Da Lucca a Monaco di Baviera per seguire l’Atalanta, passando, tra le altre, per Liverpool, Dortmund, Francoforte e Dublino. È una storia particolare quella di Paolo Peschiera, 65 anni, tifoso della Dea in una terra dove il tifo calcistico guarda altrove. Una passione nata quasi per caso alla fine degli anni Settanta, quando da ragazzo s'innamorò di quel nome, Atalanta, mentre continuava a seguire la squadra della sua città, la Lucchese. Oggi condivide quella passione con un piccolo gruppo di amici toscani, che nel tempo ha contagiato. Oggi con lui, nella trasferta di Monaco contro il Bayern, ci saranno gli inseparabili compagni di viaggio Alberto Fedeli, 85 anni, e Stefano, amici di una vita conosciuti proprio grazie al calcio.
LE ORIGINI DELLA PASSIONE
Paolo, cosa ci fanno tutti questi tifosi dell’Atalanta in Toscana?
«Li ho contagiati io. Siamo una decina. Abbiamo anche una nostra chat di gruppo, dove ci scambiamo idee e opinioni».
Tu come ti sei avvicinato all’Atalanta?
«Intanto non rinnego di essere un tifoso della Lucchese. È la squadra della mia città, ma ha sempre avuto vicende altalenanti. Da ragazzi, quindi, sia io che i miei amici avevamo tutti simpatia per una squadra di Serie A: chi per l’Inter, chi per il Milan, chi per la Juventus. Io, invece, non ho mai avuto simpatia per nessuna squadra, ma mi piaceva il nome Atalanta».
T’incuriosiva?
«Esatto. Ho continuato a seguire la Lucchese con vicende alterne, ma ogni volta che l’Atalanta giocava in Toscana, partivo da solo per andare a vederla».
Che anni erano?
«Fine anni Settanta. La prima partita che ho visto dell’Atalanta è stato un Pisa-Atalanta nel 1979. Abbiamo perso. Io ero in Curva Sud. A quei tempi non c’erano i social. Si viveva di figurine, sui “sentito dire”. Non ero mai stato a Bergamo, ma mi portavo dietro quest’Atalanta. Poi ho fatto il servizio militare e avevo in camera un bergamasco che mi raccontava delle trasferte degli atalantini, di quando erano partiti in tanti per lo spareggio di Genova. E la mia curiosità cresceva. Un anno i nerazzurri giocarono a Firenze l’ultima giornata di campionato. Era una partita decisiva. In gioco salvezza o retrocessione. Partii da solo e andai a Firenze. Ricordo che pioveva tantissimo e in quegli anni gli stadi erano scoperti. Nella curva Ferrovia c’erano tantissimi atalantini. La riempivano. Noi colpimmo un palo con Magrin. Alla fine retrocedemmo e vedendo tanti bergamaschi piangere, mi sono sentito partecipe. Parte di loro».
Ti sei sentito atalantino?
«Sì. Ho continuato a seguire la Lucchese con lo sguardo domenicale all’Atalanta. La vita, la famiglia, il lavoro: mio figlio faceva sport agonistico ed era difficile conciliare tutto. Ma andavo in vacanza e incontravo sempre bergamaschi che mi dicevano: “Noi la domenica andiamo all’Atalanta”. E quella passione non si spegneva mai. Anzi, poi ho conosciuto la storia di Claudio Galimberti, il Bocia. Secondo me nei suoi confronti c’è stato un accanimento esagerato e mi sono appassionato ancora di più alla squadra nerazzurra. Sono arrivati i social e i primi amici bergamaschi. Vedevo le immagini della Festa della Dea. Così, quando mio figlio ha smesso con lo sport agonistico, ho ricominciato a coltivare pienamente questa passione».
LE TRASFERTE E L'EUROPA
La prima partita dell’Atalanta che ha visto fuori dalla Toscana?
«A Reggio Emilia contro il Copenaghen, in Europa League. Da lì ho iniziato a contagiare i miei colleghi di studio. A portarli con me. Noi amici andiamo a cena una volta al mese e io parlo sempre dell’Atalanta. Alla fine li prendo per sfinimento (ride, ndr). Poi quando toccano con mano la realtà atalantina, ne restano affascinati. Ho trasmesso la passione anche a un mio amico di 85 anni, Alberto Fedeli, che è venuto a Monaco con me. È il mio inseparabile compagno di viaggio. Un esempio di vita. Un trascinatore e un vero amico».
La prima partita a Bergamo, invece?
«Tanti anni fa in Serie B: Atalanta-Udinese».
E l’ultima?
«Il 4-0 con il Parma in questo girone di ritorno».
Vieni spesso a Bergamo?
«Per noi è davvero difficile trovare i biglietti. Ci riesce più facile andare in trasferta. Per esempio siamo andati a Cagliari. Andiamo nel settore ospiti. Quando le trasferte sono vietate, non essendo bergamaschi, noi abbiamo il vantaggio di poterci andare comunque».
Andate anche in giro per l’Europa?
«Solo per citarne alcune, Liverpool e Dublino. Quest’anno Dortmund e Francoforte. Non siamo andati a Bruxelles perché c’erano pochi biglietti e mi sembrava inopportuno andare a togliere posti ai tifosi bergamaschi».
A Monaco ci siete…
«Certo. Ci siamo registrati al sito del Bayern e abbiamo comprato i biglietti in tribuna».
Dopo il risultato dell’andata vi siete pentiti?
