A San Pellegrino Terme il 7° Trofeo Emiliano Mondonico non è soltanto un appuntamento sportivo, ma un momento di memoria viva e profonda. Un’occasione per ricordare non solo l’allenatore, ma soprattutto l’uomo che ha lasciato un segno indelebile in chi l’ha conosciuto. Tra questi, sua figlia Clara, che a distanza di sette anni dalla scomparsa continua a portarne avanti il ricordo con amore e orgoglio. Con il tatuaggio «Eternamente tua» sul braccio e un legame che va oltre il tempo, Clara racconta, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com, a cuore aperto chi era davvero Emiliano Mondonico, dentro e fuori dal campo.
Clara, ci descrivi papà Emiliano?
«Lui era sempre se stesso. Non è mai diventato un uomo di spettacolo. Era quello che amava portare a spasso i cani sotto la pioggia, che girava a Rivolta con stivali di gomma e tuta. Quando svestiva i panni di allenatore era “uno qualunque”, nel senso più buono del termine».
Oggi, dopo 7 anni, cosa resta di Emiliano Mondonico?
«A me resta il ricordo del papà che è stato e il grande amore che mi legava a lui. Resta l’affetto della sua gente, quei tifosi che erano diventati il suo popolo e lo ricordano sempre. Erano diventati suoi amici e ora sono i miei. Resta il ricordo nelle persone che l’hanno conosciuto, anche solo per fama. Anche chi non tifava le sue squadre mi testimonia rispetto per papà. Per me è una grande soddisfazione: quella di una figlia che amerà per sempre il suo papà».
È vero che da piccola volevi sposarlo?
«Certo. Poi mi hanno detto che non era possibile, ma resta l’uomo della mia vita».
Seguivi papà durante le partite?
«Sempre, e mi arrabbiavo moltissimo quando lo criticavano. A Bergamo assistevo dalla tribuna. Io credo non si possa vivere lo stadio come un teatro: allo stadio ci si libera di ciò che si ha dentro. Ci stanno gli sfottò e pure qualche parolaccia, ma quando le dicevano a papà perdevo la testa. Litigavo con qualcuno ogni domenica. A un certo punto, quando allenava il Torino, mi hanno mandata in Curva perché ero incontenibile».
E quando si perdeva, com’era papà a casa?
«Tutta la settimana dipendeva dal risultato. Da piccolissima, quando allenava la Cremonese, se perdeva mamma ci diceva: “Bimbe, il papà ha perso”, così sapevamo che clima aspettarci. E ogni domenica sera, in rigoroso silenzio, si guardava la Domenica Sportiva. Quante volte mi sono addormentata con la voce di Sandro Ciotti. Il lunedì sera c’era il Processo del Lunedì. A volte gli chiedevo di spegnere per non ascoltare le critiche, ma lui spiegava che ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, soprattutto chi la domenica andava a sostenerlo. Trattava tutti allo stesso modo, a prescindere dal ruolo. Diceva che da tutti c’è qualcosa da imparare».
C’era una squadra, una città o un momento a cui era particolarmente legato?
«È stato legato a tutte le squadre che ha allenato: ognuna ha segnato una crescita. A Bergamo era giovane e ha imparato a crescere. Quando le cose non vanno bene, diventi grande in fretta: fa parte del gioco, gestire grandi felicità come grandi delusioni».
Il suo più grande successo da allenatore?
«La prima promozione in Serie A con la Cremonese, la prima della storia grigiorossa. Nessuno se l’aspettava: era un gruppo legatissimo, con limiti tecnici, ma fortissimo nello spirito. È stata la sua prima grande vittoria e quella di un gruppo a cui era legatissimo, che ancora oggi è vicino a me e alla mia famiglia. E poi, senza dubbio, la cavalcata europea dell’Atalanta: nessun’altra squadra di Serie B era lì. Papà ha fatto la storia: tutta Italia portava rispetto per Bergamo. Importanti anche gli anni al Torino, che segnarono la sua crescita. Poi i due ritorni, nel bene e nel male, all’Atalanta: tornare dove sei già stato è difficile, basta un attimo per rovinare tutto. Ma anche in quel caso ha vinto l’uomo: affrontò le difficoltà a testa alta e chi l’aveva criticato, col senno di poi, capì e si scusò, rientrando nelle nostre vite. Momenti duri. Lui sapeva perdonare: io, invece, no. Infine l’AlbinoLeffe, il suo riscatto, che gli regalò grandi soddisfazioni».
Come viveva il rapporto con i tifosi, in particolare quelli dell’Atalanta?
«Il suo lavoro era la sua grande passione. Viveva di emozioni e a volte era istintivo, ma sempre leale e corretto, coi suoi tifosi e con quelli avversari. Non ha mai preso in giro nessuno e per quei ragazzi ha dato tutto. Ha capito il loro mondo, ha voluto frequentarli, c’è andato faccia a faccia quando andava male. Il popolo ultras ha capito il suo rispetto. Io oggi mantengo i rapporti con la Curva Nerazzurra: senza di loro, in questi 7 anni mi sarei lasciata andare al dolore. Mi faceva paura persino svegliarmi senza il mio papà. Il suo popolo c’è stato, anche fisicamente, e io sarò sempre dalla loro parte».
