Pippo Musitelli è un ristoratore bergamasco doc, gestore del Centro «La Proposta» di Briolo, a Ponte San Pietro, e dell’estivo alla Madonna della Castagna. Negli anni ha organizzato cene e momenti di aggregazione per la Curva, ma prima di tutto Pippo – che in passato ha gestito anche «Alla Miniera» di Urgnano e lo «Sporting Tomenone» di Brusaporto – è un atalantino cresciuto allo stadio per mano di suo padre. Un’eredità che non si è fermata a lui: oggi quella stessa passione Pippo la vive e la trasmette a suo figlio, con cui condivide gradinata e trasferte europee. Per lui l’Atalanta non è solo tifo, ma una fede familiare che passa di generazione in generazione.
Pippo, da quando tifa Atalanta?
«Da sempre - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. È una passione che mi ha trasmesso mio padre: sono cresciuto a pane e Atalanta. Ho cominciato ad andare allo stadio nell’80, quando avevo poco più di sette anni. All’inizio con papà, poi con gli amici, ma sempre in Curva. È una fede che si tramanda: mio padre l’ha fatto con me e io con mio figlio, che ora ha la mia stessa malattia nerazzurra. Le trasferte all’estero le faccio con lui, l’ultima a Francoforte. Vuole fare il giornalista sportivo».
Un tifo indipendente o legato a qualche gruppo?
«Indipendente. Non ho mai fatto parte di gruppi organizzati, ho vissuto la Curva nel senso più puro, da tifoso libero. A volte mi aggregavo, certo, ma facendo il ristoratore non sono mai riuscito a garantire la continuità necessaria per le trasferte. Il legame vero è stato quello personale, di amicizia, con Claudio Galimberti».
Il ricordo più bello degli anni allo stadio con papà?
«Ce ne sono tanti. Nella semifinale col Malines non c’ero, non trovai il biglietto, ma ero presente ai quarti con lo Sporting Lisbona: ricordo l’emozione al secondo gol. E poi la nostalgia di quando in Curva si arrivava tre ore prima per prendere posto».
E in tempi recenti?
«La vittoria dell’Europa League è stata la ciliegina sulla torta. L’ho vista in un pub a San Paolo d’Argon con mio figlio. Un’emozione enorme, inaspettata, anche se ci speravamo tanto dopo aver perso la finale di Coppa Italia con la Juve. Non potevamo perdere anche a Dublino. Quella settimana è stata infinita».
Ha festeggiato quella notte?
«Sì, ma in modo tranquillo. Non amo i festeggiamenti esagerati dove rischi di farti male. Preferisco vivere le emozioni serenamente. Il giorno dopo, però, sono andato all’aeroporto ad accogliere la squadra e ho partecipato alla festa da Città Alta allo stadio».
Un’Atalanta così grande è ancora possibile?
«Secondo me sì. La società ha capito il livello raggiunto e sa che conviene restarci, anche economicamente. La struttura ormai è da grande Club».
Le finali di Coppa Italia le ha viste dal vivo?
«Sì, entrambe. Organizzai io stesso le trasferte con 4-5 pullman di amici».
Le ricorda come delusioni?
«Qualcuno le chiama così, io no. Dieci anni fa avrei firmato per giocarle. Bisogna essere realisti e ricordarsi sempre da dove veniamo. Io mi godo tutto, anche quando non si vince. La sofferenza fa parte del gioco, ma non cancella il privilegio che stiamo vivendo. L’ho detto a mio figlio: a 16 anni ha visto più emozioni di quante ne ha vissute suo nonno in 82».
Vale anche per quest’anno?
«Certo. Sapevamo che con l’addio di Gasperini avremmo pagato dazio. È normale. Dobbiamo stare vicini alla squadra e lottare con questi ragazzi. I risultati li vedremo alla fine».
In Champions come vede il cammino?
«Molto positivo, meglio che in campionato. Forse c’è qualche premio speciale per l'Europa! Scherzi a parte, se vinciamo una delle prossime due siamo nelle prime otto. Sarebbe straordinario. Penso alla rimonta col Chelsea o alla gara di Francoforte: personalità da vendere».
In campionato invece c’è qualche rammarico?
«Sì, abbiamo lasciato punti per strada per episodi sfortunati: pali, traverse, miracoli dei portieri. Con 5-6 punti in più saremmo attaccati al treno delle prime. Ma ho fiducia».
