Tra passione, creatività e un amore viscerale per l'Atalanta, Giulio Panza di Caprino Bergamasco – conosciuto ai più come «il Giulio Panza di Cisano» – rappresenta una delle voci storiche del tifo nerazzurro. Professionista della comunicazione, 66 anni, da sempre vicino al mondo della Dea non solo sugli spalti ma anche dietro le quinte, ha lasciato il segno ideando e conducendo il primo Atalanta Point, collaborando con Asics alla maglia 1999/2000, ridisegnando biglietti dello stadio e azioni dell’Atalanta, e curando il volume fotografico “Fantastica Atalanta” dedicato ai primi cinque anni dell’era Gasperini. Oggi è presidente del Club Casa Atalanta di Cisano Bergamasco, tra i più attivi del territorio, e continua a vivere la squadra con la stessa intensità di sempre. Al suo fianco, in ogni trasferta, la moglie Silvia: si sono conosciuti grazie all’Atalanta e oggi, dopo 18 anni insieme e un matrimonio a tinte nerazzurre, portano in giro per l’Europa i colori della loro vita.
Giulio, com’è nata la sua passione per l’Atalanta?
«Mio fratello è Tullio Panza, conosciuto per le 800 trasferte e premiato più volte dalla società nerazzurra - confida e racconta, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. La nostra è una “malattia” di famiglia: me l’ha trasmessa lui. Andava a vedere l’Atalanta e ho cominciato a farlo anch’io. Ora sono arrivato a 49 abbonamenti, prima in Curva e ora in gradinata, compresi gli anni di Serie B e l’unico in C. Tifo Atalanta perché è la squadra della mia città, Bergamo. È naturale: la tifo indipendentemente dai risultati, anche se è più facile sostenere le squadre che vincono».
Ma poi ha iniziato a vincere anche l’Atalanta?
«Esatto, abbiamo cominciato a vincere anche noi, ottenendo negli ultimi nove anni risultati inimmaginabili. Nessuno avrebbe mai pensato di conquistare un’Europa League o di giocare in Champions, e soprattutto di affrontare club che hanno fatto la storia del calcio, dal Real Madrid al Liverpool».
Un tifo, il suo, che nasce da lontano e non dalle vittorie recenti.
«Sono presidente del Club Casa Atalanta Cisano. Siamo un club numeroso, con 160 soci, e quando ci riuniamo dico sempre di non stigmatizzare i ragazzi “nuovi” perché magari si lamentano se si perde. Sono nati nel momento magico dell’Atalanta e da dieci anni vedono grandi risultati, vittorie e soddisfazioni. Per loro è “normale” vincere; per noi, che abbiamo vissuto sofferenze e momenti bui, è diverso. Ricordo i cortei in città quando ci si salvava all’ultima giornata. Capisco chi si è avvicinato grazie ai risultati: i successi portano visibilità e i tifosi sono raddoppiati o triplicati rispetto a dieci anni fa. All’estero, in trasferta con mia moglie Silvia, ne incontriamo moltissimi, anche chi arriva da Praga o Lipsia dopo centinaia di chilometri solo per vedere l’Atalanta».
Ci racconta qualche aneddoto?
«Andavamo a Stoccarda in treno e a Zurigo abbiamo incontrato un bergamasco residente lì, tessera della Dea in mano: veniva anche lui a Stoccarda. Il padre era originario della Val Seriana e lui si era abbonato più volte. Spesso incontriamo figli di emigrati che non aspettano altro che vedere l’Atalanta. Per noi seguirla è normale, per chi non ha mai potuto farlo è straordinario. A Basilea un tifoso ci ha raccontato di non essere mai tornato a Bergamo: quando ha visto che in Champions si giocava con lo Young Boys ha cercato subito il biglietto, perché l’Atalanta è la squadra della città dei genitori. Il calcio delle “provinciali” va oltre la competizione: in questo momento di grande visibilità la Dea diventa un modo per sentirsi bergamaschi, anche per chi a Bergamo non è mai stato».
Ma la trasferta più bella qual è stata?
«Ovviamente Dublino, ma tutte hanno qualcosa di particolare, anche la prima a Zagabria. Abbiamo perso 4-0, ma lì abbiamo capito cos’era la Champions. Lo stadio, la musichetta che avevamo sentito solo in tv: incredibile. All’estero ci si rende conto della simpatia che riscuote l’Atalanta. Il 90% ci chiama “Bergamo”, identificandoci con la città. A Dublino, nel nostro settore, due giovani coppie maghrebine si sono avvicinate: una delle donne ha regalato a mia moglie un vestito tradizionale tunisino chiedendo in cambio il cappellino dell’Atalanta. Non capivamo bene l’inglese, ma è stato un gesto delicatissimo. Il calcio azzera le differenze sociali, politiche, culturali e, in questo caso, anche religiose».
Va in trasferta con sua moglie Silvia: anche lei è tifosa? Vi siete conosciuti grazie all’Atalanta?
