Dalla prima volta allo stadio a cinque anni, accompagnato dal padre, alle trasferte europee, fino alla partnership tra Stella Trasporti e Logistica e l'Atalanta. Maurizio Locatelli ha vissuto decenni di storia nerazzurra, attraversando delusioni, emozioni e traguardi che un tempo sembravano irraggiungibili. Imprenditore, tifoso e dirigente sportivo, oggi vicepresidente della Virtus Ciserano e responsabile del settore giovanile agonistico, ha fatto del calcio una presenza costante nella propria vita. Nel suo racconto ci sono la Curva, le notti di Liverpool e Dublino, il camion personalizzato con il logo dell'Atalanta, la Festa della Dea e un'amicizia speciale nata da una battuta ad Adriano Ferreira Pinto, ma anche una riflessione approfondita sull'eredità di Gian Piero Gasperini, sul lavoro di Maurizio Sarri e sulle prospettive dell'Atalanta, tra campionato e Conference League.

Maurizio, da quando è tifoso dell'Atalanta? Come è nata questa grande passione per i colori nerazzurri?
«Da sempre, praticamente da quando sono nato - confida in esclusiva a TuttoAtalanta.com -. È una passione che mi ha trasmesso mio padre, che era abbonato allo stadio. Avevo cinque anni quando mi portò per la prima volta in tribuna e da quel momento ho sempre seguito l'Atalanta. Fino ai dodici, tredici anni andavo allo stadio con lui, poi ho cominciato ad andarci per conto mio. Tra i quattordici e i diciotto anni ho frequentato anche i gruppi della Curva, prima i Kaos e poi le Brigate. Successivamente sono arrivati il servizio militare, il lavoro e gli impegni, ma la passione è sempre rimasta. Per un periodo è diventato difficile seguire tutte le trasferte, anche perché il mio lavoro comportava orari molto impegnativi. Mi capitava spesso di partire con il camion la domenica a mezzanotte».

Qual è il ricordo più bello legato all'Atalanta?
«Di ricordi ne ho tantissimi. Uno che porto ancora dentro è sicuramente la semifinale contro il Malines. Ricordo perfettamente il ritorno a Bergamo. Avevo tredici anni e, nel momento in cui segnò la squadra nerazzurra, sentii letteralmente tremare la terra sotto i piedi. Non serviva nemmeno saltare, perché era tutto lo stadio a muoversi. Ricordo che, per un attimo – ero un ragazzino – ebbi persino paura che crollasse tutto. Era la gioia di quel momento, qualcosa d'indescrivibile. Purtroppo quella semifinale non finì come speravamo, ma è un ricordo che porto ancora nel cuore. Poi, naturalmente, con Gasperini ci siamo tolti soddisfazioni straordinarie».

Tra le tante trasferte europee, ce n'è una che ricorda con particolare emozione?
«Fino a un paio di anni fa le trasferte europee dell'Atalanta le ho fatte praticamente tutte. Dublino, naturalmente, occupa un posto speciale, perché abbiamo alzato la Coppa, ma ricordo con grande emozione anche Dortmund, nel primo anno europeo con Gasperini, e Liverpool, dove abbiamo vinto. Liverpool, poi, per me aveva anche un significato particolare. Era da tempo che desideravo entrare in quello stadio e ascoltare dal vivo il loro "You'll never walk alone". Quando è successo, è stato emozionante. Noi atalantini abbiamo applaudito tutti. Non si poteva non farlo. Credo che il rispetto per le altre società e per determinate tifoserie sia un valore importante, al di là delle rivalità calcistiche».

Ha trasmesso questa passione anche ai suoi figli?
«Assolutamente sì. Ho cercato di mantenere la tradizione che mio padre aveva iniziato con me. Ho portato allo stadio anche i miei figli fin da piccoli, perché credo che quell'ambiente lasci un segno in un bambino. Per me la prima volta allo stadio deve essere a Bergamo. È qualcosa che ti rimane dentro e che può accompagnarti per tutta la vita. Volevo che anche loro vivessero quelle emozioni che avevo provato io e si avvicinassero da subito ai colori nerazzurri bergamaschi, senza dargli altre alternative (ride, ndr)».