«No. Dovevamo esserci. Sarebbe troppo facile seguire la squadra solo quando si vince. Siamo io e i miei amici Alberto e Stefano».
Cosa ti aspetti dopo la pesante sconfitta dell’andata?
«È stata una serata storta dovuta a diverse componenti, forse anche ad alcune scelte tattiche sbagliate. Però un allenatore deve avere il coraggio di prendersi responsabilità. Non è stata la prima serata storta».
Per esempio, quali altre serate storte ti vengono in mente?
«La partita casalinga con il Club Brugge in casa nella passata stagione».
Pensi che al ritorno l’Atalanta possa fare meglio?
«Io mi aspetto una prova d’orgoglio. Magari il Bayern sottovaluterà anche l’impegno. Sono sicuro che faremo bella figura».
La trasferta europea più bella qual è stata?
«Liverpool».
Più di Dublino, più della vittoria dell’Europa League?
«Sì, perché a Liverpool non ci aspettavamo niente. Ci siamo presi tre giorni per viverci la città. È lì che abbiamo conosciuto Alberto Gennai, il tifoso atalantino di Pisa. La mattina scherzavamo sui gol che avremmo preso. 4? 5? Quello stadio, quell’ambiente, la loro storia… Chi era a Liverpool non lo dimenticherà mai».
A Dublino invece vi aspettavate qualcosa?
«Dublino è stato il coronamento di un sogno, ma ci siamo andati con aspettative diverse. In quel caso la speranza di vincere la Coppa c’era».
Qualcuno dice che la recente vittoria casalinga col Dortmund sia paragonabile a quella di Liverpool. È vero?
«A Bergamo non c’ero. Ho vissuto la partita da casa ed è stata bellissima. Però quando, all’andata, eravamo usciti dallo stadio di Dortmund, avevamo la sensazione che non fosse finita. Nel secondo tempo loro si erano accontentati. Non avevano fatto un tiro in porta. Non eravamo completamente pessimisti sulla possibilità di ribaltare il risultato al ritorno. E poi, per come abbiamo vinto, è stata la ciliegina sulla torta».
Certo che un lucchese atalantino amico di un pisano atalantino suona come una cosa atipica. La rivalità è storica?
«Pensa cosa fa il calcio, cosa fa l’Atalanta: uniscono. I miei migliori amici li ho conosciuti proprio grazie al calcio».
IL MOMENTO DELLA SQUADRA E IL SOGNO
Paolo, oggi sei a Monaco. Poi dobbiamo dire addio alla Champions almeno per questa stagione e la prossima?
«Ricordiamoci sempre da dove veniamo. Non bisogna mai dimenticarlo. Poi il futuro è in mano nostra. Quindi mai dire mai».
Pensi davvero che in campionato sia ancora possibile agguantare la quarta posizione?
«Qualificarci in Champions è difficile, però spero nell’Europa League. E se fosse Conference, va bene comunque. Forse ci siamo abituati un po’ troppo bene. Ogni tanto dobbiamo guardarci anche indietro. Viviamoci questo sogno. Siamo a Monaco: chi l’avrebbe detto dieci o quindici anni fa che saremmo stati qui a giocarci gli ottavi di Champions?».
Il cammino in Coppa Italia, invece, come lo vedi?
«Se andiamo in finale, ci sarò sicuramente, ma con la Coppa Italia ci vado cauto. Ci siamo andati vicinissimi per poi perderla tante volte».
Ma ti piace l’Atalanta di quest’anno?
«Si sapeva che sarebbe stata una stagione difficile dopo l’addio di Gasperini. Siamo partiti male. La scelta di Juric non l’avevo condivisa. Palladino ci ha rimessi in pista. Forse sarebbe stato meglio se il mister fosse arrivato fin dall’inizio».
Anche se l’anno scorso allenava la Fiorentina, altra rivale storica per un lucchese?
«Anche. Anzi, ancora meglio. A Firenze Palladino ha fatto un figurone. Se n’è andato in modo corretto, lasciandoli con prospettive europee e invece si sono ritrovati sul fondo classifica. Per Palladino ho solo parole positive. Con lui l’Atalanta è tornata bella».
Ma l’Atalanta più bella che hai visto qual era?
«Quella stellare di Gomez e Ilicic. Una grande squadra, che segnava valanghe di gol. Semplicemente spettacolare».
Tornando al presente, di quest’Atalanta chi ti piace di più?
«Zappacosta: un professionista serio e umile. Mai una parola fuori posto. È un esempio per tutti».
Sei a Monaco. Ne respiri l’atmosfera. Come finisce?
«Vinciamo noi 3-1. Ma posso aggiungere una cosa a cui tengo molto?».
Dimmi.
«Io spero che Claudio Galimberti riesca a ritrovare la sua Curva e quel giorno io ci sarò. Non lo conosco. Ho seguito la sua storia tramite social e alcuni amici in comune. Ha dato tanto e credo abbia pagato abbastanza. A tutto c’è un limite, quindi il finale lo voglio dedicare a lui».
Stasera a Monaco ci sarà anche lui, Paolo Peschiera, partito da Lucca con la sua piccola brigata toscana della Dea. Una storia nata quasi per caso tra figurine e racconti degli anni Settanta e diventata, con il tempo, un legame profondo con Bergamo e con l’Atalanta. Perché il calcio, a volte, costruisce amicizie e strade imprevedibili, anche quelle che dalla Toscana portano fino alla Champions League.
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