C'è un momento preciso in cui Atalanta-Parma è finita, e non è il colpo di testa di Fabbian. È quello che è venuto dopo: i quattro minuti tra il gol e l'intervallo, poi i primi quindici della ripresa, in cui una squadra che aveva dominato ha smesso di esistere. Non di giocare: di esistere. Nessuno che chiedesse palla, nessuno che alzasse la voce, nessuno che si prendesse la responsabilità di un tiro, di un fallo, di un gesto. Sarri lo ha detto con una frase che vale più di dieci analisi tattiche: il coraggio non è venuto al Parma, è venuta la paura a noi. Ecco, la paura. Non la stanchezza, non gli infortuni, non il 4-2-3-1. La paura.

Ci siamo chiesti per settimane se il problema fosse il sistema, se Sarri avesse sbagliato a ostinarsi, se la difesa a quattro fosse un vestito troppo stretto per questi giocatori. Ieri la risposta è arrivata, e non è quella che molti volevano sentire: per quaranta minuti il sistema ha funzionato come doveva, ha prodotto un gol annullato per un fuorigioco di un centimetro, tre conclusioni di De Ketelaere, due di Krstović, un possesso che il Parma non riusciva nemmeno a disturbare. Se il problema fosse il modulo, quei quaranta minuti non esisterebbero. Esistono. Il problema è ciò che viene dopo il primo errore, ed è una malattia che ha una storia: Frosinone, Firenze, Bergamo. Tre partite, lo stesso copione, lo stesso quarto d'ora. Non è sfortuna, non è un caso: è un'abitudine, ed è l'abitudine peggiore che una squadra possa prendere.

La società ha scelto il ritiro, e ha fatto bene a scegliere qualcosa. Giuntoli in sala stampa, le scuse, la frase sugli infortuni che non sono un alibi: finalmente qualcuno ha smesso di contare gli assenti per cominciare a contare i presenti. Ma diciamolo con la stessa franchezza: il ritiro è un gesto, non una cura. Si va in ritiro per stare insieme, per guardarsi in faccia, per togliere alibi e telefoni; non si va in ritiro per imparare a non avere paura. Quella si impara in campo, nel momento in cui un avversario segna e tu, invece di abbassare la testa, la alzi. Giovedì contro il Kairat e domenica a Monza l'Atalanta non deve dimostrare di saper giocare a calcio, perché quello lo sa: deve dimostrare di saper perdere un duello, prendere un gol, sbagliare un'occasione e restare in piedi.

E qui tocca ai migliori. Lo abbiamo scritto dopo Amsterdam e lo riscriviamo dopo il Parma, perché nulla è cambiato: chi ha di più deve dare di più. Éderson è stato fischiato, ed è ingiusto per un uomo solo, ma è giusto per ciò che rappresenta: il capitano di una squadra che si scioglie è il primo a doversi sciogliere di meno. De Ketelaere ha ritrovato il gol a Firenze e ieri ha tirato tre volte senza centrare la porta: non è una colpa, è un'indicazione. Krstović ha segnato un gol che non valeva e poi ha giocato come se quel gol gli fosse stato rubato. Zappacosta, il più esperto, ha messo il pallone nella propria porta e poi è uscito al 75' per un ragazzo del 2007: la fotografia di una serata in cui i vecchi non hanno retto e i giovani sono stati chiamati a guardare.

Sarri resta, ed è la decisione giusta, perché cambiare allenatore ogni volta che una squadra ha paura significa insegnarle che la paura funziona. Ma la fiducia ha una scadenza scritta: domenica. Non perché lo abbia detto Giuntoli, ma perché lo dice la classifica, che è tredicesima e non ha più margini per le promesse. L'ambizione del nuovo ciclo, dichiarata alla vigilia, oggi suona come un discorso tenuto nella stanza sbagliata. Prima del ciclo serve una squadra, e una squadra si riconosce da una cosa sola: da come reagisce quando va sotto. La Dea di questi anni ci aveva abituato a non andare mai sotto, o a rialzarsi prima che ce ne accorgessimo. Quella di ieri è rimasta a terra per cinquanta minuti, davanti a uno stadio che prima ha spinto e poi ha fischiato. Fischi d'amore, ha detto Sarri. Sì. Ma l'amore, a Bergamo, non è mai stato incondizionato: si guadagna correndo. Da giovedì, non c'è altro modo.

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Sezione: Primo Piano / Data: Mar 03 novembre 2026 alle 15:00 / Fonte: Lorenzo Casalino
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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