Addio al genio ribelle del calcio italiano: l'Inter e i tifosi piangono Evaristo Beccalossi. Il commosso tributo del club nerazzurro al suo storico numero dieci, scomparso a 69 anni. Un talento purissimo che ha incantato un'intera generazione tra dribbling ubriacanti, poesia e irriverenza
L'intero panorama calcistico nazionale è scosso da una notizia drammatica che lascia un vuoto incolmabile nel cuore degli appassionati: a soli 69 anni si è purtroppo spento Evaristo Beccalossi, iconico e indimenticabile numero dieci dell'Inter. La società meneghina ha voluto salutare per l'ultima volta il suo leggendario fuoriclasse attraverso una struggente e lunghissima nota ufficiale, ricordando un uomo dall'estro ineffabile che ha saputo trasformare il pallone in pura estasi, incantando le platee con la sua innata, meravigliosa sregolatezza.
L'ARTE DEL DRIBBLING E LA MAGIA AMBIDESTRA - Fin dai suoi primi passi mossi nel garage di casa, dove da destro naturale si ostinava a calciare contro il muro col mancino pur di raggiungere la perfezione assoluta con entrambi i piedi, il trequartista bresciano ha dimostrato che il talento non si costruisce a tavolino, ma lo si alleva con amore viscerale. In campo era una folgorazione continua: irriverente, a tratti incostante, ma capace di giocate di un nitore abbagliante. L'indimenticato giornalista Gianni Brera lo aveva genialmente ribattezzato "Driblossi" per quella sua propensione unica a saltare l'avversario con carezze leggere. Una visione romantica del rettangolo verde, perfettamente riassunta dalla celebre citazione del compianto Peppino Prisco: «Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole».
LO SCUDETTO DEL 1980 E IL DOPPIO VOLTO DEL GENIO - Sbarcato a Milano nel 1978 su calorosa segnalazione di Sandro Mazzola (stregato dopo avergli visto dribblare cinque avversari prima di fallire clamorosamente il gol a porta vuota), l'ex stellina del Brescia ci mise pochissimo a far spellare le mani al pubblico del Meazza. Divenne il faro di una squadra granitica, l'Inter guidata in panchina da Eugenio Bersellini. Quella formazione trionfò conquistando il dodicesimo scudetto della storia interista, trascinata sugli spalti dal coro «Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato». Attorno al diez faticavano campioni e gregari instancabili come Ivano Bordon, Giuseppe Baresi, Alessandro Altobelli, Gabriele Oriali, Gianpiero Marini e Giancarlo Pasinato, mentre lui, con candida sincerità, ironizzava sulla sua nota volubilità: «Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me».
UNA CARRIERA TRA GOL D'AUTORE E TEATRO - Nelle sue duecentoquindici apparizioni in maglia nerazzurra, impreziosite da trentasette reti e una Coppa Italia, ha regalato frammenti di purissimo godimento estetico, come la doppietta al volo nel fango nel derby dell'ottobre 1979. Ma la vera grandezza del fuoriclasse lombardo risiedeva nell'essere un fabbricante di sogni: la gente pagava il biglietto sapendo che, prima o poi, dal suo cilindro sarebbe uscita una traiettoria impossibile. Addirittura i suoi celebri passaggi a vuoto, come gli storici due rigori falliti nel giro di cinque minuti in una notte di Coppa, si ammantavano di contorni artistici, ispirando persino i memorabili monologhi teatrali dell'attore Paolo Rossi. Un legame empatico rarissimo, che lo stesso protagonista ricordava con immenso orgoglio: «La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi».
Il sipario cala per l'ultima volta su uno dei talenti più luminosi e discussi del nostro calcio, un uomo che ha dribblato la banalità per tutta la sua esistenza e che da oggi continuerà a dispensare magie nell'Olimpo dei grandi.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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