Quali giocatori hanno segnato maggiormente la sua storia di tifoso?
«Sono tanti. Ricorderò sempre Evair, un attaccante che ha fatto la storia dell'Atalanta, e Caniggia, un giocatore dall'estro incredibile. Ho un rapporto di grande amicizia anche con Cristiano Doni e Ferreira Pinto, ma se devo indicare un calciatore che mi ha fatto capire che il calcio è soprattutto amore, allora dico Josip Ilicic. Un giocatore come lui, a Bergamo e non soltanto a Bergamo, credo di non averlo mai visto. Aveva una classe unica, qualcosa che andava oltre il semplice gesto tecnico. Era uno di quei giocatori per i quali valeva la pena andare allo stadio».

Com'è nato, invece, il rapporto tra Stella Trasporti Logistica e l'Atalanta?
«Il rapporto si è sviluppato attraverso le opportunità che la società ha messo a disposizione delle aziende, soprattutto con le formule di hospitality per le aziende partner. Per me è una possibilità molto interessante, perché mi consente di invitare clienti e condividere con loro non soltanto una partita di calcio, ma un'esperienza completa. All'inizio avevo un paio di posti negli skybox, in una parte più istituzionale. Poi, con il rifacimento dello stadio e l'apertura delle nuove formule di hospitality nella tribuna Rinascimento, ho deciso di cambiare».

Che cosa rappresenta per lei questo legame, non soltanto come tifoso, ma anche come imprenditore?
«È un legame importante sotto entrambi gli aspetti. Da tifoso, naturalmente, c'è la soddisfazione di essere vicino alla società che seguo da una vita. Da imprenditore, invece, apprezzo molto la possibilità di offrire ai clienti un'esperienza diversa. Con la formula attuale riesco a invitare più persone e devo dire che è qualcosa che viene apprezzato moltissimo. Non si tratta semplicemente di avere un posto in tribuna, ma di trascorrere tre ore insieme, vivendo la partita come un vero evento, con momenti di convivialità e ristorazione. È un modo per coltivare i rapporti professionali in un ambiente particolare».

Tra le iniziative che testimoniano il suo legame con l'Atalanta c'è anche un camion di Stella Trasporti Logistica personalizzato con il logo nerazzurro. Lo possiede ancora? E com'era nata quest'idea?
«Certamente, lo possiedo ancora. È l'unico camion Euro 5 rimasto in azienda. Ormai è diventato una sorta di mezzo jolly, ma è ancora perfettamente funzionante e conserva tutte le livree originali dell'Atalanta. Risale al 2008, quando, attraverso una collaborazione tra Lodotruck e Ruggeri, l'allora presidente dell'Atalanta, venne realizzata un'edizione limitata di trenta esemplari di un nuovo camion DAF. Erano mezzi completamente personalizzati con i colori nerazzurri, non soltanto all'esterno, ma anche all'interno, con rivestimenti in pelle e loghi dell'Atalanta. Era un camion davvero molto bello a cui ancora oggi sono particolarmente affezionato».

Quel camion è diventato anche uno dei protagonisti della Festa della Dea, trasportando i giocatori dell'Atalanta…
«Claudio Galimberti, il "Bocia", venne a sapere del camion e mi disse che avrei dovuto assolutamente portarlo alla Festa della Dea. Era il 2008, l'anno in cui nacque anche il mio primo figlio e io avevo chiesto di far arrivare il mezzo proprio per quell'occasione, che coincideva con il periodo della festa. Quando mi proposero di portarlo alla festa, decisi di rimandare la partenza dell'autista e lasciarlo lì in esposizione per un'intera settimana. Da quel momento abbiamo ripetuto l'iniziativa ogni anno, finché si è svolta la Festa della Dea. Successivamente lo portavo per un paio di giorni e durante una delle serate veniva organizzata la sfilata con i giocatori dell'Atalanta, che salivano direttamente sul camion. Sono stati momenti bellissimi».

