Alla vigilia della quinta giornata di Serie A, l'Atalanta prepara il ritorno del suo allenatore su un campo che conosce bene: domenica alle 18, all'Allianz Stadium, c'è la Juventus di Luciano Spalletti. Nella conferenza stampa della vigilia, al Centro Bortolotti di Zingonia, Maurizio Sarri ha affrontato tutti i temi caldi: i numeri della fase difensiva e la scelta al centro della retroguardia, l'esperienza bianconera ormai archiviata, un calendario che impedisce di lavorare, il clima attorno agli allenatori dopo i primi esoneri, il ricordo di Sandro Mazzola, la crescita di Raspadori e Scalvini, il ballottaggio tra Gaetano e Kessie, la maxisosta per le nazionali e, in chiusura, una presa di posizione netta al fianco dei tifosi bergamaschi esclusi dalla trasferta di Torino. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Mister, i numeri dicono che la sua Atalanta ha tirato 38 volte e ne ha concesse 82, mentre la sua Lazio dell'anno scorso era a 50 e 54: qual è il problema della difesa e come gestirà la vicenda Kossounou?
«Alla Lazio avevo il 90 per cento dei giocatori che erano già stati con me, era una squadra che aveva sempre proseguito su quel percorso: è una situazione nettamente diversa. "Difesa" è una parola che mi piace poco: la fase difensiva, fino all'ultima partita, è stata fatta troppo bassa e troppo passiva, era abbastanza evidente. Nell'ultima partita ci sono stati segnali diversi: non buone letture, però perlomeno il baricentro della squadra e la linea di pressione erano molto più alti. Con Kossounou non c'è niente da gestire, e gioca Kristensen».
Pensando alla sua avventura sulla panchina della Juventus, prevale l'orgoglio di essere stato l'ultimo allenatore ad avervi vinto lo scudetto o il rimpianto di non aver allenato una Juve a sua immagine?
«Né orgoglio né rimpianto. È stata un'esperienza strana, difficile, per motivi anche extracalcistici, come sai benissimo. È finita con una vittoria che era stata considerata scontata e che non lo era nella maniera più assoluta. Però poi è finita lì, quindi per me è una pagina chiusa».
Questa è l'ultima settimana, da qui a fine anno, in cui può allenare tutti i giorni: quanto è riuscito a fare e cosa possiamo aspettarci domani?
«Questo è il calcio che è venuto fuori negli ultimi anni: Mondiali che finiscono a metà luglio, forse dopo metà luglio, mercato che finisce il primo di settembre, e tra ottobre e novembre cinque settimane in cui i giocatori sono in nazionale. C'è il rischio di comprare un giocatore il 31 agosto e a metà novembre avergli fatto fare una decina di allenamenti con te: questa è la realtà dei fatti. Quindi bisogna entrare dentro le partite, sbagliare, accumulare errori e sperare che da quegli errori si possa cominciare a migliorare».
In quattro giornate sono già saltati due allenatori in Serie A: è così riduttivo il calcio di adesso, per cui se domani vince è un eroe e se perde è già sulla graticola?
«Dimmelo te, l'opinione la fai te, non io: io faccio le partite. Se si è creato questo tipo di mentalità, io vedo due grandi responsabilità: voi e le dirigenze. Non vedo altri tipi di responsabilità. C'è un'intervista a Klopp in cui dice che prima di un certo tempo di lavoro con un allenatore non si può vedere nulla: figuriamoci il primo mese».
Ci lascia un ricordo di Sandro Mazzola?
«Mazzola era un mio compagno di figurine, nel senso che quando ero ragazzino lui era già un giocatore di grande livello. Purtroppo, quando scompaiono questi personaggi, perdi anche una fetta dei tuoi ricordi, della tua vita. È stato un grande giocatore ed era un piacere vederlo: poi i ricordi si accumulano, dalle figurine passi a seguire i Mondiali e lo vedi in campo con la maglia azzurra. Sono tutti ricordi che ti rimangono, ma che svaniscono anche».
A che punto è Kristensen, che aveva faticato a inserirsi nel nuovo modulo a quattro arrivando dall'Udinese?
