttura resta solida».
Da ex difensore, come giudichi la retroguardia?
«È un reparto importante, con giocatori di livello. Credo sia uno dei punti di forza più solidi della squadra attuale».
Dove può arrivare questa Atalanta? La sconfitta con l'Inter ridimensiona gli obiettivi?
«La gara è stata equilibrata, decisa da un episodio. Serve solo una striscia di risultati utili per dare continuità. La classifica è corta: siamo a 4 punti dal settimo posto, c'è ancora tutto il girone di ritorno. I margini per risalire ci sono tutti».
La Champions è un miraggio?
«Obiettivamente la vedo complicata. Servirebbe un girone di ritorno quasi perfetto. Nel calcio mai dire mai, ma oggi sembra un traguardo difficile».
In Europa invece?
«Lì il percorso può essere più agevole. In Champions la squadra sta facendo benissimo e ha le carte in regola per passare il turno direttamente. La sfida con l'Athletic Bilbao sarà un bel banco di prova, ma possiamo competere».
Che partita ti aspetti contro la Roma?
«Complicata. La Roma sta bene fisicamente e mentalmente. Non esistono partite facili, ma l'Atalanta ha la qualità per mettere in difficoltà i giallorossi, pur rispettando il loro momento di forma».
Come vivranno i giocatori la sfida contro il loro ex mentore?
«È una gara particolare. Molti devono essere grati a Gasperini per la carriera che hanno fatto. Però oggi allena la Roma e va affrontato come un avversario. L'affetto umano resta, ma in campo i professionisti pensano solo a vincere per la propria maglia».
Il racconto di Duccio Innocenti è quello di un uomo che a Bergamo non ha solo lavorato, ma ha lasciato un pezzo di cuore. Nessun rimpianto, se non quello di non aver potuto vestire quella maglia più a lungo. Oggi guarda l'Atalanta con l'occhio esperto dell'addetto ai lavori e l'affetto del tifoso, riconoscendo l'evoluzione straordinaria del club senza dimenticare le radici di quella passione che lo ha conquistato vent'anni fa.
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