Nell’ultima settimana di mercato, tra diritti di riscatto, contro-riscatti e bonus vari, regna più confusione che chiarezza. A fare ordine è l’avvocato Cesare Di Cintio, esperto di diritto sportivo, intervenuto ai microfoni di BergamoTV per analizzare i casi di stretta attualità che riguardano l’Atalanta e il sistema calcio italiano. Ecco quanto evidenzito da TuttoAtalanta.com
Avvocato, perché il calciomercato sembra diventare ogni anno più complicato con formule e clausole difficili da interpretare?
«Il rapporto tra un calciatore e una società è un contratto di lavoro subordinato, regolato in maniera specifica dalla normativa sportiva. La durata massima è di cinque anni, ma quel contratto può essere ceduto ad altri club a titolo definitivo o temporaneo, spesso con l’inserimento di bonus legati al rendimento. Nel caso di Palestra, ad esempio, l’Atalanta lo ha ceduto in prestito al Cagliari per garantirgli minutaggio: potrà crescere e, a seconda degli accordi, essere riscattato o rientrare alla base. In pratica il contratto del giocatore diventa un asset aziendale: valorizzarlo significa aumentare il valore del club stesso».
Piccoli, Zortea, Adopo, ora anche Palestra in prestito e Tourè in Turchia. L’Atalanta monetizza spesso sui giovani. È un modello vincente?
«Sì, perché non tutti i ragazzi cresciuti a Bergamo trovano spazio nella prima squadra. Alcuni, come Piccoli, hanno dimostrato altrove di avere qualità e questo ha permesso all’Atalanta di capitalizzare. Nel caso di El Bilal Touré, pagato tanto e ora prestato al Besiktas, significa che il club non lo considera al centro del progetto ma lo ritiene ancora un giocatore in crescita. Ogni calciatore ha tempi di maturazione diversi: c’è chi esplode subito, chi più tardi. Toni, ad esempio, è diventato campione del mondo a 29 anni. La differenza la fa la capacità di avere pazienza e dare tempo al talento di sbagliare e crescere».
Lei spesso critica la “cultura del risultato” in Italia. Cosa intende?
«È il vero limite del nostro sistema. All’estero, penso a Inghilterra o Germania, ai giovani viene concesso tempo, anche di sbagliare, perché l’errore fa parte del percorso. In Italia, invece, molti allenatori pensano più a vincere la partita della domenica che a far maturare un ragazzo. La crescita è frutto della ripetizione quotidiana, come ricorda Julio Velasco: ripeti il gesto centinaia di volte e, all’improvviso, quel gesto riesce. Invece qui pretendiamo tutto subito, diventando schiavi del risultato».
Caso Lookman: l’Atalanta lo ha messo fuori rosa dopo due settimane di assenza ingiustificata. È la scelta giusta?
«Assolutamente sì. L’Atalanta ha dato una lezione di coerenza. Quando c’è un contratto, vale la regola latina del do ut des: io ti do, tu mi dai. Se il club rispetta i propri impegni, anche il calciatore deve rispettare i suoi, presentandosi agli allenamenti e comportandosi da professionista. I “mal di pancia” gestiti male danneggiano prima di tutto l’atleta, e i procuratori dovrebbero conoscerlo bene: ogni Paese ha regole precise, ignorarle significa sbagliare strategia. La società bergamasca, invece, ha dimostrato fermezza e coerenza, qualità rare ma fondamentali».
Un’ultima battuta: l’Atalanta ha presentato la nuova terza maglia. Quanto conta oggi il marketing per un club?
«È una voce di bilancio centrale. Le maglie non sono solo strumenti di gioco ma anche oggetti di collezione e di identità. Il marketing sportivo oggi ha un peso enorme, rappresenta una fetta essenziale dei ricavi. E l’Atalanta, con New Balance, ha trovato un partner che sa coniugare innovazione e tradizione».
Dal caso Lookman al prestito di Palestra, passando per il ruolo degli agenti e la formazione dei giovani, l’analisi di Cesare Di Cintio è chiara: nel calcio moderno servono coerenza, tempo e regole condivise. L’Atalanta, ancora una volta, mostra di avere la bussola ben salda.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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