«Non ti so neanche dire se abbia fatto fatica a integrarsi nella difesa a quattro, perché lui è arrivato con un problema: ha fatto una partita e il problema gli si è accentuato. Quindi si è allenato poco. Ora, per fortuna, nell'ultima settimana o negli ultimi dieci giorni ha cominciato ad allenarsi quasi sempre con noi. È chiaro che non possa essere completamente inserito, però è un giocatore che ha delle qualità individuali».
Con Spalletti avete più di un punto in comune: che rapporto avete e come vede la partita di domani all'Allianz Stadium?
«La partita di domani la vedo dura, ma non per Spalletti: per quelli che vanno in campo. Noi allenatori, purtroppo, siamo molto collegati ai ragazzi che scendono in campo: non è che abbiamo i joystick e abbiamo tutto sotto controllo, è impossibile farlo e non sarebbe neanche giusto. Siamo tutti legati al tipo di giocatori che abbiamo in quel momento e al tipo di calcio che possiamo giocare con determinati interpreti. Con lui ho un buon rapporto, soprattutto per gli anni in cui ero a Empoli: mi sembra fosse rientrato dalla Russia e per un periodo lo vedevo minimo una o due volte alla settimana. Il rapporto è buono, poi in campo, chiaramente, domani ognuno penserà alla sua squadra».
Che impressione le sta facendo Raspadori, un giocatore di qualità ma che sembra ancora inespresso?
«Del periodo precedente non so dirti: mi ricordo che un anno a Napoli non partiva spesso titolare, ma incideva molto negli ingressi dalla panchina, e ha fatto stagioni anche molto, molto importanti. Io ti posso parlare di questi due mesi: ha attraversato un periodo in cui ha fatto grande fatica, anche a trovare una condizione fisica di livello, ma in questo momento mi sembra un giocatore in crescita. Nell'ultima partita, entrando più centralmente, mi sembra abbia fatto abbastanza bene: perlomeno non ha inciso in maniera determinante sul risultato, però ho avuto l'impressione di un giocatore vivo. Speriamo che questa impressione si trasformi in realtà nelle prossime partite».
Ci hanno colpito le sue parole su Kolasinac dopo il Cagliari: è uno dei pochi che si fa sentire. È qualcosa che manca a questa Atalanta dopo gli addii di de Roon e Djimsiti?
«È un gruppo di giocatori di grande apprezzamento, di grande professionalità, di grande cultura del lavoro. Però, a livello di farsi sentire, di essere capaci di trascinare un gruppo nei momenti in cui c'è da tirare fuori tutto, siamo ancora un po' silenziosi. Kolasinac, da questo punto di vista, è uno dei ragazzi che ci può dare una mano. Però io spero nella crescita anche di giocatori relativamente giovani ma già esperti: sulla linea difensiva, dal punto di vista della personalità, da Scalvini mi aspetto di più. Non dal punto di vista del rendimento tecnico e tattico, ma da quello della personalità».
Gaetano rientra dalla squalifica: giocherà lui o conferma Kessie in mezzo?
«Ho ancora un giorno per pensarci, lasciami pensare. Poi mi piacerebbe dirlo prima a Gaetano o a Kessié che a voi: è un segno di rispetto nei confronti dei miei giocatori».
Tornando a Scalvini: quanti margini ha di miglioramento sotto il profilo della leadership?
«Penso abbia ampi margini. Come ti ho detto, è un giocatore individualmente molto forte, deve ancora migliorare nelle letture di reparto, però è un giocatore di livello assoluto. È destinato a migliorare, e il picco del miglioramento lo raggiungerà quando crescerà anche dal punto di vista della personalità e della leadership: questo è sicuro. Quindi penso abbia ampi margini».
In queste prime quattro giornate non si è ancora visto uno 0-0: sta cambiando il vento in Italia, c'è una mentalità più europea anche per via del nuovo regolamento?
«Se il tempo effettivo aumenta, è chiaro che aumenti anche la possibilità di fare errori, e quindi la possibilità di fare gol e di prenderli. Io penso che sia una diretta conseguenza anche dei cambiamenti regolamentari, e questo è abbastanza palese. Anche la mentalità mi sembra in evoluzione: adesso raramente si vedono squadre, anche tra le medio-piccole, che vanno ad arroccarsi in certi stadi. Può succedere in certi momenti della partita, questo è sicuro, ma come mentalità vedo molte più squadre che tendono a giocare».
