Simone Inzaghi batte Gian Piero Gasperini: un'abitudine, per entrambi. Che si rispettano, come è inevitabile che sia: sono gli allenatori che più hanno inciso nell'evoluzione più recente del calcio italiano. Ma da diversi anni non si stanno particolarmente simpatici e non fanno neanche troppo per nasconderlo: i più interessati possono cercare l'ultima intervista in cui uno dei due rivali - soprattutto Gasp - citi direttamente l'avversario. Buona fortuna. La vittoria dell'Inter sull'Atalanta segna un aggiornamento del confronto tra i due: i successi consecutivi di Inzaghi salgono a sette. Troppo per non pensare che ci sia qualcosa sotto. Oltre gli episodi, il Var, gli infortuni, la differenza tra le due rose che la classifica non certifica: c'è qualcosa, nel gioco di Inzaghi, che Gasperini non riesce a decifrare.
Non che l'allenatore della Dea vi si sia impegnato più di tanto, ieri a Riyadh. All-in scudetto? È una delle possibili letture delle scelte iniziali di Gasp in termini di formazione. Le alternative sono varie: piano tattico per sorprendere l'Inter nel secondo tempo con i cambi (arrivati però solo dopo aver subito il primo gol); messaggio in bottiglia alla società perché a gennaio arrivi almeno un attaccante e magari anche un centrocampista; puro disinteresse per una competizione. La risposta vera la sa forse solo il diretto interessato, che da Riyadh ha ricordato come non esistano più titolari e riserve, concetto superato: vero, ma se poi in finale di Europa League dal 1' gioca l'uno e non l'altro, qualche motivo vi sarà. Scegliamo la chiave dell'affondo scudetto, perché è la più positiva: tornare in Italia il prima possibile, concentrarsi su quelle sfide in un'annata potenzialmente inimmaginabile per chi l'Atalanta la tifa da decenni. Certo, nel percorso sfuma senza neanche crederci troppo l'occasione di andare in finale di Supercoppa, un trofeo che chissà quando i nerazzurri di Bergamo torneranno a disputare. La sensazione è che, comunque, Gasp sia andato oltre, nella sua rivoluzione anti-Inter.
Lautaro no, Dumfries sì. L'argentino non ha giocato male, in termini di prestazione: meglio di Thuram e Taremi, per intendersi. Però non ha segnato, pur avendo avuto parecchie occasioni per farlo. È un tema che, a questo punto, forse sta a cuore più alla squadra che a lui e questo è un problema: in diverse fasi, soprattutto del primo tempo, l'Inter ha dato la chiara sensazione di giocare per far segnare il suo capitano. Sono meccanismi psicologici e tattici che raramente funzionano. Al posto del 10, ci ha pensato il 2, numero di maglia e di gol di Denzel Dumfries. Entrambe prodezze, forse non così casuali: l'olandese è un attaccante aggiunto, spesso va a riempire l'area con i suoi centimetri, resta spesso molto alto. È un'inzagata?
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