La partenza di Mateo Retegui per l'Arabia Saudita non rappresenta soltanto l’ennesima dimostrazione di forza economica di un campionato in costante espansione. È, piuttosto, la conferma definitiva che la Serie A non ha più armi sufficienti per difendersi da certi attacchi. E l'Atalanta, che pure negli ultimi anni ha resistito fieramente ai tentativi di scippo dei suoi gioielli più preziosi, stavolta è costretta a cedere davanti all’evidenza dei numeri: sessanta milioni di euro, più ricchi bonus, per l’attaccante italo-argentino, e un contratto da venti milioni all’anno per quattro stagioni al giocatore. Come dire: impossibile dire di no.
Una scelta che, vista dal lato bergamasco, appare del tutto comprensibile. Retegui era arrivato in punta di piedi, quasi una soluzione di emergenza dopo il ko di Scamacca, e in poco tempo si è trasformato nell'uomo simbolo della squadra di Gattuso, mettendo a segno 28 reti in 49 presenze. Numeri che fanno gola, cifre da top player assoluto. Ecco perché l'Al Qadsiah non ha esitato a mettere sul piatto un'offerta irrinunciabile, convinto che il re del gol della Serie A possa trascinare il calcio saudita verso un'ulteriore, definitiva consacrazione internazionale.
Ma dietro l'affare, certamente da applausi sotto il profilo finanziario, si cela un'altra verità: la Serie A perde inevitabilmente un pezzo di grande prestigio tecnico. Retegui non è soltanto un ottimo centravanti, è un talento che il campionato italiano ha saputo valorizzare, portandolo al centro della scena internazionale. Privarsi di lui significa perdere uno dei volti più rappresentativi, in un momento in cui proprio il calcio italiano cerca di rialzarsi da anni difficili e di tornare ad attirare stelle piuttosto che cederle.
La responsabilità, sia chiaro, non è dell’Atalanta. Il club bergamasco fa quello che deve: monetizza il valore di un giocatore cresciuto in modo esponenziale e prepara già i prossimi investimenti, nella speranza di ripetere ancora una volta il miracolo di generare talento e plusvalenze. La domanda che però ci si pone è più ampia e riguarda tutto il sistema: quanto a lungo la Serie A potrà permettersi di cedere alle tentazioni arabe senza impoverire irrimediabilmente il livello tecnico delle proprie squadre?
Retegui vola verso lidi lontani, dove il calcio è ancora un business emergente che gioca con regole diverse rispetto al Vecchio Continente. Ad andare via è il re dei bomber, l’uomo che appena un mese fa teneva in mano il cuore del tifo atalantino. E, forse, anche un pezzo della credibilità tecnica di tutto il calcio italiano.
Retegui va, l’Atalanta incassa, ma è la Serie A a interrogarsi sul suo futuro. E forse è questo il prezzo più alto di un affare apparentemente irrinunciabile.
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