Non c'è spazio per i drammi sportivi nella lucida disamina di Maurizio Sarri. La sconfitta per 0-2 incassata all'Olimpico contro un'Atalanta implacabile e cinica non scalfisce le certezze del tecnico biancoceleste, che sceglie di guardare ben oltre il nudo risultato. In sala stampa, l'allenatore toscano difende a spada tratta la prestazione dei suoi uomini, elogiandone l'applicazione, la costanza e una ritrovata solidità mentale durata fino all'ultimo respiro. In una gara decisa dai singoli episodi e dalle folate chirurgiche della Dea, Sarri non cerca alibi ma offre un'analisi puntuale sugli errori di gioventù e di lettura tattica dei suoi giocatori, puntando la lente d'ingrandimento su Tavares e Noslin. E, nel momento più delicato del rapporto con l'ambiente, lancia un messaggio di profonda comprensione a una tifoseria assente, leggendo nella diserzione dell'Olimpico non una resa, ma una viscerale richiesta d'amore e di competitività. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mister Sarri, la Lazio ha offerto una prova volitiva, costruendo diverse occasioni da rete. Di contro, l'Atalanta ha dimostrato una spietatezza quasi scientifica. Ritiene che il divario di questa sera risieda proprio nella capacità della formazione bergamasca di capitalizzare al massimo ogni singola opportunità concessa?
«È innegabile che l'Atalanta stia attraversando un periodo di forma straordinario, in cui le riesce praticamente tutto: basti pensare che in Coppa Italia contro la Juventus ha effettuato solo tre tiri in porta ed è riuscita a vincere 3-0. Tuttavia, per quanto ci riguarda, io sono profondamente soddisfatto della nostra prestazione. Ho visto una Lazio che ha giocato a calcio con fluidità, che ha saputo creare i giusti presupposti offensivi e che, al tempo stesso, è stata bravissima a concedere pochissimo a un avversario così pericoloso. Per questo motivo, non si può uscire da questa partita con un senso di delusione. Non c'è delusione dal punto di vista materiale, perché la squadra ha espresso un buon calcio, e non c'è delusione sotto il profilo mentale, che è forse l'aspetto più confortante in assoluto: i ragazzi ci hanno creduto e hanno lottato con grande convinzione fino al novantacinquesimo minuto. Purtroppo, a questi livelli le partite vengono spesso decise dagli episodi. A inizio ripresa ci poteva stare un calcio di rigore in nostro favore, mentre il penalty concesso a loro è nato in maniera del tutto casuale, con una deviazione fortuita, perché un tiro calciato di piatto non può generare una deviazione volontaria. Noi, di episodi favorevoli, non ne abbiamo avuto nemmeno uno a disposizione. Ma ribadisco: mi tengo stretta la prestazione e, soprattutto, l'ottima mentalità che questo gruppo sta finalmente assumendo».
Scendendo nel dettaglio dei singoli, le chiedo un'opinione sulle prove di Tavares e Noslin. Il primo si è mostrato molto propositivo palla al piede, ma da una sua palla persa nascono le premesse per lo svantaggio; una dinamica simile ha coinvolto il secondo. Ritiene che a questi giocatori manchi ancora uno "scatto" mentale per consacrarsi definitivamente a livelli superiori?
«Parliamo di due ragazzi dotati di grandissime qualità tecniche e fisiche, ma che ogni tanto peccano in termini di lucidità, compiendo delle scelte sul campo decisamente discutibili. E purtroppo, affrontando squadre di questo calibro, queste letture errate finiscono inevitabilmente per costarci qualcosa di importante. Probabilmente è proprio questo il motivo per cui si trovano in questa fase del loro percorso di crescita: devono limare i difetti. Per quanto riguarda Nuno Tavares, sono convinto che se riuscisse ad abbinare una maggiore razionalità al suo modo di interpretare il ruolo, diventerebbe un giocatore dalle doti eccezionali. Va detto, a sua parziale discolpa, che stasera ha perso un pallone sanguinoso nella metà campo avversaria, non dentro la nostra area di rigore come è successo in altre occasioni. Sono leggerezze che possono capitare. Se però mi chiedete un parere prettamente tattico, a me non fa impazzire quando decide di portare palla convergendo verso il centro del campo. Specialmente contro avversari come l'Atalanta, che fanno della pressione a uomo a tutto campo il loro marchio di fabbrica, è molto facile incappare nell'errore. E perdere un pallone per vie centrali espone la squadra a rischi infinitamente maggiori rispetto a perderlo agendo in sicurezza sulle corsie esterne».
È inevitabile pensare che, in una cornice da 45.000 spettatori, la spinta emotiva avrebbe potuto indirizzare la gara diversamente. In vista dell'imminente semifinale di andata di Coppa Italia, se la sente di rivolgere un appello diretto al pubblico laziale affinché torni a popolare le gradinate dell'Olimpico, pur comprendendo che l'attuale diserzione nasce da un profondo attaccamento ai colori?
«Credo che Adam Marusic, parlando a nome di tutto lo spogliatoio, abbia già espresso chiaramente questo concetto, e io mi associo totalmente alle sue parole. È del tutto evidente che a noi farebbe un piacere immenso se la nostra gente decidesse di tornare a riempire lo stadio. E sono assolutamente d'accordo con la vostra chiave di lettura: considero questa assenza come un vero e proprio atto d'amore. Se i tifosi venissero allo stadio solo per inerzia o per semplice abitudine, non prenderebbero posizioni così forti e sofferte. Il nostro popolo non mi sembra affatto irragionevole o pretenzioso al punto da esigere vittorie a tutti i costi contro chiunque; la loro richiesta, che considero sacrosanta, è semplicemente quella di vedere una squadra sempre competitiva e all'altezza del proprio blasone. Per questo leggo la loro protesta come una manifestazione d'amore: senza quel sentimento viscerale, non avrebbero mai fatto una scelta del genere. Detto ciò, se decideranno di tornare a sostenerci, i ragazzi ne trarranno una carica enorme, e io, vi assicuro, sarò in assoluto il più felice di tutti».
Maurizio Sarri archivia la pratica Atalanta con l'equilibrata saggezza di chi sa leggere i segnali del campo spingendosi oltre il tabellino. La Lazio esce sconfitta ma non ridimensionata, aggrappandosi a un'identità di gioco ritrovata e lanciando un ponte verso la propria gente, nella viva speranza che l'Olimpico torni presto a essere il dodicesimo uomo in campo.
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