C'è un momento esatto in cui le stagioni svoltano, in cui le ceneri di un fallimento annunciato si trasformano nel carburante per una cavalcata impensabile. Cento giorni fa, l'Atalanta era una nobile decaduta, smarrita nei meandri di una classifica anonima e prigioniera dei propri equivoci tattici. Oggi, quella stessa squadra guarda l'Europa dritto negli occhi, con il vento in poppa e la ferocia agonistica di chi è tornato a dettare legge in campionato, spazzando via le incertezze autunnali.
IL DUELLO LARIANO - La rincorsa silenziosa ha finalmente azzerato le distanze - approfondisce L'Eco di Bergamo -. Con il pareggio nel recupero tra Como e Milan, l'asterisco è sparito dalla graduatoria: i nerazzurri affiancano formalmente i lariani al sesto posto, l'ultimo slot che garantisce i passaporti continentali senza dover elemosinare i calcoli del ranking o i regali della Coppa Italia. È una poltrona per due, in cui gli uomini di Fabregas conservano al momento il sottile vantaggio della differenza reti, stante l'equilibrio assoluto nei due incroci stagionali. Eppure, l'inerzia emotiva è tutta bergamasca. Lo snodo cruciale risale a quel pareggio a reti bianche strappato al Sinigaglia: in inferiorità numerica, con Carnesecchi capace di ipnotizzare Paz dal dischetto a tempo scaduto. Lì l'Atalanta ha evitato di sprofondare a meno otto, innescando una scintilla psicologica prima ancora che aritmetica.
I CENTO GIORNI DEL MIRACOLO - Il vero architetto di questa resurrezione si chiama Raffaele Palladino, che ha appena festeggiato le sue prime cento albe a Zingonia. Sbarcato l'undici novembre per raccogliere i cocci di un deprimente tredicesimo posto, il tecnico ha ribaltato il mondo atalantino. I numeri sono spaventosi e certificano un ritmo da vertice assoluto: nelle sue quattordici panchine, la Dea ha fagocitato ventinove punti, frutto di nove affermazioni e due pareggi. Una media di 2,07 a partita che proietta Bergamo sul terzo gradino del podio virtuale di questo parziale, alle spalle soltanto delle due corazzate milanesi. E il destino, con la sua consueta ironia, chiude il cerchio proprio domenica: l'avversario sarà quel Napoli contro cui l'allenatore campano esordì amaramente nello scorso autunno.
LA GRANDE ABBUFFATA - L'onda d'urto del nuovo corso si è abbattuta sulla Serie A come un uragano, sbriciolando i vantaggi delle dirette concorrenti. Dalla dodicesima giornata in poi, i nerazzurri hanno letteralmente banchettato sulle rivali: rosicchiato un punto al Napoli, due alla Juventus, cinque al Como e sei alla Roma. Ma il capolavoro si è consumato ai danni del Bologna, a cui sono stati recuperati la bellezza di diciassette punti, trasformando un passivo di otto lunghezze in un vantaggio di nove. Nessuno nel torneo ha scalato così in fretta le gerarchie, balzando in avanti di sei posizioni. E se dal pallottoliere si escludesse il ko all'esordio al Maradona, l'Atalanta scollinerebbe al secondo posto a braccetto col Milan.
IL RIMPIANTO E IL CONFRONTO - L'inevitabile rovescio della medaglia è un tarlo che ronza nella testa di chi ama questi colori: dove sarebbe oggi questa squadra se le chiavi dello spogliatoio fossero state consegnate a luglio? La scialba parentesi di Ivan Juric, costellata di pareggi anestetici e una cronica allergia alla vittoria, ha rischiato di avvelenare irrimediabilmente l'annata. L'attuale guida tecnica, intervenuta come il più abile dei restauratori, ha riportato i valori ai loro livelli fisiologici. Un ritmo che non solo spazza via i fantasmi del recente passato, ma che regge il confronto con i mostri sacri: l'attuale ruolino di marcia vanta un clamoroso più sei sulla Roma di Gian Piero Gasperini nello stesso lasso di tempo. La zona Champions League, vero Eden calcistico, dista ora solo cinque passi.
L'Atalanta ha smesso di guardarsi le spalle e ha ripreso a divorare il campo guardando l'orizzonte, consapevole che, con questo cinismo, nessuna vetta le è davvero preclusa.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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