Ci sono carriere che nascono da un sogno: indossare la maglia della propria squadra del cuore. Per Pierluigi Orlandini, bergamasco di San Pellegrino, il nerazzurro non è mai stato solo un colore ma parte della sua identità. Quattro stagioni in Serie A con l’Atalanta (1990/91, 91/92, 93/94 e 2001/02), 49 presenze e 5 gol. Cresciuto nel vivaio, ha vissuto emozioni che pochi possono raccontare: l’esordio in Serie A con la squadra della sua città, la Coppa Uefa e il golden gol che nel 1994 regalò all’Italia l’Europeo Under 21 contro il Portogallo. Ma dietro i riflettori, la squadra più importante resta la famiglia: presenza fondamentale nei momenti belli e in quelli difficili.
Dal settore giovanile all’esordio in prima squadra in Serie A nella stagione 1990/91. Avevi solo 18 anni e in quella squadra c’erano tanti campioni, come Glenn Strömberg.
«Facevo la spola tra Primavera e prima squadra e lui era il capitano - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Emozioni incredibili, indimenticabili. Ho esordito in Serie A e in Coppa Uefa. Da bergamasco e tifoso dell’Atalanta è stato speciale: tutta la trafila nel vivaio e poi il debutto con la maglia della mia città. Ricordo ogni dettaglio: non solo il momento dell’ingresso in campo, ma anche la settimana di avvicinamento. Si parlava di un mio possibile esordio, poi sembrava sfumato perché Strömberg aveva recuperato. Ero in panchina, ma a fine riscaldamento il mister mi disse di tenermi pronto: un compagno ebbe un problema muscolare e nel secondo tempo arrivò il mio turno».
Il ricordo più bello degli anni in nerazzurro?
«Tutto il percorso fino all’esordio. Non è stato semplice. Nel settore giovanile dell’Atalanta tutti si aspettano che tu arrivi in A, ma ho vissuto momenti difficili: sono stato messo in discussione, a volte lasciato a casa. Poi mi hanno ripreso. Tutto questo mi ha formato. Le difficoltà ti abbattono o ti rendono più forte. Per me è stato determinante il ruolo della famiglia: non mi hanno mai protetto sotto una campana di vetro. Se sbagliavo, la colpa era mia. Non se la prendevano con gli altri».
Oggi non è più così?
«Oggi finché il ragazzo gioca va tutto bene. Quando non accade, spesso le famiglie cercano scorciatoie. Invece bisognerebbe fermarsi, riflettere, affrontare le difficoltà. La vita ti mette sempre davanti a ostacoli. I ragazzi devono essere pronti a gestire sia il bello che il brutto. Non ci saranno sempre mamma o papà a proteggerli».
Praticamente hai iniziato e chiuso la carriera a Bergamo, con la parentesi a Brindisi.
«Sì, a grandi livelli ho iniziato e chiuso a Bergamo, anche se l’ultima stagione all’Atalanta fu complicata, così come quella precedente a Brescia. In quei due anni ho capito che era arrivato il momento di smettere: non avevo più entusiasmo né voglia di sacrificarmi. Probabilmente mi aspettavo qualcosa in più senza meritarmelo».
Un malessere nato da cosa?
«A Brescia mi volevano e mi avevano corteggiato. Poi arrivò Roberto Baggio e cambiò il sistema di gioco. Trovai pochissimo spazio, ma era una scelta tecnica. La stagione successiva tornai a Bergamo sperando di potermi giocare le mie chance, ma non fu così. Giocavano tutti, tranne me. Evidentemente non avevo convinto il mister (Giovanni Vavassori, ndr). Mi allenavo bene, ma non sentivo fiducia e così vennero meno gli stimoli».
Hai giocato in Inter e Milan, ma la squadra più forte resta il Parma?
«Sì, soprattutto quello di Malesani, nella stagione 1998/99. Una rosa fortissima: Verón e tanti altri nazionali. Era una squadra competitiva che forse ottenne meno di quanto avrebbe potuto».
