Il sogno Mondiale è vivo e pulsa forte. La notte liberatoria vissuta alla New Balance Arena ha spazzato via i demoni del passato, permettendo all'Italia guidata da Gennaro Gattuso di guardare alla decisiva trasferta di Zenica con una rinnovata e granitica consapevolezza. Se contro l'Irlanda del Nord sono state le zampate d'autore di Sandro Tonali e Moise Kean a scacciare definitivamente il fantasma dell'eliminazione di Palermo, ora il gruppo azzurro ha almeno dieci solidi motivi per credere nell'impresa balcanica contro la Bosnia. Tra le certezze offensive garantite dal mix di esplosività e fisicità, e un ambiente che vedrà la pressione spostarsi inevitabilmente tutta sulle spalle dei padroni di casa, la strada verso le Americhe sembra finalmente tracciata per una squadra che ha saputo rialzare la testa nel momento più drammatico.
L'ARSENALE OFFENSIVO E I RICORSI STORICI - L'abbondanza e la forma straripante nel reparto avanzato costituiscono il primo, grande scudo azzurro. Kean si è ripresentato tirato a lucido, dimostrandosi un'autentica furia in campo aperto, capace di fulminare chiunque con i suoi scatti brucianti. Al suo fianco sgomita un predestinato come Francesco Pio Esposito, il cui impatto devastante a gara in corso inizia a scomodare paragoni illustri con le indimenticabili notti mondiali di Paolo Rossi nel 1978 e di Alessandro Altobelli nell'82, quando subentrava a Francesco Graziani. Sebbene Mateo Retegui sia apparso leggermente appannato nel capoluogo lombardo, l'ex bomber orobico rimane un lottatore indomito, indispensabile per garantire profondità e sportellate. Un tridente atipico che trasmette enorme tranquillità, capace di compensare a suon di gol anche le fisiologiche amnesie del pacchetto arretrato.
IL PATTO D'ACCIAIO E I CORRETTIVI A CENTROCAMPO - La vera forza della Nazionale non risiede tuttavia solo nei singoli, ma in un monolite umano forgiato in pochissimi mesi di gestione. I gesti di attaccamento incondizionato alla maglia si sprecano: Gianluca Scamacca è rimasto a lottare contro il tempo per recuperare, lo sfortunato Guglielmo Vicario ha preteso di restare a Coverciano e Giovanni Di Lorenzo viaggerà con la squadra nella bolgia bosniaca. – come analizza il Corriere dello Sport – il commissario tecnico ha però saputo abbinare il cuore alla lavagna tattica. «Dovremo prepararla bene e mi farò capire meglio», ha ammesso il mister, che a Zenica varerà una vera linea mediana a tre. Dopo aver corretto in corsa la posizione di Manuel Locatelli, inizialmente troppo schiacciato in una retroguardia che vedeva Gianluca Mancini adattato sulla fascia, ora le distanze saranno più corte, con Nicolò Barella e Tonali pronti ad aggredire con costanza la trequarti avversaria.
L'ARMA SEGRETA DEI CAMBI E LA GIOVENTÙ - In una battaglia logorante e senza appello, la freschezza atletica e l'incontenibile incoscienza giovanile si trasformeranno in un fattore in grado di spaccare l'equilibrio. Il selezionatore calabrese scruta la sua panchina e sorride, consapevole di avere a disposizione alternative di primissimo livello. Sulla corsia esterna, gli strappi micidiali del talento atalantino Marco Palestra insidiano seriamente le gerarchie del più esperto Matteo Politano, mentre in mezzo al campo Niccolò Pisilli ha dimostrato sfrontatezza e geometrie, candidandosi al ruolo di primissima alternativa. Soluzioni vitali che alla lunga faranno sbandare e collassare l'organizzata, ma statica, resistenza slava.
IL CLIMA DI ZENICA E LE STATISTICHE SCHIACCIANTI - L'ultimo e tremendo ostacolo riguarderà la tenuta psicologica e le insidie ambientali. Il terreno di gioco rovinato nasconde trappole insidiose, ma il fattore tifo non dovrà minimamente intimorire gli Azzurri. La sanzione inflitta dalla Fifa ha infatti limitato la capienza a soli ottomila spettatori, ridimensionando l'inferno balcanico. Dovendo necessariamente attaccare per cercare la vittoria, la Bosnia lascerà praterie invitanti per le ripartenze velenose innescate dalle accelerazioni di Federico Dimarco o dello stesso Palestra, un copione di gioco esplosivo che ben si sposa con i ritmi forsennati predicati settimanalmente da Raffaele Palladino con la sua Atalanta. A blindare le certezze tricolori ci sono infine i numeri: ventuno reti segnate in sette uscite della nuova gestione, con una mole di tiri e cross senza eguali. E su quel medesimo prato, una Nazionale allora targata Roberto Mancini impartì una severa lezione per tre a zero, spinta dai sigilli di Francesco Acerbi, Lorenzo Insigne e Andrea Belotti.
Zero alibi e un'unica missione all'orizzonte: dominare il gelo di Zenica con la furia dei numeri, del talento e di un gruppo che ha deciso di non svegliarsi più dal suo magnifico sogno.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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