Esisteva un'epoca, ormai sbiadita nei meandri della memoria sportiva, in cui valicare le Alpi equivaleva a schiantarsi contro un avamposto difensivo inespugnabile, un monolite di tatticismo e cinismo eretto a imperitura difesa del tricolore. Oggi, di quel bastione leggendario non restano che fumanti macerie. L'epitaffio sulla scuola difensiva italiana è stato brutalmente inciso sul prato di Bergamo, dove la Dea è stata smembrata sotto i colpi di un'incontenibile corazzata bavarese. Eppure - scrive e approfondisce stamane La Gazzetta dello Sport -, l'ecatombe orobica non è un fulmine a ciel sereno, bensì l'ultimo, dolorosissimo rantolo di un intero movimento calcistico ormai scollato dai vertiginosi ritmi europei.
LA MATEMATICA DELL'APOCALISSE E LA SINDROME DA GOLEADA - I numeri, freddi e inoppugnabili giudici di ogni contesa, dipingono un quadro clinico a tinte fosche. Le nostre quattro ambasciatrici in Champions League (Atalanta, Inter, Juventus e Napoli) hanno collezionato un'imbarazzante mole di sessantatré reti al passivo nell'arco di appena trentanove sfide continentali, fissando la media a un desolante 1,61 gol subiti ogni novanta minuti. La maglia nera di questa disastrosa speciale classifica spetta paradossalmente ai partenopei di Antonio Conte, sprofondati a una media di 1,88. Volgendo lo sguardo al recentissimo passato, i pesantissimi scivoloni sembravano mere eccezioni fisiologiche: dal duplice 1-7 incassato dalla Roma contro Manchester United e Bayern Monaco, fino alle cinquine subite proprio dalla formazione bergamasca al cospetto di Manchester City e Liverpool. Oggi, tuttavia, la mutazione genetica in negativo pare irreversibile, confermata dal fatto che ben venticinque di quelle sessantatré segnature si sono concentrate in appena cinque incontri da incubo. Non si salva nessuno, nemmeno la retroguardia meneghina, capace di farsi bucare per ben cinque volte tra l'andata al gelo in Norvegia e il ritorno a San Siro dai carneadi del Bodo Glimt negli spareggi.
LA GENESI DEL DRAMMA E IL CALENDARIO DEGLI ORRORI - Per rintracciare il germe di questo cedimento strutturale occorre riavvolgere il nastro alla macchia indelebile della passata stagione: l'umiliante 5-0 patito dall'Inter nella finalissima contro il Psg. Quella notte infranse il mito dell'impermeabilità nostrana, inaugurando una via crucis che in questa edizione ha assunto i contorni della farsa. La prima avvisaglia dell'odierna tempesta si era palesata proprio all'alba del torneo, quando l'indecifrabile scacchiere orobico plasmato da Juric si sciolse in un mortifero 4-0 parigino. Una scoppola metabolizzabile, forse, ma rapidamente seguita da tracolli ben più sanguinosi. Inspiegabile l'allucinante 6-2 rimediato dal Napoli sul prato del Psv, un suicidio sportivo per una rosa abituata a calibrare i minimi dettagli. Altrettanto drammatico l'incubo vissuto dalla Juventus di Luciano Spalletti nel calderone di Istanbul: il 5-2 inflitto dal Galatasaray, per quanto viziato dall'espulsione di Cabal, ha innescato un'eliminazione prematura e inaccettabile, aggravata dai tremendi buchi difensivi mostrati persino nel folle e pirotecnico 4-4 strappato in precedenza contro il Borussia Dortmund.
L'ABISSO VERTICALE E IL MITO DELLA MODERNITÀ - L'interrogativo, giunti alla soglia della quasi certa matematica scomparsa delle nostre squadre dai quarti di finale (le percentuali sfiorano il 99,99%), è squisitamente filosofico e tattico. Il nostro campionato, culla di un incedere compassato e profondamente orizzontale, ci illude di aver abbracciato la modernità. Una chimera che si frantuma miseramente non appena varchiamo il confine, incrociando l'impeto feroce, verticale e asfissiante di compagini abituate a dominare lo spazio. Ne è prova lampante la mattanza del Bayern Monaco ai danni dei bergamaschi, da sempre considerati il baluardo del calcio europeo in Italia, ma spazzati via con un 1-6 che non ammette repliche o alibi. E la malattia sembra contagiare anche i nostri esportatori di tattica: l'onta dello 0-4 subito dal Tottenham di Igor Tudor a Madrid contro l'Atletico è l'ennesimo sintomo di un malessere diffuso. L'immagine simbolo di questo inesorabile declino è la disperazione dipinta sul volto del ventiquattrenne Kamaldeen Sulemana, accasciato sul suolo di Bergamo a rimirare i detriti di un'illusione. La spietata lezione è servita: la Champions League non perdona le rotazioni esasperate degli organici, esigendo un dazio pesantissimo per chiunque osi applicare un turnover non strettamente vitale. Un peccato di superbia che le nostre panchine hanno reiterato con imperdonabile leggerezza.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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