Il dilemma Gaetano-Kessié può essere risolto facendoli giocare entrambi?
«Penso di sì, perché Kessié ha l'esperienza e un passato alle spalle in cui ha giocato sia da vertice basso nei tre, sia da interno nei tre, sia nei due di centrocampo. Lo stesso ha fatto anche Gaetano in certi momenti, però penso che il futuro di Gaetano sia quello del vertice basso, mentre Kessié in questo momento è un giocatore che può ricoprire più ruoli».
La Juventus in Europa League ha trovato un assetto con McKennie e Celik sulle fasce: può essere questa la chiave tattica di domani?
«Non penso. La Juventus nell'ultima partita ha mostrato delle soluzioni, e noi negli ultimi tempi abbiamo affrontato ripetutamente costruzioni a tre più due o a quattro più uno in fase offensiva. Voi giornalisti spesso avete la tendenza a pensare che uno abbia in mano il joystick: in realtà le partite si vincono o si perdono in relazione alle squadre che alleniamo, agli avversari che troviamo, al momento nostro e al momento loro. A me scappa fortemente da ridere quando vedo gli scontri diretti tra allenatori. Che vuol dire? Io vado in Spagna, alleno il Levante, e poi mi dicono: eh, ma con l'allenatore del Barcellona perdi quasi sempre. Per forza: il Barcellona è più forte del Levante. Se avessi la capacità di allenare il Levante e battere sempre il Barcellona, non sarei al Levante. Ho fatto un esempio spagnolo, ma non vorrei che qualcuno se la prendesse, con tutto il rispetto per il Levante: volevo solo paragonare una squadra più debole a una notoriamente più forte».
Dopo la Roma, domani il secondo scontro con una grande: che atteggiamento vorrebbe vedere dalla sua squadra, magari più propositivo?
«Vorrei vedere l'atteggiamento dei primi venti-venticinque minuti del secondo tempo di Roma, con un minutaggio nettamente più ampio. Poi non sono tutte scelte: a volte trovi una squadra forte che ti costringe a stare basso e ti crea problemi a risalire, e qualche problema ce lo siamo creato da soli. Quindi non sempre sono scelte. Però, se devo parlarti di quello, vorrei vedere quei venticinque minuti trasformarsi in sessanta».
Cosa pensa della maxisosta per le nazionali, sedici giorni senza Serie A: resterete a Zingonia con pochissimi giocatori?
«Praticamente sette o otto giocatori. Si può lavorare sulla condizione fisica, sulla tecnica individuale e sulla tattica individuale: non c'è tanto altro da fare. Il problema del calendario è un problema enorme, e il problema delle nazionali, per le squadre di club, è un problema distruttivo. Io penso che le nazionali debbano essere confinate in un periodo di tempo: si fanno finire i campionati dieci giorni prima e si dedica il periodo da metà maggio a metà giugno alle nazionali. Così, penso che sia una situazione che non può andare avanti. E poi c'è anche l'ipocrisia delle liste: fai giocare un giocatore settanta partite l'anno e gli metti anche le liste. Perlomeno dammi quaranta giocatori: se ingolfi il calendario e poi ho una lista da rispettare, è un'ipocrisia».
Una domanda fuori dal campo: domani, come in tante altre trasferte, i tifosi bergamaschi non ci saranno. Cosa ne pensa, anche alla luce delle parole di Lucarelli?
«Si può essere espresso male, ma è condivisibile. Io una pena collettiva non riesco a capirla né a digerirla. Quindi domani una persona di Bergamo con il figlio, che non ha mai commesso nulla né fuori dallo stadio né allo stadio, non può andare a vedere la partita: secondo me è anche incostituzionale. Io mi sento vicino a tutti i nostri tifosi e condivido quello che pensano loro in questo momento».
Nessun amarcord bianconero, nessuna concessione al clima da processo e una chiusura tutta politica, con il tecnico schierato senza esitazioni al fianco della sua gente. Sarri archivia il passato in poche righe, chiede personalità ai suoi e pretende continuità nell'atteggiamento visto per venticinque minuti all'Olimpico. All'Allianz Stadium, senza i tifosi al seguito, servirà molto più dei segnali intravisti con il Cagliari.
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