E’ uno dei dogmi più famosi di Julio Velasco: “Chi vince festeggia, chi perde spiega”.
Simone Inzaghi, battuto dal Milan nella finale della Supercoppa italiana da 0-2 a 3-2, lo ha fatto: cattiva gestione, troppi errori, un po’ di stanchezza, meriti dell’avversario. E mentre i rossoneri festeggiano con giustificata euforia per il momentaccio che stavano attraversando, rimane oggettivamente difficile spiegare il loro exploit. I loro exploit, al plurale, perché erano la più debole delle finalista, capirai: Inter, Atalanta, Juventus e questa banda allo sbando.
Cacciato in malo modo Paulo Fonseca, tra Natale, Capodanno e l’Epifania si è insediato un altro portoghese, Sergio Coinceçao, entrato immediatamente nella storia del club come l’allenatore che ha vinto un trofeo nel minor tempo assoluto: 2 partite in 7 giorni e la Supercoppa, appunto.
Al primo posto mettiamoci il karma, cos’altro?
Ti porti appresso una bella valigia di energia positiva, una faccia che sarebbe piaciuta a Sergio Leone e il carattere che ricorda quelli degli antichi sergenti non necessariamente marines: io durante la leva ne ebbi uno sardo che avrebbe potuto addestrarci per il Vietnam. Un duro che ha saputo toccare le corde giuste. Forse sì, forse Stefano Pioli era troppo affezionato a una scolaresca che lo ha portato al primo scudetto della sua vita, a 2 secondi posti, a una semifinale di Champions. Forse sì, forse Paulo Fonseca ha preso un po’ troppo di petto i primi della classe, Hernandez e Leao, mettendoli dietro la lavagna e impoverendo le lezioni.
Credo che però sia un po’ troppo sbrigativo fustigare chi se n’è andato ed esaltare chi è appena giunto. Di sicuro la rabbia, la grinta e un minimo di organizzazione Coinceçao le ha date da subito, ma ribaltare prima la Juventus da 0-1 a 2-1 poi niente meno che l’Inter da 0-2 a 3-2, beh insomma nascere sotto una buona stella è pure questa una spiegazione credibile, per quanto esoterica.
La banalissima, retorica verità è che il calcio non è una scienza esatta, sia pure composta da mille fattori, particelle, elementi che costituiscono eccome un’alchimia, poi però in laboratorio capita che cada un’ampolla, si bruci una sostanza, un refolo di vento cambi le condizioni. Basta una palla dentro per trequarti come capita all’Inter nella ripresa, un palo, così come al Milan era capitato allo scadere del primo tempo di sbagliare e prendere gol da una rimessa laterale, o di tirare in cielo a due passi dalla porta. Che scienza è mai questa?
Noi soloni divanati, giudici dello spettacolo in movimento che è lo sport, ostentiamo certezze per il semplice fatto che non ne abbiamo mai una. Al Milan derelitto della vigilia, intesa come il 24 dicembre, qualcosa nel frattempo è successa, sicuramente è successa perché viaggiando nella nebbia si è imbattuto in una cometa luminosa che lo ha condotto a destinazione.
I valori assoluti della stagione sono definiti: ad esempio per lo scudetto il Milan è out e l’Inter è più che mai in, e per capire se i rossoneri hanno davvero girato pagina basteranno Cagliari e Como in successione alla ripresa del campionato, come pure Venezia ed Empoli ci diranno se i nerazzurri si sono ripresi dallo choc.
Non ha avuto dubbi invece il presidente del Senato nella sua analisi. Ignazio La Russa – acclarato tifoso nerazzurro – ha riso ai microfoni delle tv, sbarcato a Linate di rientro da Riad dove aveva assistito alla partita: “Alla Befana si fanno regali a chi continuerà a mangiare la polvere”.
Il calcio non è una scienza, ma la storia è storia: non era esattamente alla polvere che i Re Magi, dei quali si festeggia infatti l’Epifania cristiana, portarono i loro doni, ma era di stelle la polvere che li guidò fino alla mangiatoia. Erano in scia della cometa.
Autore: Red. TuttoAtalanta.com
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