Per venticinque anni volto e voce di Mediaset, oggi opinionista e podcaster molto attivo sui Social, Paolo Bargiggia analizza senza giri di parole la scelta dell’Atalanta di esonerare Juric. Per il giornalista, esperto di mercato, la società bergamasca ha pagato un eccesso di autostima nel puntare su un tecnico che non è mai riuscito a replicare il modello Gasperini. Il cambio con Raffaele Palladino, sostiene Bargiggia, è una correzione necessaria per rimettere la squadra sulla rotta giusta dopo un avvio deludente: servono equilibrio, idee e una visione più moderna.
Partiamo dall’esonero di mister Juric: ha fatto bene l’Atalanta a correre ai ripari?
«Penso sia stata una scelta giusta esonerare Juric nella misura in cui ho creduto fosse stata una scelta ancora più sbagliata ingaggiarlo - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Secondo me la proprietà nella scelta di Juric ha commesso un peccato di eccessiva autostima, come se volesse lanciare il messaggio che il progetto Atalanta andava avanti da anni, che era brava a costruire e pertanto avrebbe potuto restare a galla e continuare a essere quella del ciclo precedente anche mettendo in panchina la brutta copia di Gasperini. Questo non è successo perché Juric non è nemmeno la brutta copia di Gasperini. Forse una volta poteva esserlo con la sua aggressione uomo a uomo, ma non gli si è mai avvicinato nella fase difensiva, che è sempre stata carente nei suoi ultimi anni da allenatore. Il calcio evolve molto rapidamente. Anche quello che ha fatto Gasperini a Bergamo, le soluzioni proposte e i piani di lavoro in allenamento di qualche anno fa non sono quelli che ora lui utilizza a Roma e nemmeno nelle sue ultime stagioni a Bergamo. Il calcio va molto veloce, mentre i fatti dimostrano che Juric è rimasto fermo al palo. Succede anche ad allenatori vincenti, che oramai vincenti non lo sono più, come Mourinho o Allegri, proprio perché il calcio cambia rapidamente nel modo di interpretare la partita e nelle metodologie di lavoro. Inoltre Juric è stata una scelta azzardata anche a livello motivazionale. Prendere un allenatore che ha subito due esoneri in una stagione è veramente un rischio, che può essere solo dettato dalla presunzione, in società, di essere troppo capaci di fare calcio. Avevano preso un allenatore che “scimmiotta” Gasperini, nel senso che si scontra con i giocatori, ma che evidentemente ha tutto un altro spessore visto che l’attuale tecnico della Roma, negli anni e anche col sostegno della società, era riuscito a trasformare quegli scontri, dal Papu Gomez in poi, in linfa vitale. La società si è resa conto di aver sbagliato e non ha nemmeno più sostenuto Juric».
Al posto di Juric è arrivato Palladino: crede sia la persona giusta al posto giusto?
«È abbastanza curioso che l'Atalanta abbia preso Juric, rappresentato dal procuratore Beppe Riso, e che ora prenda Palladino, rappresentato dallo stesso procuratore. A volte ai club manca proprio la fantasia. Comunque Palladino è un allenatore con delle idee. A mio avviso ha un approccio un po’ più felpato rispetto a Juric e forse fa un calcio anche più evoluto. Onestamente, tra quelli liberi, io avrei provato a prendere Thiago Motta. Non so se fosse disponibile, se non volesse o se nemmeno sia partita una trattativa, ma Palladino, sulla carta, è comunque una buona soluzione».
Dopo 11 giornate sono saltati 4 allenatori: oltre a Juric, Spalletti per Tudor, Vanoli per Pioli e De Rossi per Vieira. Erano tutti necessari? Chi ci guadagna di più secondo lei?
«Penso che la Juve, non sul lungo periodo perché Spalletti a fine stagione va in scadenza di contratto — salvo rinnovo —, ma sul medio periodo ci guadagni sicuramente dal cambio con Tudor. Ha preso un allenatore con maggiori conoscenze, più evoluto nel gioco, con più idee e meno monocorde. La Fiorentina, sulla carta, non può non guadagnarci perché erano e sono sul fondo del burrone. Vanoli può essere un normalizzatore e la Fiorentina in questo momento della stagione ha bisogno di questo e non di un allenatore tanto evoluto. A Firenze molti giocatori non seguivano più Pioli. Credo basti che la squadra si connetta con le idee dell'allenatore per fare meglio di quello che stanno facendo. De Rossi e Vieira? Stimo molto entrambi, ma le soluzioni hanno una valenza in base al momento e il Genoa era messo così male che si è cercato di dare una scossa all’ambiente e invertire la tendenza. Sicuramente a Bergamo penso ci possano guadagnare dal cambio con Palladino. L'Atalanta ha una squadra molto forte, piena di soluzioni, e sta all'allenatore trovarle per far rendere al meglio i giocatori. Con 13 punti e i numeri di Juric è un cambio dal quale l'Atalanta ci può solo guadagnare».
Dopo la sosta, l’Atalanta affronta il Napoli. Quella di Conte è una panchina a rischio?