C’è una figura, nell’Atalanta, a cui era particolarmente legato?
«Giancarlo Finardi: ha giocato con lui ed è stato anche il suo vice. Se non fosse stato per lui, non so nemmeno se sarei qui: fu lui ad accompagnare mia mamma d’urgenza in ospedale quando doveva partorirmi. Era un’amicizia vera. Poi Previtali e Bortolotti: con loro trovava sempre una parola di conforto nei momenti difficili. E Giacomo Randazzo, con noi anche a Cremona, con cui il legame è durato nel tempo. Voglio ricordare anche Antonio Percassi: lo ringrazio perché, tra tutte le squadre in cui papà è stato, l’Atalanta è l’unica che lo ricorda davvero sempre. Fu tra i primi a venire a casa quando papà mancò e si mise a disposizione anche dal punto di vista organizzativo. Non posso che ringraziarlo, così come la Curva Nord: amici veri. Me ne accorgo ogni giorno, perché quando ho bisogno ci sono sempre. Che ci fossero per papà è una cosa; che ci siano per me, dopo 7 anni, mi riempie d’orgoglio. Sono fierissima di essere una di loro».
Vai mai in Curva a vedere la partita?
«Ho promesso all’ultras per eccellenza che tornerò in Curva solo quando anche lui potrà tornare davvero allo stadio. L’ho promesso a Claudio (Galimberti, il Bocia). Lui lo sa: alla sua prima volta allo stadio, voglio esserci anch’io. Solo allora me la sentirei, perché quello è il suo posto e non deve essere occupato da nessuno, men che meno da me».
Però l’Atalanta la segui. Prime impressioni?
«Ci vuole tempo. Diamoglielo. Abbiamo perso Retegui e non c’è Lookman, che lo scorso anno facevano la differenza. Quando giochi a memoria contando sui due davanti che ti cambiano la partita e poi non li hai più, serve tempo per riorganizzarsi».
Dobbiamo ridimensionare gli obiettivi?
«Nessuno può permettersi di giudicare adesso, dopo due sole partite, men che meno al Bortolotti. Bisogna ritrovare l’equilibrio che c’era prima e che ora manca perché abbiamo perso due pedine fondamentali».
Il “Mondo” come si sarebbe comportato con Lookman?
«Il Mondonico istintivo l’avrebbe mandato a quel paese. Ma il Mondonico allenatore dell’Atalanta, che vuole bene all’Atalanta, avrebbe fatto di tutto per riportarselo a casa, perché è un giocatore che ti cambia la squadra».
E tu cosa ne pensi?
«Sicuramente non si è comportato bene, né quest’anno né l’anno scorso. Ma l’Atalanta ha bisogno di un giocatore come lui, almeno finché non si trova un’alternativa valida. Niente coccole: deve capire l’errore. È normale avere aspirazioni; chi non ne ha? Ma sei un giocatore dell’Atalanta: devi presentarti all’allenamento e portare rispetto per chi viene allo stadio ogni domenica, magari rinunciando a qualcosa per l’abbonamento. Tra 30.000 persone, c’è di certo chi ha fatto sacrifici: a ognuno di loro va rispetto. Io lo farei giocare sempre, ma serve rispetto. Non si può fare ciò che si vuole. Spero ripeta il campionato dell’anno scorso. Se poi tornasse e sbagliasse un paio di passaggi, verrebbe fischiato: vale per tutti. Quello che chiediamo è massimo impegno e voglia. Sono ragazzi giovani con grandi responsabilità: ogni tanto dovremmo ricordarcelo. Non credo servano nemmeno le scuse. Ci bastano 20 gol».
Lecce–Atalanta e Paris Saint-Germain–Atalanta sono le prossime due. Cosa ti aspetti?
«Credo sia più difficile col Lecce in campionato: col Paris Saint-Germain le motivazioni vengono da sole. Con quelle squadre dai sempre più del massimo, anche ciò che non hai. Il problema all’inizio è con chi, sulla carta, è meno attrezzato: non bisogna sottovalutare queste partite, specie quando si ha ancora addosso la preparazione e non si gioca a memoria. Il PSG è fortissimo, ma l’Atalanta tirerà fuori anche quello che non ha. Col Lecce massima attenzione».
Un pronostico?
«Al contrario di papà, sono troppo scaramantica. Ho vissuto quarant’anni facendo sempre le stesse cose prima della partita. Quando si giocava di sabato, il venerdì non uscivo per non incontrare una persona: era capitato una volta e avevamo perso. Quando si giocava la domenica, per anni il sabato sera andavo con mamma a pizza e gelato, poi aspettavamo il ragazzo extracomunitario per comprare Ferrero Rocher e un accendino. Sempre. E a casa nostra non fumava nessuno».
Dalle emozioni vissute in tribuna al legame con la Curva, Clara Mondonico restituisce il ritratto autentico di un padre, di un allenatore, di un uomo capace di farsi amare per l’umanità prima ancora che per i risultati. Il ricordo di Emiliano Mondonico vive ogni giorno nei gesti, nelle parole e negli sguardi di chi gli ha voluto bene. Per Clara, il «Mondo» non è mai andato via: presenza costante, guida silenziosa, amore eterno.
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