Per molti è sembrato un déjà-vu tardivo, quasi un appuntamento rinviato di quattro mesi. Ma quando Raffaele Palladino si è presentato alla stampa, a Bergamo è risuonato qualcosa di molto simile a un “via” liberatorio. Non solo una conferenza: un reset emotivo, una scossa, un ripristino di connessione con la città. E la sensazione diffusa è che, questa volta, si riparta davvero.
L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO – A differenza della presentazione di Juric, questa sembrava un’accensione collettiva. Palladino, da napoletano di mondo, ha portato fascino, presenza scenica, capacità comunicativa: un affabulatore naturale, ma soprattutto un tecnico che ha qualcosa da dire. In 40 minuti ha mostrato sicurezza, empatia, naturalezza. Ha fatto ciò che solo gli allenatori carismatici sanno fare: si è presentato prima agli uomini, poi ai giocatori.
EMPATIA COME METODO – Palladino ha iniziato raccontando di aver telefonato a tutti i nazionali uno per uno: un gesto semplice, ma potente. Ha parlato per tre volte di “empatia”, ha spiegato che per lui conoscere le persone viene prima di conoscere le dinamiche tattiche. E ha ringraziato la società per una «presenza quotidiana unica, che richiama legami familiari».
Una frase che a Bergamo pesa come un gol al 90’: perché qui la vicinanza è un valore identitario, quasi sacro.
IL DNA BERGAMASCO – Senza dirlo, lo ha pronunciato. Senza conoscere la parola “bergamaschità”, l’ha tradotta in concetti: lavoro, concretezza, sacrificio, intensità. E quando ha aggiunto «Appena possibile andrò in giro per conoscere le persone, per capire e trasmettere il DNA dei bergamaschi», in sala è scattato un sorriso collettivo. Palladino ha capito in anticipo come legarsi al territorio. E Bergamo lo ha capito subito.
LE IDEE DI CALCIO – Nessuna confusione, nessuna frase fatta. Concetti chiari, netti, convincenti. «La rosa è forte e ampia», «l’obiettivo è l’Europa», «non sono integralista, mi adatto ai giocatori per valorizzarli». Poi la parte tattica, detta con naturalezza: «Il sistema che conosco meglio è il 3-4-2-1. Lo proponevo a Monza, e questa rosa è costruita per questo tipo di calcio». Il modo in cui lo ha spiegato – lineare, sicuro, senza giri di parole – è musica per un ambiente che chiede idee chiare dopo mesi di confusione.
L’APPROVAZIONE DEL CLUB – In sala c’erano quasi tutti: dirigenti, staff, figure chiave. Mancavano solo Antonio Percassi e Stephen Pagliuca, ma la presenza del marketing manager Romano Zanforlin, assente alla presentazione di Juric, non è sembrata una coincidenza. Palladino è un profilo che la società sente proprio, un tecnico “spendibile”, credibile, capace di rappresentare la nuova faccia della Dea.
LA DOMANDA CHE RESTA – Tutto bellissimo, tutto luminoso. Ma una domanda continua a rimbalzare tra tifosi e addetti ai lavori: perché non è stato scelto quattro mesi fa? Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo pensano - rimarca e analizza anche il Corriere di Bergamo -. Una sensazione quasi di rimpianto anticipato. Ora però non importa più: la Dea ha un nuovo allenatore, un nuovo linguaggio, una nuova energia. E adesso serve solo ciò che davvero conta: trasformare tutto questo in punti, prestazioni, classifica.
Raffaele Palladino ha vinto la sua prima partita ancora prima di scendere in campo. Ha portato entusiasmo, chiarezza, identità. Ha restituito luce a un ambiente che si era spento. Ora resta l’unica parte che davvero pesa: dimostrare che questa nuova Atalanta può tornare a guardare l’Europa negli occhi. E, per una volta, la sensazione è che il viaggio sia già iniziato.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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