«La storia di Conte a Napoli è imbarazzante come lo sono le sue dichiarazioni. Evidentemente ha perso di nuovo la bussola alle prime difficoltà nel dover gestire il doppio impegno campionato e Coppa, com’è sempre avvenuto nella sua carriera. Quest'estate ha provato a lasciare il Napoli per andare alla Juve. Non c'è riuscito e di fronte alle prime criticità ha cominciato a incendiare i pozzi con dichiarazioni allucinanti. De Laurentiis è inferocito e vorrebbe licenziarlo. Del resto, le dichiarazioni dopo Bologna rappresentano un danno d’immagine alla società. Conte vorrebbe dimettersi, ma alla fine nessuno dei due fa un passo. Se non succederà qualcosa di clamoroso, a mio avviso Conte chiuderà a fine stagione a Napoli con un anno di anticipo. Come sempre sta cercando di andare alla Juve, mantenendo i rapporti con Chiellini, che dentro la Juve è sempre più in ascesa dal punto di vista delle scelte tecniche. Ha portato il direttore Ottolini, ha portato Spalletti, però flirta con Conte. Questo è il calcio un po’ miserabile che troviamo in Italia. Il Napoli ha speso più di 300 milioni in due anni sul mercato e di certo non l’avrà fatto alle spalle di Conte, che, al contrario, avrà avallato tutte le scelte. Il problema è che, come al solito, poi non si fida dei giocatori e mette in campo sempre gli stessi. Ha una squadra logora, con gente non giovanissima, vedi Di Lorenzo, e non riesce a fidarsi dei nuovi. Ha dovuto adattare un modulo per non lasciar fuori De Bruyne ed è andato completamente nel pallone. Il vero problema del Napoli sarà tra due anni, quando, con tutto quello che ha speso, non avrà più soldi ma si troverà a dover rifondare una squadra che non è più giovane. Secondo me De Laurentiis deve aprire una riflessione su questo».
Lookman, recuperato fisicamente, ha dato l’impressione di non essere pienamente integrato nel gruppo. È stato giusto trattenerlo a forza?
«Penso sia stato un errore tenere Lookman e credo che questo ragionamento rientri un po’ in quell’eccesso di autostima, in quel senso di forza e d’inattaccabilità della società che, sicuramente, ha fatto benissimo in questi anni e ha costruito un gioiellino. Lo stesso eccesso di autostima che c’era stato nello scegliere un allenatore decotto come Juric. Fermo restando che, in una squadra piena di qualità — da Ederson a De Ketelaere e Pasalic — per me Lookman è ancora il giocatore che può fare la differenza».
In quest'avvio di stagione, come si spiega la differenza di rendimento della squadra tra Champions e campionato?
«Per me è solo una casualità. Se analizziamo la partita con il Marsiglia, sicuramente l’Atalanta ha fatto bene, ma la partita è stata decisa dagli episodi».
A livello di potenzialità, dove si aspetta di trovare l’Atalanta a fine campionato? Può ancora lottare per traguardi importanti?
«Anche se mancano ancora tante partite, per me è difficile che l’Atalanta possa entrare nelle prime quattro. Credo in una ripresa dignitosa e nella possibilità di entrare nelle Coppe, ma non penso arriverà tra le prime quattro che si qualificheranno in Champions League».
Nel campionato italiano si vedono sempre meno gol e spesso partite noiose. Indicativi i tanti 0-0 nell’ultima giornata. Cosa succede?
«Lo dico da tempo: il campionato italiano è un cimitero degli elefanti. Primo: continua ad attorcigliarsi sui soliti allenatori che allenano loro stessi e allenano i buoni rapporti con la stampa oppure, al contrario, ci litigano — vedi Conte e Allegri. Poco coraggio. Abbiamo tenuto lontani dal Paese allenatori visionari, con idee e un calcio evoluto e divertente: Maresca, Farioli, De Zerbi. Mancano le idee e gli allenamenti hanno un ritmo troppo basso. C'è ancora troppo tatticismo (meno di una volta, per fortuna), ma si gioca piano e statisticamente la Serie A è forse l’unico — o tra i pochi — top campionati dove si vince lo scudetto prendendo meno gol invece che facendone di più: è indicativo di una mentalità opportunistica e senza visione. Se portiamo in Italia giocatori di 38/40 anni si può solo andare piano, anche se sono bravi. E se ridai una squadra ad Allegri, succede che — come visto col Parma — appena va in vantaggio, si mette tutta dietro a difendere il risultato. Normale che poi le partite diventino brutte, salvo eccezioni. Poi non lamentiamoci se i nostri diritti tv esteri valgono dieci volte meno della Premier League».
Il presidente Uefa Aleksander Ceferin ha detto che il calcio è al limite e non c’è spazio per altre partite: si sta sacrificando lo spettacolo a favore dei ricavi?
«Ceferin ha contribuito, insieme alla Fifa, a incrementare il numero delle competizioni. Dice che il calendario è saturo, ma sono stati loro. Del resto, sovradimensionati finanziariamente, se non si giocasse così tanto i club non riuscirebbero a sopravvivere, tranne quelli virtuosi. Il problema è che non c’è distribuzione della ricchezza con i diritti domestici, come in Premier. È un gatto che si morde la coda: giochi tanto per guadagnare di più, per provare a stare al passo con i club ricchi, ma alla fine fatichi e aumentano gli infortuni. Certo, se prendi over 30, lo stress si sente di più; ma più del numero delle partite oggi è la velocità a diventare un problema, con tante squadre che hanno parecchi giocatori out, soprattutto tra gli over 30».
Tra società in affanno, allenatori prigionieri dei propri schemi e un campionato che fatica a rinnovarsi, Bargiggia tira dritto: il calcio italiano ha perso ritmo, visione e coraggio. Eppure, nelle sue riflessioni, resta una speranza di rinascita affidata a tecnici giovani, idee nuove e club capaci di abbandonare la presunzione per tornare a costruire. Un monito, e insieme un invito a guardare avanti senza paura di cambiare.
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