Tra una riflessione sul momento delicato dell’Atalanta e una sul sistema arbitrale italiano, Mario Mazzoleni — ex arbitro di Serie A, gallerista d’arte, opinionista sportivo e voce sempre schietta — torna a parlare senza filtri. E lo fa in una settimana speciale: sabato 29 novembre inaugurerà la sua nuova Art Gallery & Concept Store in via Borfuro 12, Bergamo, un progetto che unisce arte, stile e imprenditoria, specchio del suo percorso poliedrico. Prima di tagliare il nastro, però, Mazzoleni analizza il presente nerazzurro e auspica una riforma del sistema.
Mario, fa male quest’Atalanta?
«Quest'anno ci sarà da soffrire, perché purtroppo ci sono campanelli d'allarme preoccupanti. Credo che Gasperini abbia lasciato quando ha percepito che la squadra era arrivata a fine corsa ed era svuotata, che è quello che vedo io ora: una squadra svuotata dal punto di vista delle motivazioni e, in parte, anche fisicamente. Quando si fanno nove anni con un allenatore che ha una determinata metodologia di gioco e allenamento, tra l'altro pesante come quella di Gasperini, raggiungendo risultati straordinari, poi fisiologicamente si arriva a un picco e successivamente a un calo. Io credo che l’Atalanta sia in questa situazione: raggiunta la cima, sta inevitabilmente facendo dei passi indietro».
Non era possibile mantenersi a quei livelli?
«No. Non c'è più Gasperini e si è scelto Juric, una decisione che col senno di poi non ha prodotto gli effetti sperati. A mio avviso il suo profilo, pur avendo qualità consolidate, non si è rivelato perfettamente allineato con le esigenze di questo momento storico dell’Atalanta, un contesto complesso e molto competitivo. Comprendo che si sia preferito optare per la continuità, scegliendo un discepolo di Gasperini e cambiando il meno possibile, ma forse era il momento per una rottura più netta. In ogni caso, la scelta non ha portato ai risultati attesi».
Cosa intendi dire?
«Per tanti anni il segreto dell'Atalanta è stata la discrezione della famiglia Percassi. Per loro l’obiettivo primario erano i 40 punti per raggiungere la salvezza: tutto il resto sarebbe arrivato in più. Oggi la proprietà comunica con modalità diverse rispetto al passato, anche attraverso eventi pubblici. Quando si esprime un obiettivo ambizioso come la Champions, e poi si è costretti a cambiare guida tecnica, può crearsi – agli occhi esterni – un'impressione di incoerenza nei tempi e nei passaggi. È una dinamica che può generare percezioni contrastanti, e in questi casi anche lo spogliatoio potrebbe risentire della sensazione di instabilità».
La scelta dell’allenatore è il solo errore commesso?
«Per me l’Atalanta ha commesso tre errori: la scelta dell’allenatore, quella della punta e la gestione del caso Lookman. Sapendo che Scamacca aveva bisogno di tempo per ritrovare la miglior condizione, sarebbe stato utile puntare su un profilo più esperto e immediatamente pronto, invece di scommettere su un ragazzo reduce da un’annata con 11 gol. Serviva un attaccante capace di garantire rendimento nella prima parte di stagione. Quanto a Lookman, alcune sue decisioni sui social non hanno aiutato a creare un clima completamente sereno: certe dinamiche possono diventare un fattore quando lo spogliatoio è già in una fase delicata. La società ha scelto di confermarlo, ma non è stata una situazione semplice da gestire».
E a fine campionato secondo te dove saremo?
«In Champions quest’anno non arriviamo. Non tanto per gli 11 punti che ci separano dal quarto posto, ma perché Inter, Napoli, Milan e Roma oggi sono più attrezzate. Il Bologna anche. Per me l’Atalanta quest’anno finirà comunque nelle prime dieci».
Di Palladino cosa ne pensi?
«Mi piace molto per il modo di porsi: giovane, brillante, elegante, comunicativo, preparato. Può portare vitalità ed entusiasmo, ed è esattamente ciò di cui l’Atalanta ha bisogno. Tecnicamente la rosa è forte, ma appare un po’ scarica sul piano mentale: manca continuità, compattezza, quella ferocia che negli anni di Gasperini faceva la differenza. Palladino mi sembra molto motivato: diamogli fiducia. Sul mercato era uno dei pochi allenatori emergenti di valore. Ha esordito con una sconfitta, ma a Napoli – per tanti motivi – ci poteva anche stare».
Cosa ti aspetti dai prossimi due impegni?
«Mi aspetto risultati. Serve un filotto. Con la Fiorentina bisogna vincere, mentre a Francoforte un pareggio sarebbe comunque utile. L’Atalanta ora ha bisogno di accendere qualche scintilla, di ritrovare prestazioni che diano fiducia. Con Gasperini, dopo una brutta partita, vedevi subito la reazione. Quest’anno, invece, oltre a diversi pareggi, sono mancate prestazioni davvero convincenti. Forse una e mezza: troppo poco in 13 gare».
Il sistema arbitrale va riformato?
«Sì, e spero che la riforma del calcio porti a un aumento dei rimborsi agli arbitri, soprattutto nelle categorie inferiori. Mi ero lamentato per i 150 euro in Serie C a fronte dell’impegno richiesto, e per di più con ritardi nei pagamenti. Da imprenditore, penso che investire sulle persone sia fondamentale. Serve valorizzare economicamente chi arbitra, non soltanto contare sulla passione. Il calcio italiano dovrebbe investire di più su giovani arbitri, sezioni e sulla Serie C, che è la categoria più formativa».
Chi arbitra davvero oggi: la Var o gli arbitri?
«La Var oggi incide tantissimo sulle decisioni, e il ruolo dell’arbitro in campo ne risente. Alcuni direttori di gara possono trovare più difficile esprimere pienamente la propria leadership all’interno di un sistema così strutturato. Bisogna lavorare sulla formazione e sul modello decisionale».
Mario, sabato inauguri la tua nuova Art Gallery in via Borfuro 12. Di cosa si tratta?
«Sarà la mia quinta galleria d’arte: una selezione di artisti emergenti, un’area dedicata alle cravatte Marinella — un marchio storico — e un corner di profumeria artistica. Sarà un luogo che unisce arte, stile e ricerca, un concept che rispecchia il mio percorso.»
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