Luca Percassi, intervenuto in una lunga intervista rilasciata ai microfoni de L’Eco di Bergamo, ha affrontato diversi temi, tra cui il ruolo della tifoseria, gli obiettivi reali dell’Atalanta, il valore della Coppa Italia e le aspettative sull’Atalanta di Raffaele Palladino, nel solco della filosofia tecnica degli ultimi anni.
I fischi del pubblico contro il Sassuolo hanno colpito tutti. Come li avete interpretati?
«I fischi allo stadio, per l’Atalanta, sono un fatto raro, anche nei momenti difficili. Domenica, così come a Udine, fino al fischio finale il sostegno della nostra tifoseria non è mai mancato. E questo è il primo aspetto che voglio sottolineare: li ringrazio di cuore. A partita finita, quando non c’era più la possibilità di aiutare la squadra, i fischi sono stati comprensibili. Subito dopo, però, sono arrivati di nuovo gli incitamenti. Sono dinamiche che devono dare forza a chi gioca e a chi è chiamato a decidere».
All’inizio qualcuno aveva accolto con freddezza l’arrivo di Juric, eppure gli abbonamenti sono stati tantissimi. Che lettura ne dà?
«Quattordicimila abbonamenti e uno stadio pieno sono la fotografia migliore di cosa significhi l’Atalanta per la sua gente. È normale che ci siano perplessità quando si chiude un ciclo e se ne apre un altro, specialmente dopo nove anni come quelli con Gasperini. Ci sono cose e persone che si vorrebbe durassero per sempre, ma il calcio vive di cicli. Noi abbiamo fatto di tutto per allungarli il più possibile. Quando finiscono, però, la società ha il dovere di andare avanti, cercando di sbagliare il meno possibile. In questo, i tifosi sono sempre stati al nostro fianco, perché il loro attaccamento è prima di tutto alla maglia».
Ha detto che la squadra è stata costruita per determinati obiettivi. Possiamo provare a definirli?
«In questo momento il nostro vero obiettivo è l’atteggiamento: vogliamo una squadra che lotti su ogni campo, consapevole dei mezzi che ha a disposizione. Se questo avviene, gli obiettivi sportivi si costruiscono passo dopo passo. Dobbiamo essere concreti: guardare avanti, ma anche alle nostre spalle, e fare di tutto per raccogliere il maggior numero di punti. L’Europa è qualcosa a cui ci siamo abituati e a cui teniamo molto, ma non tutto può dipendere unicamente dalla classifica in un determinato momento. Siamo ripartiti con un nuovo ciclo, siamo in una fase delicata. E, come ricorda sempre mio padre, prima di tutto bisogna pensare a salvarsi. Non lo ha detto pubblicamente quest’anno, ma il concetto resta».
Visto il contesto, la Coppa Italia può diventare un obiettivo prioritario?
«La Coppa Italia è una competizione alla quale teniamo tantissimo. Con poche partite può portarti vicino a un traguardo importante. Lo scorso anno il Bologna ha chiuso nono in campionato, ma vincendo la coppa ha cambiato completamente la percezione della sua stagione. Noi nelle ultime cinque edizioni siamo arrivati tre volte in finale, purtroppo perdendole. Quelle sconfitte ci hanno lasciato l’amaro in bocca, ma ci hanno anche permesso di crescere e ci hanno spinto verso il trionfo di Dublino. Quest’anno non la consideriamo una competizione secondaria: è un obiettivo concreto».
Da un punto di vista tecnico, che tipo di Atalanta si aspetta da Palladino?
«La prima cosa che chiedo è un’Atalanta autentica, che non abbia paura. Palladino l’abbiamo conosciuto giocandoci contro: le sue squadre provano sempre a giocare, hanno idee chiare e principi riconoscibili. Ha utilizzato anche la difesa a quattro, ma il solco è quello che abbiamo tracciato negli ultimi anni. La squadra è costruita per continuare su quella strada, non per stravolgere tutto».
Vi è mai sfiorata l’idea di cambiare completamente filosofia tattica, staccandovi dal modello Gasperini?
«Sì, ci abbiamo pensato. Ma avrebbe significato abbandonare una filosofia che ci ha dato grandissime soddisfazioni. Anche l’Under 23 è impostata in quel modo. Restare in questo solco ci è sembrato il modo migliore per dare certezze e punti di riferimento alla squadra. Chiunque fosse arrivato sarebbe stato esposto al confronto con il passato: se avessimo cambiato totalmente e le cose non fossero andate bene, le critiche sarebbero arrivate comunque. Abbiamo scelto la via che, in teoria, ci dava più logica continuità, considerando che un cambiamento enorme c’era già stato con l’addio di Gasperini».
Guardando al futuro prossimo, tra campionato e coppe, cosa si aspetta dal nuovo corso?
«Mi aspetto una reazione forte, ma soprattutto mi aspetto che l’Atalanta rimanga fedele alla sua identità: lavoro, coraggio e rispetto per la maglia. Abbiamo fiducia nella rosa e in Palladino. Il calendario è subito tosto, ma può trasformarsi in una grande occasione per dimostrare chi siamo. Il resto, come sempre, lo dirà il campo».
Tra fischi, cambi di panchina e cicli che si chiudono, il filo conduttore resta lo stesso: una società che si assume responsabilità, un pubblico che non smette di esserci e un’idea di calcio che, al netto degli interpreti, vuole restare riconoscibile. Il compito di Palladino sarà dare un volto nuovo a una storia che, per volontà comune, non vuole rinnegare le proprie radici.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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