Il più simpatico dei giocatori nerazzurri chi era?
«Ricordo soprattutto un episodio con Adriano Ferreira Pinto, che all'epoca era appena arrivato all'Atalanta. Eravamo andati a prendere i giocatori per portarli alla Festa della Dea. Alcuni erano saliti in cabina, altri dietro, sul trattore. Ferreira Pinto era tra questi ultimi e si teneva aggrappato a un lato del mezzo. A un certo punto l'ho guardato e gli ho detto di stare attento a non cadere. Gli dissi: "Stai attento, perché se cadi mi conviene fare retromarcia e finirti. Mi costi meno da morto, con l'assicurazione, che da vivo!". Naturalmente era una battuta e siamo scoppiati tutti a ridere. Da quell'episodio è nato un rapporto che nel tempo si è trasformato in una bellissima amicizia. Con Adriano siamo ancora oggi ottimi amici, ci siamo frequentati molto anche negli anni successivi, quando lui era stato a Ponte San Pietro e io ero impegnato nella società calcistica locale».

Le manca la Festa della Dea?
«Moltissimo. Credo sia davvero un peccato che non venga più organizzata, perché era un momento straordinario di aggregazione. Non era soltanto una festa dedicata al calcio. C'erano le famiglie, i bambini, uno spazio giochi enorme e migliaia di persone ogni sera. Si arrivava anche a cinquemila presenze. E poi c'era un aspetto sociale importantissimo. I tifosi dell'Atalanta, che non sono sempre stati considerati degli stinchi di santo, in quelle occasioni hanno sempre organizzato raccolte fondi e iniziative benefiche per sostenere associazioni e persone in difficoltà. Ricordo, per esempio, una raccolta per i terremotati dell'Aquila. Era una manifestazione organizzata molto bene, capace di coinvolgere tutta la comunità ed è qualcosa che oggi manca».

La sua passione per il calcio l'ha portata anche a ricoprire ruoli dirigenziali. Come sono nate queste esperienze?
«Non sono mai stato un grande giocatore, ma ho sempre praticato calcio a livello amatoriale. Per una decina d'anni ho avuto anche una squadra dilettantistica di calcio a sette, la Stella Calcio. Era nata perché c'erano alcuni ragazzi che volevano giocare, ma non trovavano nessuno disposto a sostenerli economicamente così avevo deciso di creare una società sportiva per permettere loro di poterlo fare. L'esperienza è andata avanti fino al periodo del Covid, poi si è conclusa. Nel frattempo mio figlio maggiore aveva iniziato a giocare a calcio e io mi ero avvicinato al mondo delle società sportive, prima a Ponte San Pietro e successivamente alla Virtus Ciserano, dove sono ancora oggi».

Qual è attualmente il suo ruolo alla Virtus Ciserano?
«Sono vicepresidente della società e responsabile del settore giovanile agonistico. Sono arrivato alla Virtus circa cinque anni fa e ho trovato persone, come Olivo Foglieni, con le quali si è sviluppato un buon rapporto di collaborazione. Ho sempre preferito seguire i ragazzi. Quando ero a Ponte San Pietro mi occupavo della prima squadra per evitare di influenzare in qualche modo il percorso di mio figlio nel settore giovanile. Alla Virtus, invece, ho potuto dedicarmi maggiormente ai giovani, che è la parte del calcio che mi piace di più. Ogni anno cerchiamo di costruire qualcosa di buono. Ho trovato una società con persone che lavorano bene e una strada già abbastanza definita, sulla quale abbiamo continuato a investire. Il nostro obiettivo è far crescere il più possibile il livello del settore giovanile, individuando anche ragazzi interessanti nelle società più piccole e offrendo loro la possibilità di migliorare. Credo che oggi, a livello lombardo, siamo tra le realtà più importanti per quanto riguarda il calcio giovanile. Purtroppo, però, il contesto è diventato sempre più complicato. I cambiamenti e le nuove regolamentazioni rischiano spesso di far perdere passione anziché alimentarla. Le famiglie si trovano a dover sostenere quote d'iscrizione molto alte e per le società è sempre più difficile reperire risorse. Un tempo c'erano maggiori possibilità di valorizzare economicamente i ragazzi che crescevano e approdavano al professionismo. Oggi anche questo è diventato molto più difficile e spesso dobbiamo trovare direttamente le risorse necessarie per portare avanti l'attività».

