L’ultimo scossone in casa Atalanta porta la firma della società: l’esonero di Ivan Juric, arrivato dopo il crollo contro il Sassuolo, ha aperto le porte all’era Raffaele Palladino. Una scelta forte, rara in un club che non allontanava un allenatore dal 2015. Per capire il momento della Dea, Tuttomercatoweb ha raccolto l’opinione di Bortolo Mutti, ex tecnico nerazzurro e conoscitore profondo dell’ambiente bergamasco.
ESONERO DOPO MARSIGLIA – «Dopo Marsiglia ero convinto che Juric avesse trovato la chiave giusta – spiega – sia a livello caratteriale sia come coesione del gruppo. Ma le partite con Udinese e Sassuolo hanno mostrato un’Atalanta smarrita, irriconoscibile.
Il Sassuolo è stato lo spartiacque della stagione, e la società ha ritenuto inevitabile prendere una decisione forte. Dispiace, perché Juric lavorava con determinazione, ma capisco la scelta».
LIMITI E ASSENZE – Per l’ex tecnico, la mancanza di continuità è figlia anche di condizioni oggettive: «Juric non ha mai avuto a disposizione l’intero potenziale offensivo. Lookman assente, Scamacca spesso ai box, Krstovic da crescere: senza apporto tecnico diventa difficile vincere le partite che ti cambiano la classifica. Gli è mancata la forza d’urto».
L’EREDITÀ DI GASPERINI – Mutti sottolinea come il paragone con il passato recente non sia sostenibile: «L’eredità lasciata da Gasperini avrebbe complicato la vita a qualsiasi allenatore. Nove anni di risultati, gioco, identità: era impossibile non sentirne il peso. Juric ci ha messo del suo, ma di certo la fortuna non l’ha aiutato».
ARRIVA PALLADINO – Il giudizio sul nuovo tecnico è positivo: «Palladino è un allenatore giovane, sì, ma con idee chiare e coraggio. A Monza e Firenze ha fatto benissimo, il sesto posto con la Fiorentina non è un caso. È la scelta adeguata: ha entusiasmo, ha metodo e sa lavorare sul gruppo, cosa fondamentale in questo momento». Mutti individua la priorità: «Dovrà essere un sarto, capace di ricucire ciò che si è strappato e di far ritrovare alla squadra la mentalità degli anni migliori».
SUBENTRARE NON È SEMPLICE – Parlando da allenatore, Mutti conosce bene il momento: «Quando subentri devi toccare le corde giuste, portare entusiasmo sia al gruppo sia ai singoli. Devi dare fiducia, rimettere tutti nelle condizioni di sentirsi importanti. È un lavoro psicologico prima che tattico». Ricorda la sua esperienza del 2010: «Facemmo 20 punti in 19 partite e meritavamo la salvezza. A volte paghi episodi e dettagli, come quell’autogol di Peluso col Bologna e una direzione arbitrale discutibile».
VALDÉS, DONI E IL PASSATO – «Valdés e Doni erano giocatori straordinari, davano qualità e continuità. Ma senza coesione, senza mentalità, non basta il talento del singolo. Valeva allora, vale oggi: l’Atalanta deve ricompattarsi, poi la giocata individuale farà il resto».
LE FAMIGLIE BORTOLOTTI E RUGGERI - Mutti ha parole affettuose per chi ha fatto la storia del club:
«Ricordo Achille e Cesare Bortolotti, Morotti, Randazzo, Previtali: persone che vivevano l’Atalanta con passione vera. Anche la famiglia Ruggeri, pur nelle difficoltà, teneva tantissimo al bene del club».
L’APPOGGIO DELLA SOCIETÀ – «La società sosterrà Palladino, ne sono certo. A Bergamo c’è un ambiente ideale, serio, coeso. Serve un sostegno collettivo per ridisegnare un percorso importante. L’esonero è un momento triste, ma il futuro può essere ricostruito».
UN CAMPIONATO EQUILIBRATO – «È una Serie A equilibrata come non si vedeva da anni. Vedo una Roma fortissima, compatta, con Gasperini e Ranieri in sintonia: può essere un’outsider per lo scudetto. L’Inter è una macchina perfetta, il Napoli ritroverà forza con Lukaku. La Juve invece la vedo più lontana. Sarà un campionato combattuto fino alla fine».
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