Ci sono pareggi che lasciano l'amaro in bocca e statistiche che gridano vendetta. Il Como di Cesc Fàbregas esce dal confronto con l'Atalanta con un record di 5,24 Expected Goals, un dato mostruoso che non si vedeva in Serie A da oltre un decennio, eppure il tabellino recita impietosamente 0-0. In sala stampa, il tecnico spagnolo si presenta non per cercare scuse, ma per lanciare un messaggio forte e chiaro a difesa dei suoi ragazzi, in particolare di Nico Paz, autore dell'errore decisivo dal dischetto. Con la passione che lo contraddistingue, Fàbregas respinge le critiche sulla mancanza di cattiveria, sottolineando la mole di gioco prodotta contro una squadra da Champions costretta sulla difensiva per quasi tutta la gara. Tra un abbraccio virtuale ai giovani talenti e la spiegazione tattica sulle sostituzioni, l'allenatore lariano ribadisce la bontà del percorso intrapreso, chiedendo equilibrio e serenità in un mondo del calcio troppo spesso incline al massacro mediatico. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mister, 5,24 di expected goals è un numero incredibile, che non si vedeva forse dal 2010, eppure nessun gol. È deluso? Si aspettava di più dai cambi in attacco che sembrano aver inciso poco? E come mai ha sostituito Fadera?
«Prima di tutto voglio mandare un grandissimo messaggio di supporto a Nico Paz e a tutti i ragazzi giovani che sbagliano. Ce ne sono tantissimi e troppo spesso la tendenza è quella di volerli massacrare subito dopo un errore. Poi però ci lamentiamo che nel calcio di oggi non ci sono più giovani di personalità o di talento. La verità è che mancano perché noi allenatori e l'opinione pubblica non diamo loro l'opportunità di sbagliare. Dobbiamo capire che questa generazione è diversa e ha bisogno di tanto aiuto e coraggio da parte nostra per crescere. Il mio messaggio oggi è solo questo. Per quanto riguarda la partita, la squadra ha fatto di tutto e di più per vincere: anche in undici contro undici avevamo già creato due occasioni da gol. In dieci contro undici abbiamo provato di tutto, ma non era la serata giusta, la palla semplicemente non voleva entrare. Non serve analizzare troppo o impazzire cercando colpe: ci sono momenti in cui bisogna stare tranquilli. Se una squadra produce quello che abbiamo prodotto noi oggi... c'è poco da dire. Sappiamo di non essere al livello di Inter o Juventus, il nostro è un percorso di crescita piano piano. Oggi serve serenità. L'errore di Nico Paz fa male, ma è parte integrante della sua crescita e del calcio».
Sembra però essere mancata un po' di cattiveria sotto porta. Forse paradossalmente era meglio giocare undici contro undici, perché contro le squadre che si chiudono fate fatica a penetrare centralmente?
«Guardi, parlare dopo la partita è troppo facile. Io sinceramente non ho visto la stessa partita che descrive lei. Ho visto Dubickas cercare la palla dentro, ho visto Baturina lasciato solo contro il portiere tre volte, occasioni in cui è più difficile sbagliare che fare gol. Ho visto Iovine che poteva fare una tripletta oggi, cross che passavano davanti alla porta senza essere toccati per un soffio. Non mi ricordo nemmeno tutto perché le occasioni sono state troppe, fino al rigore all'ultimo secondo. Possiamo parlare di cattiveria, di errori, di tutto quello che volete, ma non me la sento. Sarei stato molto dispiaciuto se avessimo fatto uno 0-0 sterile, con un possesso passivo, subendo contropiedi. Ma in una partita dove sei stato troppo, troppo superiore, creando all'infinito e avendo pazienza... se la palla non entra, pazienza. Capisco che domani dobbiate scrivere qualcosa sui giornali, ma quando crei 29 occasioni da gol, significa che hai fatto la partita per vincerla. Non posso dire nulla di negativo ai miei ragazzi».
Palladino ha parlato di orgoglio per come l'Atalanta, squadra da Champions, ha strappato questo punto compattandosi e soffrendo. Pensa che anche questo sia un merito dell'avversario da riconoscere?
«Non so esattamente dove voglia arrivare con questa domanda. Se arrivano 29 volte al tiro e non segnano, magari io finisco all'ospedale per lo stress (sorride amaro, ndr). Sono d'accordo che Palladino debba parlare di orgoglio e coraggio per come hanno resistito, ma ripeto: noi abbiamo calciato 29 volte, di cui 12 nello specchio, con 4 o 5 occasioni chiarissime. Va bene l'analisi, accetto la critica, rispetto tutto, ma non aspettatevi che oggi io venga qui a parlare male di quello che abbiamo fatto per provare a vincere. È merito loro se hanno resistito e colpa della sfortuna se la palla non è entrata. Siete voi che dovete trovare le cose negative oggi, perché io non riesco a vederne».
A livello emotivo, come ha preso Fadera il cambio? Dalle immagini sembrava dispiaciuto, si è coperto con la giacca. Era scontento della sua prestazione o non ha capito la scelta tattica?
«Era dispiaciuto perché a nessuno piace essere sostituito, né a me piace fare queste scelte come allenatore. Sicuramente non è piacevole per un giocatore che ha fatto 35 minuti, poteva farne 45, essere richiamato in panchina. Ma in quel momento non mi stava dando quello che volevo tatticamente. Ripeto sempre la stessa cosa: noi volevamo vincere. So che a volte pensate il contrario, ma ogni scelta è fatta per cercare la vittoria. Ho pensato che quella fosse la mossa migliore in quel frangente. Non è una questione personale con Fadera o con qualcun altro. Oggi le ragioni della mancata vittoria sono altre».
Due domande sugli episodi arbitrali: ha visto l'espulsione e il rigore? E sul rigorista, vale sempre la regola che decidono i ragazzi in campo?
«L'espulsione non l'ho vista, ero girato a parlare con il mio assistente e mi sono perso l'accaduto. Il rigore l'ho visto solo quando l'arbitro è andato al VAR: ho visto che il difensore ha toccato la palla con la mano in modo netto. Non so se volete dirmi che magari non era rigore (sorride, ndr), ma se è un rigore netto non c'è nemmeno da chiedere. Perché devo commentare un rigore solare? La verità è che sono andato al monitor solo per capire cosa stesse controllando perché dal campo non avevo visto nulla. Sul rigorista sì, la regola non cambia: se la sentono loro e decidono loro».
Un Fàbregas lucido e protettivo, che alza un muro attorno alla squadra e rivendica la bontà della prestazione. Il calcio è anche questo: dominare, creare l'inverosimile e tornare a casa con un punto che sta strettissimo.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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