Il filo invisibile che lega Marten de Roon alla città dei Mille ha ormai superato i confini del semplice calcio giocato, trasformandosi in una vera e propria storia d'amore. Dallo smarrimento degli inizi, quando ignorava persino l'esistenza del capoluogo orobico, fino a diventarne l'indiscusso capitano e simbolo, il centrocampista olandese ha scolpito il proprio nome nella leggenda dell'Atalanta.

DAGLI INIZI AL RECORD ASSOLUTO - Quando il sipario si è alzato sulla sua avventura italiana, le premesse sembravano quasi comiche. «Il mio procuratore mi chiamò e mi chiese se conoscessi Bergamo, gli risposi candidamente che non sapevo nemmeno dove fosse», ha confessato il mediano. Da quel salto nel buio è nata però un'epopea straordinaria, culminata con il superamento di un totem storico come Gianpaolo Bellini. Toccare quota 405 presenze con la stessa maglia rappresenta per il calciatore un traguardo inimmaginabile: «È un numero imponente, mi riempie di un orgoglio indescrivibile ed è un onore immenso aver superato un'istituzione come lui».

LA FERITA DEL BAYERN E L'ABBRACCIO DEL POPOLO - Le recenti cicatrici continentali bruciano ancora, ma è proprio nelle difficoltà che si misura il calore di una piazza. – come confidato ai microfoni di Prime Video – la pesantissima sconfitta maturata contro i bavaresi alla New Balance Arena ha lasciato un segno profondo nell'anima del giocatore: «Ero letteralmente senza parole dopo quel rovescio, stavo attraversando un momento durissimo anche a livello personale. Eppure, proprio in quell'istante, i tifosi sono riusciti a emozionarci. Hanno dimostrato ancora una volta un affetto incalcolabile, facendo capire a tutti noi che loro ci sono sempre, a prescindere dal risultato sportivo».

LE RADICI FAMILIARI E L'ILLUSIONE INGLESE - Il richiamo di casa è un sentimento che va oltre i confini geografici. Oggi, per la famiglia del capitano a disposizione di Raffaele Palladino, non esiste altro luogo al di fuori delle Mura Venete. «Le mie tre figlie sono praticamente bergamasche, padroneggiano l'italiano anche se non masticano ancora il dialetto. Faccio davvero fatica a immaginarle crescere altrove», ha ammesso sorridendo. Un radicamento definitivo, consolidato paradossalmente proprio dall'effimera esperienza in Premier League con il Middlesbrough: «Giocare in Inghilterra era il mio grande sogno, ma lì ho capito subito che mancavano la passione e il calore travolgente che respiro qui. Devo un ringraziamento infinito a tutta la famiglia Percassi per avermi riportato a casa».

UNA BANDIERA TRA LA GENTE - L'essenza della sua leadership si riflette nel rapporto simbiotico e privo di filtri con la comunità. Lontano dagli stereotipi del divo inavvicinabile, l'olandese cerca costantemente il contatto umano: «Mi piace abbattere le distanze, scendere in strada e parlare con la gente. Siamo tutti uguali, ognuno con i propri talenti. Adoro ascoltare i loro pensieri, anche dopo le delusioni più cocenti, per discuterne apertamente. Alla fine della fiera, tutto questo lo fai per lasciare qualcosa di reale alle persone: sudare la maglia, esserne la bandiera. Qui si respira davvero qualcosa di speciale».

Traguardi storici, appartenenza e sudore: una parabola romantica che consacra definitivamente il condottiero nerazzurro nell'Olimpo degli dèi di Bergamo.

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Sezione: Interviste / Data: Mer 18 marzo 2026 alle 20:55
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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