Di avvocati, nel mondo del calcio, non ne mancano di certo. Anche gente che ha calcato le verdi ribalte, beninteso. Sergio Campana, ad esempio, che aveva abbracciato la carriera forense poco prima di appendere le scarpette al chiodo e fondare l'Associazione Italiana Calciatori, il potentissimo sindacato dei professionisti della pedata. Oppure, in epoca più recente, Mario Ielpo: portierone che solo nel Cagliari aveva trovato una dimensione da titolare, da riserva nel Milan si era guadagnato l'appellativo di "toga volante". Molto più difficile pensare a un salto del genere quando si è ancora giovani e con del talento da spendere sospesi sui tacchetti. Esattamente quello che capitò a Franco Vittoni, principe del foro bergamasco cui oggi tocca spegnere ben settantotto candeline. Proprio nel giorno in cui la società a cui è legato ne fa 104. Un bel tipo, pensate un po', che dopo un'annata di apprendistato da calciatore sulla Costa Azzurra (però...), in quel di Cannes, decise di arrestare una carriera che avrebbe potuto essere luminosa dopo un quinquienno trascorso a difendere i colori dell'Atalanta. La squadra che da sempre gli scalda il cuore, tanto che pur di non starle troppo lontano in tempi non sospetti ha deciso di riciclarsi in apprezzato opinionista televisivo.
E sì che di numeri, il giovane Vittoni da Calcio - la regola del nomen omen vale anche per i paesi -, ne aveva. Non pochi, visto che le uniche maglie con cui non scese in campo furono la 1, la 2 e la 3. Gli altri ruoli, poco per volta e a spizzichi e bocconi, se li fece tutti. Un jolly, una sorta di Aimo Diana ante litteram. E proprio per aver rinunciato a una precisa connotazione nello scacchiere tattico, fonte di elucubrazioni al limite della paranoia allora come ai giorni nostri, giocò quasi sempre come rincalzo: 51 presenze e 2 reti dal 1953 al 1958 dicono tutto. Senza contare i maestri a dirigerlo dalla tolda di comando: Ferrero, Simonetti, Tentorio, Bonizzoni, Rigotti, Bonomi e Adamek. Solo nel '55/'56 ebbe un sussulto, con 24 allacciate di scarpe che sembrarono prefiguragli qualcosa di più sostanzioso. Dalle statistiche, poi, si evince che alla quantità prediligeva la qualità: andò subito in gol, marcando il punto del momentaneo 3-2 (poi pareggiato allo scadere dall'ex Soerensen), all'esordio in serie A (25 ottobre 1953), a San Siro contro il Milan; l'altro sigillo personale lo piazzò con una zampata in un 3-2 casalingo alla Lazio in zona Cesarini, il dieci ottobre dell'anno seguente. Cinque stagioni a far da panchina ad Angeleri, Bernasconi, Bassetto e molti altri, ed ecco la fatidica decisione: dal regolamento Figc al Codice Penale, ad appena 25 anni, per avviare una professione in cui è riuscito a guadagnarsi la stima dei conterranei e non solo. Tantissimi auguri.
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