«Ci siamo conosciuti all’assemblea di condominio: lei arrivò con la tuta dell’Atalanta e iniziammo a parlare. Scoprimmo che andavamo nello stesso settore e decidemmo di vedere insieme la partita successiva, Atalanta–Fiorentina 2-2: da allora non ci siamo più lasciati. Sono passati 18 anni. L’anno scorso ci siamo sposati e il matrimonio è stato tutto nerazzurro, con gagliardetto storico dell’Atalanta. Cerimonia a Caprino e festa alla Spazio Fase di Alzano Lombardo: abbiamo proiettato un filmato sulla terza maglia, con il racconto del regista Beppe Manzi. Fuori, tutto blu con laser e logo Atalanta; anche le bomboniere erano a tema. Sono un designer: su ogni facciata c’era un’immagine diversa di una nostra trasferta».
Ricorda la prima partita vista allo stadio?
«La prima nel 1970. La seconda molti anni dopo, nel 1975, quando ho iniziato a lavorare con continuità. Nel ’70 mi portò mio fratello all’ultima di campionato: Atalanta–Mantova in B, ci giocavamo la promozione. Vincemmo 1-0, poi gli spareggi e andammo in A».
Finora che impressione le ha fatto la squadra?
«Con la Juventus mi è piaciuta tantissimo. Non mi aspettavo punti: i bianconeri in casa sono forti e non mollano mai. Finora abbiamo giocato con il 50% del potenziale-gol in meno e a qualsiasi squadra, togli i due attaccanti principali, va in difficoltà. Ho rispetto per Juric: in molti, secondo me, si sono rifiutati di venire, perché arrivare dopo Gasperini significa rischiare grosso. Fare meglio di lui vuol dire vincere scudetto o Champions: si può solo far peggio. Inoltre diversi giocatori hanno un anno in più e l’attacco è dimezzato. Ma sono fiducioso: è rimasta l’impalcatura di sempre e i leader – De Roon, Pasalic, Djimsiti, Ederson. I giovani mi piacciono: Sulemana, e anche Bernasconi. Diamo tempo a Juric: lo abbiamo dato anche a Gasp. All’inizio era messo male, poi l’illuminazione sui giovani. Basterà arrivare in Europa: è fondamentale anche economicamente. Nessun obbligo: grazie a Gasperini per sempre, ora è un avversario. Stima e rispetto che avevamo per lui dobbiamo darli a Juric. Abbiamo fuori giocatori importanti: Kolasinac (per me fondamentale dietro), Scamacca (che vedo molto bene, anche più di Krstovic, che pure mi piace) e… speriamo nel “bambino viziato”».
Non le è andato giù il comportamento di Lookman?
«Ha sbagliato, ma sono pragmatico. È qui? Deve giocare e segnare per l’Atalanta. Non mi tornerà simpatico, ma è un nostro giocatore. Capisco che è inglese e ha giocato un paio d’anni qui: per lui Bergamo, Marsiglia o altro cambia poco. In due anni non ha imparato una parola d’italiano, e dice molto. È un professionista: sfruttiamolo per quello che è. Non è De Roon: non possiamo pretendere che tutti lo siano. Spero giochi e regali altre serate come Dublino. Non ha senso fischiarlo: ho apprezzato che col Brugge il pubblico non l’abbia fatto. Gioca con la nostra maglia, punto. Sappiamo che si è comportato male, forse malconsigliato. L’Atalanta è seria: andiamo avanti».
A proposito di Club Brugge: che voto dà all’Atalanta vista martedì sera?
«Otto a tutti, anche al mister. Molto soddisfatto della reazione dopo il gol, soprattutto nel secondo tempo, contro un avversario ostico (ne sappiamo qualcosa dopo le due sconfitte precedenti). Mi sono piaciuti tutti, anche Lookman, che non era sereno. Mi è piaciuto il pubblico che l’ha sostenuto. Bravo Juric: ha indovinato le sostituzioni. Tre punti pesanti per scalare posizioni e arrivare più sereni allo Slavia Praga. Bene la compattezza e l’aggressività nella ripresa. Sulemana ha spaccato la partita coi suoi movimenti; Zappacosta è uno su cui contare sempre; la “vecchia guardia” – Ederson, De Roon, Djimsiti, Pasalic – è una garanzia: Pasalic ha messo in porta una palla difficile, i suoi gol sono pesanti. Peccato per i tanti infortuni: servirà riflettere, ma chi di dovere lo farà».
Con il Como cosa si aspetta?
«Il Como ha giocatori che possono far male, è veloce e ha un ottimo allenatore; mi pare però un po’ calato nelle ultime. Ci va bene che Rodríguez sia squalificato. Già l’anno scorso fece una buona seconda parte; quest’anno è partito bene ma l’ho visto soffrire con la Cremonese, che a mio avviso potrebbe retrocedere. Per loro è un derby; per noi – almeno per me – no. E io vivo al confine con Lecco e Como».
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