Paulo Dybala è un grande giocatore, ha risolto mille problemi della Roma e ne risolverebbe tanti altri se Mourinho non lo abbandonasse nel deserto senza una minima - decente - assistenza. Il primo tempo del derby è stato scandaloso, possiamo tranquillamente dire che Mou ha “ucciso” Dybala. Attenzione, non ci riferiamo all’altra partita, dal 32’ in poi, quando la Roma è rimasta in 10 per le follie di Ibanez e ha dovuto obbligatoriamente aumentare il numero dei pullman davanti all’area di rigore. Ci riferiamo alla mezz’ora precedente, quella iniziale, quando la rinuncia al gioco è stata davvero insensata. La Roma rintanata, qualche pallone lungo per Belotti, ma soltanto un paio senza esagerare. Un criterio assurdo, una rinuncia totale, lo scoramento di Dybala sintetizzato da quel pallone non controllato bene nei pressi della sua panchina, la sintesi di una malinconia assoluta. Nel derby Mourinho ha “ucciso” Dybala, sarebbe stato meglio non utilizzarlo e tenerlo in panchina, il gran genio di allenatori che hanno l’oro in casa e lo scambiano per rame. Evidentemente interessato alla conquista del premio ciapanò per distacco rispetto agli altri suoi colleghi, compresi Simone Inzaghi e Pioli, Mou ha completato il “capolavoro” lasciando nello spogliatoio Dybala durante l’intervallo. Come a voler dire: se prima meritavo 4 adesso mi becco un 3. Eppure Mourinho ha il vento mediatico che, attenzione, non è quello - comprensibile - dei suoi tifosi innamorati di lui a prescindere dai risultati. Il vento mediatico è quello di chi magari gli ha dedicato un libro e commenta qualsiasi sua sconfitta con il prosciutto sugli occhi. Contenti loro... Tra l’altro Mourinho, grande comunicatore, stavolta ha vinto quel premio al contrario, meriterebbe un Tapiro. Dopo aver passato il turno in Europa League, direttamente da San Sebastian, ha preferito stuzzicare la Lazio sulla storia della coppa, piuttosto che trascurarla o snobbarla. Non si è posto il minimo dubbio che in questo modo l’avrebbe caricata e non smontata, esattamente come aveva fatto in qualche altro derby dove aveva collezionato altri sproloqui senza senso. Problemi suoi, in quel caso. Ma anche di Dybala nell’altro caso, perché domenica hanno “ucciso” la Joya senza pensarci mezzo secondo sugli effetti devastanti che avrebbe procurato.
Roberto Mancini e Maurizio Sarri meritano due rapidissimi approfondimenti. Mancini ha perso un’altra occasione per esaltare la meritocrazia del campionato, non è una novità. Soltanto lui non si è accorto dello strepitoso Udogie, padrone assoluto della fascia sinistra: relegarlo all’Under 21 ci sembra, davvero, un’ingiustizia. Comprendiamo la necessità di convocare Bonucci fino all’alba dei 40 anni, ma ignorare il rendimento di Casale è un’altra storia inspiegabile, all’interno di una difesa - quella della Lazio - che sta frantumando record. E poi, come si fa a non chiamare Mattia Zaccagni, oggi uno dei primi tre (almeno) esterni offensivi del campionato? Dicono: ma c’è stata un’incomprensione la scorsa estate, allora possiamo aggiungere che questa è un’aggravante perché non ci si può dimenticare il rendimento strepitoso per un comportamento più o meno sbagliato. Abbiamo il bomber argentino, evviva, si chiama Retegui e siamo felici (?): eppure quando allenava l’Inter lo stesso attuale ct aveva garantito che convocare gli oriundi era una mossa assurda. Oggi c’è chi ha ancora la pelle d’oca per la vittoria agli Europei e non gli muove un appunto a prescindere: viva l’Italia dei signorsì, mai una critica neanche per sbaglio.
Quanto a Sarri, sta facendo un miracolo con un organico eccellente negli undici ma che non ha il vice Immobile e sulla profondità della rosa potremmo disquisire. Non avere il vice Immobile significa non avere l’alternativa all’icona del club, all’uomo che ha garantito mediamente una trentina di gol a stagione. Eppure ascoltiamo i parroci che cercano di tenere su Tare nel giorno del crollo della loro Borsa, un crollo assoluto. E leggiamo questa pagella su Sarri sulla “Gazzetta dello Sport”: voto 6,5 con relativo giudizio “vince il secondo derby stagionale con la coerenza del suo gioco: 4-3-3, possesso, fasce, attacco. Niente di memorabile, ma ci crede. Certo, in superiorità per un’ora era lecito attendersi di più”. In pratica, se qualcuno non avesse visto la partita e non avesse dato una sbirciatina alla classifica tenendo conto delle suddette difficoltà, probabilmente si sarebbe trovato senza un motivo nel mondo di Quark.
Filip Kostic merita tutti gli applausi. Possiamo dire senza ombra di smentita che sia stato un acquisto azzeccatissimo, un affare autentico se pensiamo al rapporto qualità-prezzo. Il suo cartellino è costato 12 milioni più 3 di bonus, il rendimento è stato fin qui eccellente, i cross sono spesso fatti con il pennello, un’opera d’arte. Kostic ha avuto il grande merito di volere la Juve con ogni forza, al punto da rinunciare al West Ham per aspettare la fumata bianconera fino alla vigilia dello scorso Ferragosto. Ora l’insostituibile è lui o quasi: le sgommate di grande qualità, qualche gol pesante e un’affidabilità totale. La scorsa estate aspettavano Pogba che deve ancora giocare una partita e Kostic era quasi ritenuto l’ultima ruota del carro. Ora è la prima ruota del carro. Meglio: sono tutti sul carro.
Autore: Red. TuttoAtalanta.com
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