Il giocatore più forte che hai incontrato?
«Ronaldo, il Fenomeno».
Il centrocampista più forte del campionato oggi?
«È più un trequartista, ma dico Nico Paz. Ha talento e lo ha dimostrato al Como, una squadra meno attrezzata. È più difficile emergere lì. Se giochi con campioni, diventa tutto più semplice».
Un po’ come Krstovic a Lecce.
«Esatto. È uno che lotta sempre, che suda per la maglia. A Lecce aveva poche occasioni a partita, ma ha fatto bene. A Bergamo, con il gioco dell’Atalanta, avrà più opportunità per segnare».
Il centrocampista dell’Atalanta a cui non rinunceresti mai?
«Ederson. Completo, intelligente. Sono contento che sia rimasto nonostante le voci di mercato. L’Atalanta ha avuto la forza di trattenerlo, non è scontato».
Ex giocatore e tifoso: come vivi oggi la passione per l’Atalanta?
«Con equilibrio. Mi piace vederla giocare bene, senza tragedie per un risultato negativo. Sono felice che si parli della Dea in Europa. Chi ha vissuto gli anni delle salvezze all’ultima giornata o delle retrocessioni, come me, ha una prospettiva diversa dai giovani di oggi, abituati a un’Atalanta sempre ai vertici. Non può essere sempre così. Per me l’importante è che esprima un bel calcio. Negli ultimi anni, indipendentemente dal piazzamento, l’Atalanta ha sempre vinto».
Parma-Atalanta: che partita ti aspetti?
«Io credo che sarà una bella partita. Il Parma ha preso un allenatore che non conosco, ma ho visto che la squadra cerca il dominio del gioco, che gioca per vincere. L'Atalanta per me è rimasta la squadra dello scorso anno. Una squadra che cerca di fare il suo gioco e di fare un gol in più dell'avversario. Sarà sicuramente una partita aperta, però mi auguro che l’Atalanta la porti a casa, anche se, forse, manca ancora qualche giocatore importante in questo momento. Però il secondo tempo contro il Pisa, nonostante qualche imprecisione di troppo sotto porta, mi ha comunque soddisfatto».
Quando parli di giocatori che mancano, a chi ti riferisci?
«A Ederson, che col Pisa ha giocato solo uno spezzone. E poi a Lookman: tecnicamente è ancora un giocatore dell’Atalanta, ma ora manca sia sul piano tecnico che mentale. Se la testa è altrove, diventa più un danno che una risorsa. Speriamo resti, ma con la stessa voglia degli anni scorsi».
In Champions l’Atalanta affronterà Chelsea, Club Brugge, Slavia Praga e Athletic in casa; PSG, Eintracht, Marsiglia e Union SG in trasferta.
«Un girone impegnativo e affascinante. Sfide che danno lustro a Bergamo e alla società, oggi un modello europeo. Avversarie blasonate, difficili, ma è bello potersi misurare con loro. Penso che rispetto allo scorso anno sia un percorso più duro, ma stimolante. I tifosi vivranno notti di Champions da brividi. L’importante è giocarsele: già il fatto di esserci è motivo d’orgoglio».
Oggi Orlandini a cosa si dedica?
«Ho una scuola calcio in Puglia, l’Asd Gigi Orlandini. Siamo partiti sette anni fa con 50 bambini e ora sono più che raddoppiati. Oggi però mi occupo del Villa Valle come responsabile tecnico del settore agonistico. Una scelta che mi permette di fare la spola tra Puglia e Bergamo, dove posso stare con mio padre. Ai ragazzi cerco di trasmettere tecnica e valori. Lavorare con loro mi piace più che con i grandi».
Oggi Orlandini vive il calcio con lo stesso spirito con cui aveva iniziato: passione e serietà. Tra la scuola calcio, i giovani e le radici a Bergamo, resta vicino a ciò che conta davvero. Perché anche quando la carriera finisce, il cuore non smette mai di battere.
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