Quarant’anni di calcio vissuti da dietro le quinte, tra telefonate, contratti, intuizioni fulminanti e cadute fragorose. L’intervista concessa da Alessandro Moggi a Tuttomercatoweb diventa un viaggio nella memoria di uno dei procuratori più influenti – e più controversi – della sua generazione. Un racconto che intreccia ambizioni personali, occasioni mancate, trasformazioni epocali del mercato e un passato, quello della Gea, che ancora oggi pesa come un marchio da cui è difficile separarsi.
LE ORIGINI – Moggi riavvolge il nastro fino al 1992, quando capì che da calciatore non avrebbe potuto costruire il futuro che immaginava. «Provai a giocare, ma non era la mia strada», confessa. Fu un amico a spingerlo verso la procura, ma il ruolo chiave lo ebbe suo padre: «Mi ha aiutato tantissimo. Mi ha insegnato a lavorare, a essere onesto, a mantenere la parola». Così nasce la carriera che lo porterà nell’élite del mercato italiano.
IL PRIMO CONTRATTO – Un inizio quasi artigianale, lontanissimo dai colossi multinazionali di oggi. Il suo primo assistito fu Domenico Cecere, compagno nelle giovanili del Napoli. «Il primo contratto lo firmai con il Nola, in C1. Una gioia enorme». È l’alba di un mestiere che Moggi saprà trasformare in un impero.
GLI ANEDDOTI – Non mancano i ricordi surreali, come l’equivoco con Nelso Ricci, all’epoca ds del Siena: «Mi chiese un esterno, io gli proposi Sesa, lui capì Cesar della Lazio. Firmò il contratto senza sapere che non fosse un mio giocatore. Ci ridiamo ancora». Ma c’è anche il rammarico dei campioni sfiorati: Bale, giudicato “non adatto” al calcio italiano; Falcao e Griezmann, rifiutati; e soprattutto Lautaro Martínez, offerto in Italia quando costava pochissimo. «Una società mi disse che aveva già tanti attaccanti». Oggi quelle scelte pesano come errori clamorosi.
IL COLPO PIÙ DIFFICILE – Dalla nostalgia si passa all’adrenalina: «Nesta al Milan e Di Vaio alla Juve, presi in due giorni, restano le operazioni più emozionanti». L’accordo con la Lazio fu un’altalena infinita: «Sì, no, forse… Poi la telefonata di Berlusconi e l’operazione si chiuse in un sabato anomalo». Una stagione che Moggi ricorda come un ottovolante professionale.
IL RIMPIANTO – Ma la carriera di Alessandro Moggi non può essere raccontata senza il capitolo più pesante: Gea e Calciopoli. Un terremoto che ne ha segnato il percorso. «Mi ha interrotto la crescita, mi ha sospeso. Siamo passati dalle stelle alle stalle. Tutti ti guardano con sospetto».
Eppure la capacità di rialzarsi ha scritto la seconda parte della sua vita professionale: «Oggi la mia è la quindicesima agenzia al mondo. Ma resta il rammarico per ciò che Gea sarebbe potuta diventare».
IL MESTIERE CHE CAMBIA – Il ruolo del procuratore si è trasformato radicalmente. «Prima eri un agente, oggi sei un mediatore». L'apertura agli stranieri e l’arrivo delle super agenzie globali hanno mutato totalmente lo scenario: «Quando iniziai eravamo 150, oggi più di 2.000. C’è confusione e concorrenza estrema». E a chi dice che gli agenti sono un problema del calcio, Moggi risponde con forza: «È falso. Siamo una risorsa. Senza di noi molte trattative salterebbero. Le commissioni? Proporzionate. Se vuoi ridurle, riduci i costi dei contratti».
IL MERCATO E LE SUE REGOLE – Moggi è netto anche sulla durata delle sessioni: «Troppo lunghe. Basterebbe un mese in estate e uno in inverno. Il resto è solo temporeggiamento».
E sulla Serie A, le riflessioni diventano analisi tecnica:
– «La Juve tornerà a vincere con Spalletti, ma serve tempo»
– «Allegri è un valore aggiunto per il Milan»
– «Conte non è in crisi: è il miglior motivatore che abbiamo»
– «Chivu all’Inter? Normale: hanno società e dirigenti di altissimo livello»
– «Gasperini alla Roma non mi sorprende: è un super allenatore»
– «La crisi della Fiorentina è inspiegabile: la rosa non è da ultimo posto. Pradè non merita di essere messo sul banco degli imputati».
OBIETTIVI – Il futuro, per uno come Moggi, non è mai un archivio. «Vorrei contribuire al miglioramento del sistema calcio Italia». Un’ambizione che nasce dalla convinzione che il movimento possa rinascere solo se capace di correggere le proprie distorsioni.
Nell’intervista emerge l’immagine di un uomo che ha vissuto tutte le altezze e tutte le cadute del calcio italiano. Uno che ha perso, vinto, sbagliato, intuito. Ma soprattutto uno che, nonostante tutto, non ha mai smesso di crederci. E forse è questo il vero lascito di Alessandro Moggi: la consapevolezza che il calcio, come la vita, è fatto di tempeste e ripartenze. L’importante è non smettere mai di provarci.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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