Ci sono tifoserie che si portano addosso come una seconda pelle, ovunque la vita porti. Giorgio Marchesi, uno dei volti più amati della fiction italiana grazie a serie come Vanina – Un vicequestore a Catania e alla nuova produzione Rai Buonvino – Misteri a Villa Borghese, ha raccontato in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com il suo rapporto viscerale con la Dea: un legame che non ha mai smesso di nutrirsi di emozioni condivise, di curve che tremano e di trasferte vissute con i figli al seguito. Non un semplice tifo, ma un filo che dall'infanzia non si è mai spezzato.
Com'è nata la sua passione per l'Atalanta?
«La passione per l'Atalanta è nata quando ero un bambino perché mio zio mi portava sempre allo stadio. Ho visto Maradona, ho visto Platini, guardavo la Curva Nord che era un po' il mio sogno e appena ho potuto mi sono spostato in quel settore come tutti i ragazzi di Bergamo. Prima o poi ci si arriva! La passione vera, ancora più forte, però mi è venuta da grande, intorno ai vent'anni, quando sono andato via da Bergamo. In quel momento l'Atalanta è diventata il gancio che mi teneva legato alla città. Tra l'altro fuori c'è sempre un po' di aggressività nei confronti delle tifoserie avversarie».
Ha qualche momento vissuto con l'Atalanta che le è rimasto nel cuore più di altri?
«Di ricordi particolari ce ne sono tanti, perché ho visto l'Atalanta dagli anni Ottanta a seguire. Uno dei ricordi più dolciastri è stata per anni la famosa semifinale con il Malines. Ricordo un'emozione incredibile in tutta la città: per la prima volta vedevo anche le signore al bar e dal panettiere partecipi di quella sfida. Ovunque c'erano inviti a portare qualcosa di nerazzurro allo stadio. Mi colpì tantissimo questa partecipazione collettiva e non più soltanto maschile. E poi quella serata, con lo stadio che tremava, è rimasta davvero indelebile nei miei ricordi. Un altro momento recentissimo e bellissimo è stato il ritorno in Europa League nel 2017. Lì ho percepito di nuovo un'emozione totale. Io arrivavo da Roma e ritrovavo gli amici bergamaschi al Mapei Stadium. C'era un'aria speciale, secondo me difficilmente ripetibile. Poi in qualche modo ci siamo quasi abituati alle trasferte europee e al calcio internazionale, ma all'inizio era tutto sorprendente. Ricordo ancora Atalanta-Everton: alla fine del primo tempo eravamo 3-0 e vedevo facce stravolte più dalla sorpresa che dalla gioia».
Oggi riesce ad andare ancora allo stadio?
«Ogni volta che posso, vado, anche in trasferta e porto anche i miei figli. In realtà, per me anche venire a Bergamo è una trasferta, quindi di solito faccio l'abbonamento europeo per le partite in casa e poi provo a seguirla fuori. Sono stato a Cagliari, a Firenze, a Sassuolo. Comunque preferisco vivere l'Atalanta allo stadio, perché lì riesco a sfogarmi. In televisione mi agito troppo e non ho modo di scaricare la tensione. Dal vivo posso cantare, saltare, battere le mani, commentare la partita con nuove persone: tutte cose che mi aiutano a vivere meglio la tensione della gara».
Parole che certificano come certi amori non abbiano bisogno di spiegazioni. Per Marchesi la New Balance Arena non è uno stadio qualunque: è il posto dove si torna sempre, dove tutto ha ancora lo stesso sapore di quando si era bambini e si sognava la Curva Nord dall'altra parte della città.
LEGGI QUI → L'intervista integrale di Giorgio Marchesi ai microfoni esclusivi di TuttoAtalanta.com
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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