Venendo all'Atalanta di oggi, che giudizio dà della squadra e di questa stagione?
«Io avevo già messo in conto che sarebbe stata un'annata difficile. Ora siamo tornati l'Atalanta del pre-Gasperini. L'ho sempre detto che i tempi d'oro sono finiti e bisogna prenderne atto. L'Atalanta è diventata quello che è diventata grazie a un uomo che, arrivando a Bergamo, ha trasformato completamente la squadra e il modo di giocare. Il merito di quel percorso, per me, è al novanta per cento suo. Naturalmente va riconosciuta anche alla società la capacità di averlo mantenuto per nove anni, nonostante il carattere difficile dell'ex tecnico nerazzurro, ma non bisogna dimenticare quello che Gasperini ha portato, anche dal punto di vista economico oltre ai risultati, al club. Ha valorizzato giocatori che prima erano praticamente sconosciuti e li ha trasformati in calciatori di livello internazionale. È stato creato un valore aggiunto enorme».

Mi sta dicendo che per lei il merito della crescita dell'Atalanta era stato tutto di Gasperini?
«È stato fondamentale. Basta vedere quello che sta facendo anche a Roma. Ovunque vada, riesce a rivoluzionare la squadra che gli viene affidata. A Bergamo ha costruito qualcosa di straordinario, non soltanto nei risultati, ma anche nell'identità calcistica. A livello europeo l'Atalanta era diventata una squadra ammirata per il modo in cui giocava. Eravamo l'esempio italiano in Europa, perché nessun'altra squadra del nostro Paese proponeva quel tipo di calcio, che è quello che si vede in Europa, dove vanno tutti a mille all'ora, con una pressione altissima e ritmi da Champions League. Ricordo l'Atalanta di Gomez e Ilicic, una squadra capace di mettere in difficoltà chiunque. C'era chiaramente la mano dell'allenatore. Gasperini aveva la capacità di capire esattamente le caratteristiche di un giocatore, di fargli quasi una radiografia e di individuare il ruolo e la posizione in cui avrebbe potuto rendere al massimo. Era qualcosa di speciale».

Dopo la sconfitta di San Siro sono iniziati i processi a società, allenatore e giocatori. È caccia al colpevole…
«Io non credo sia giusto cercare dei colpevoli. Dopo nove anni può succedere che un rapporto arrivi alla conclusione. Gasperini non era una persona semplice dal punto di vista caratteriale, il rapporto con lui poteva essere anche di amore e odio, ma i risultati e il valore economico che portava erano evidenti. La società ha avuto il merito di sostenerlo e di lasciargli spazio. Certamente, un allenatore come lui è molto difficile da sostituire e lo stiamo vedendo anche dalle tante panchine che cambiano e dalle difficoltà che incontrano anche altre squadre. Personalmente avrei cercato di trattenerlo. E avrei tenuto anche Sartori, che considero un elemento molto valido, anche se con Gasperini non era facile condividere il lavoro».