L’arrivo di Palladino ha cambiato qualcosa?
«Ha portato entusiasmo e ricompattato il gruppo. Da esterno, credo mancasse dialogo prima. Juric e Palladino sono diversi soprattutto nel rapporto umano. Va detto che se Juric avesse vinto quelle due partite dominate e pareggiate per sfortuna, la storia sarebbe cambiata. Anche Gasperini a Napoli rischiò l'esonero e poi aprì un ciclo. Il calcio è fatto di momenti».
L’Europa è ancora possibile?
«Assolutamente sì. C’è anche la Coppa Italia da giocare. E sinceramente, qualunque Europa arrivi, a me va bene».
La gara con l’Inter ha ridimensionato le ambizioni?
«L’Inter è sempre stata più forte. Noi lo squadrone vero l’avevamo l’anno scorso, ma gli infortuni di Scamacca e Scalvini ci hanno tagliato le gambe. Quella era l’annata giusta per lo Scudetto. Inutile lamentarsi dei sostituti: a gennaio chi trovi forte come Scamacca?».
Serve intervenire sul mercato ora?
«Se non parte nessuno e Lookman torna quello vero, siamo competitivi. Se qualcuno parte, va sostituito bene. Ma più che altro serve un filotto di risultati».
Deluso dall'atteggiamento di Lookman?
«Oggi pochi giocatori incarnano lo spirito della maglia a vita. Stromberg è un'eccezione rara. Oggi sono professionisti. Però ci sono tre capitani che la maglia la sentono davvero: Djimsiti, Pasalic e De Roon. Lookman deve riconquistare la piazza: tecnicamente è fortissimo, ma certe uscite non sono piaciute. Il campo conta, ma anche il rispetto per la gente».
Come accoglierà Gasperini?
«Bene, ma ora è alla Roma. Lo ringrazio per tutto, sarebbe assurdo negarlo, ma poteva essere più onesto: dirci prima che andava via. Lo avremmo salutato come Toloi. Così resta l'amaro in bocca. Ognuno è libero di scegliere, ma è mancata trasparenza».
Niente accoglienza stile De Rossi a Roma?
«No, quella è un'altra storia. Sarà un'accoglienza civile, di ringraziamento. Non un ritorno di cuore come vedrei per un Bellini o un Raimondi. A Bergamo chi suda la maglia viene sempre rispettato. Penso a Inzaghi: tornato per anni da avversario, mai fischiato».
Nel suo locale si riuniscono i tifosi?
«Sì, per le trasferte europee si riunisce l’ATA e un gruppo dell’Isola. Il calcio, e soprattutto la Curva, sono ancora un’enorme occasione di aggregazione».
La Curva ha ancora questo ruolo sociale?
«Sì. Conosco tantissima gente che vedo solo la domenica allo stadio. Pensionati, ragazzi, famiglie: l'aggregazione è la forza della Curva, anche se senza il nostro leader è diverso».
Si rimpiangono quegli anni?
«Tutta la vita. Ma più di tutto si rimpiange l'assenza di Claudio Galimberti come persona. Sta pagando per tutti. Il mio sogno è rivederlo in Curva. Vale più di uno Scudetto. Oggi certe cose non sono più tollerate, ma coreografie e fumogeni erano parte dello spettacolo. È un bene che non ci siano più scontri, ma a livello emotivo si è perso qualcosa. Quelle coreografie ti facevano innamorare».
Che partita si aspetta con la Roma?
«Se vogliamo stare in alto, dobbiamo vincere. Sarà aperta e tesa. Gasperini sa bene che a Bergamo non vincerà facile».
Lei divenne virale per il due aste «Di Serina c’è solo il paese». Lo usa ancora?
«Penso che se avessimo remato tutti dalla stessa parte, sarebbe stato più semplice. A volte bisogna proteggere la squadra, non solo attaccare. Lo stendardo ce l’ho ancora, ma ho promesso di regalarlo al sindaco di Serina che me l’ha chiesto».
Nel racconto di Pippo Musitelli l’Atalanta è una storia che si tramanda. Dal padre che lo portava in Curva negli anni Ottanta a lui che oggi accompagna il figlio in giro per l’Europa. È questo il senso profondo del tifo nerazzurro: non il risultato, ma un legame che unisce le generazioni. Un’eredità che non si misura in trofei, ma in ricordi ed emozioni che passano di padre in figlio.
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