Ci sono calciatori che non hanno bisogno di cento gol per restare nella memoria collettiva. Salvatore Garritano, scomparso ieri a 69 anni nella sua Cosenza, apparteneva a questa categoria rara: leali, autentici, capaci di farsi voler bene prima ancora che applaudire. La sua vita è stata una corsa spezzata e ricomposta mille volte, un percorso complicato che la malattia ha purtroppo interrotto troppo presto. Eppure, chi lo ha conosciuto parla di lui con una dolcezza speciale: «Un’anima bianca», lo hanno definito i suoi figli annunciandone la scomparsa. Una definizione perfetta.
IL TALENTO E LA FORTUNA CHE NON ARRIVA - Garritano cresce calcisticamente nella Morrone, la piccola officina cosentina che negli anni ha sfornato più talenti di quanti ci si potrebbe aspettare. Poi il volo: Terni, dove muove i primi passi tra i professionisti, e soprattutto Torino, dove nel 1975 entra in punta di piedi nella squadra che diventerà campione d’Italia con i mitici Pulici e Graziani.
Segna anche un gol al Milan, uno di quelli che rimangono. Ma lo spazio è poco, e la parabola vira altrove. In fondo, la sua carriera è sempre stata così: un potenziale enorme frenato dal corpo, non dal coraggio.
BERGAMO, IL SOGNO INTERROTTO - Nel 1978 arriva all’Atalanta, dove in due anni lascia un ricordo intenso: tecnica, velocità, fantasia a servizio della squadra. Con le sue 10 reti contribuisce a regalare sprazzi di bel gioco in un periodo complicato, e l’affetto dei tifosi non tarda a fiorire.
Poi, il destino si mette di traverso: nel giorno del suo 23° compleanno si frattura tibia e perone in allenamento. Una tragedia sportiva che segnerà profondamente lui e l’intera stagione nerazzurra. Chi lo ha vissuto ricorda bene quel periodo. Domenico Marocchino, suo compagno, ha parlato di un ragazzo sempre allegro, circondato di amici e musica. Garritano, nonostante tutto, non perse mai la sua indole luminosa.
UN GIRO D’ITALIA TRA CANTI E CORI - Dopo Bergamo, Salvatore veste le maglie di Bologna, Sampdoria e Pistoiese, prima di ritrovare casa a Terni, dove trascina la squadra fino alla C1 con un entusiasmo contagioso. A Genova, sponda Samp, gli dedicano - ricorda L'Eco di Bergamo - persino un coro sulle note di “Rock’n Roll Robot”: «C’è poi quel tipo strano, vedrai ti piacerà… si chiama Garritano, ci porta in Serie A». Il calcio dei tifosi veri, quello che non si scorda.
UN UOMO CHE NON HA AVUTO PAURA DI DIRE LA VERITÀ - Nel 2007, già colpito dalla malattia, Garritano ebbe il coraggio di sollevare il tema dell’uso improprio di farmaci nel calcio dei suoi tempi. Una presa di posizione che lo isolò da molti, ma che racconta perfettamente la sua natura: schietta, pulita, incapace di voltarsi dall’altra parte. Accanto a lui, in quel periodo difficile, restò soprattutto Ciccio Graziani, legame forte dai tempi dello scudetto.
UNA LUCE CHE RESTA - Salvatore Garritano non ha vissuto la carriera che meritava. Gli infortuni hanno spento troppe volte il motore che la natura gli aveva regalato. Eppure, chiunque lo abbia incontrato conserva di lui un ricordo limpido: il sorriso, la grazia, la leggerezza.
Non tutti i calciatori lasciano un’impronta così umana. Lui sì.
E in fondo il calcio, quello vero, vive di queste storie: fragili, imperfette, e proprio per questo indimenticabili.
Ciao Salvatore. Dove stai andando adesso, il fisico non farà più resistenza. Le fratture e le sofferenze resteranno solo qui, nei nostri ricordi.
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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