Che giudizio dà del lavoro di Maurizio Sarri sulla panchina nerazzurra?
«Non è che Sarri non mi piaccia, anzi, tra i tanti allenatori disponibili credo sia ancora una buona scelta. Forse era anche arrivato il momento di cambiare tipologia e modulo di gioco. Il problema è che ripetere la magia di Gasperini sarà difficilissimo. Quando è arrivato Palladino e ha cercato di proporre una squadra che era sostanzialmente la copia di quella precedente, i limiti sono emersi ancora di più e alla fine si è visto come è andata. Sarri è un allenatore di prima fascia, che ha sempre lavorato in squadre importanti, e la società ha investito anche per cercare di dare nuovo slancio dopo una stagione difficile, ma credo che quello che abbiamo vissuto con Gasperini difficilmente lo rivedremo».

C'è un allenatore che le piacerebbe vedere un giorno sulla panchina dell'Atalanta?
«Mi piacerebbe molto Cesc Fabregas. Gli auguro di riuscire a compiere con il Como un percorso simile a quello che ha fatto Gasperini con l'Atalanta. Sta lavorando in una realtà di provincia, portando avanti una propria idea di calcio e cercando di raggiungere risultati importanti. È proprio questo che mi affascina: la capacità di costruire un'identità e far crescere una squadra attraverso il gioco. Sarebbe un allenatore che vedrei molto volentieri a Bergamo».

Quali sono, secondo lei, le prospettive dell'Atalanta in questa stagione?
«Credo che dobbiamo essere realisti. Non penso che questa squadra possa regalarci le stesse soddisfazioni che abbiamo vissuto negli ultimi anni. Sarà difficile rimanere in ambito europeo, perché tante altre società si sono rafforzate e la concorrenza è aumentata. L'Atalanta ha cambiato giocatori e ha comunque investito, ma non è semplice mantenere certi livelli. Io penso che possiamo arrivare a metà classifica e spero che in Conference League si riesca ad andare il più avanti possibile. È la competizione europea di livello più basso e credo che, per il valore della nostra rosa, possiamo essere competitivi. Naturalmente da tifoso continuo a sperare sempre nel meglio».

Che partita si aspetta contro l'Ajax in Conference League?
«L'Ajax arriva da una sconfitta pesante e avrà sicuramente voglia di riscattarsi e conquistare punti. Noi, però, se siamo in giornata e riusciamo a esprimerci bene, possiamo giocarcela. Credo che sia una sfida alla nostra portata, anche se servirà una prestazione importante».

E guardando alla prossima sfida di campionato contro il Frosinone?
«Spero naturalmente che riusciremo a vincere, ma non sarà una partita semplice. Contro il Venezia abbiamo praticamente chiuso la partita nei primi venti minuti, eppure poi abbiamo rischiato di non portarla a casa. Il Frosinone sta giocando molto bene e sarà un avversario complicato. Mi auguro che il fattore campo possa aiutarci e che il nostro pubblico riesca a dare alla squadra quella spinta in più per conquistare un risultato positivo».

Lei andrà ad Amsterdam?
«Negli ultimi due anni ho dovuto ridurre molto le trasferte. Dopo Varsavia e la finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid non sono praticamente più riuscito a seguirla fuori casa, soprattutto per questioni familiari e lavorative. Tra gli impegni con i miei figli e quelli con la Virtus Ciserano vedo già tantissime partite di calcio. La passione, però, è sempre la stessa e continuo a seguire l'Atalanta in casa».

Dalla mano del padre che lo accompagnava allo stadio alle emozioni vissute insieme ai figli, il percorso di Maurizio Locatelli racconta una passione capace di attraversare generazioni. Una passione che si ritrova nella sua attività imprenditoriale, nell'impegno per il calcio giovanile e nelle amicizie costruite negli anni attorno ai colori nerazzurri. Il giudizio sul presente dell'Atalanta è realistico, a tratti severo, ma nasce dalla consapevolezza di aver vissuto un periodo irripetibile. E se il futuro resta tutto da scrivere, una certezza accompagna Locatelli da quando aveva cinque anni: qualunque cosa accada, l'Atalanta continuerà a essere una parte fondamentale della sua vita.

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Sezione: Primo Piano / Data: Mer 21 ottobre 2026 alle 00:00
Autore: Claudia Esposito
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